Fattore, di campagna: nel senso di direttore, anzi, facitore in prima persona, agricolo. Cos’altro, perbacco (soprattutto Bacco)?
Insomma, chi fa opere, il creatore; con la “c” minuscola, non montiamoci la testa: sul collo, dove per definizione, dovrebbe stare (come insegnava Totò).
Fattore, matematico, cioè, invertendo l’ordine degli stessi – non contadini – il risultato non dovrebbe mutare. Ma, signora mia, con questi chiari di Luna, con la scomparsa definitiva delle mezze stagioni, non si può mai dire: mai dire mai. Corretto, il caffè.
Fattore, tecnico scientifico: peggio mi sento, voi, non so. La spiegazione (o spiega) è talmente complicata che rinuncio in partenza – a priori, per così scrivere – a spiegare, capire. Anche se, di solito, chi non sa, chi non fa, si erge a professore.
Più che un fattore, qualunque sia il significato attribuito, mi sento a pieno titolo, sono: un fattorino; diminutivo, certo, senza dubbio, ma anche un impiegato subalterno, un garzone con incarichi minori – senza offese – un latore di messaggi o fiori, da parte del Cardinale Richelieu. Non per vantarmi, ma anticamente, quanto me, il lemma indicava svariati arnesi con funzione di sostegno. Un fattapposta foggiano, forse non uno strumento nobile, però utile. Utilizzandolo.
Fattore H, non la bomba, ripudiata per sempre insieme a qualsiasi tipo di arma, dai coltellini elvetici in su, da un’umanità finalmente umana. La H è muta, dicono come un pesce, ma non è mica vero. Forse afona, ma decisiva.
Attenti, poi, al folle esperimento del Dottor H; o si trattava del dottor K? In ogni caso, il ronzio delle mosche è inquietante e anche quello delle macchine ‘pensanti’ allo stato brado (non bradipo), non scherza. Fa maledettamente sul serio, soprattutto se l’uomo abdica e rinuncia al proprio cervello.
Fattore K, questo sì: trascorso un secolo dalla morte di Franz Kafka, non riusciamo ancora a capacitarci totalmente, pienamente del suo genio, della sua ironia che utilizzava in modo magistrale per descrivere la follia del potere (citate esempi, se vi aggrada: a bizzeffe) e la labile, incerta, traballante condizione umana. Se i processi industriali sempre più pervasivi, invasivi ci hanno reso alienati e hanno distrutto l’ambiente, tremiamo pensando a cosa potrebbe fare la sedicente ‘intelligenza artificiale’, mentre restiamo dei piccoli esseri fragili, tali e quali ci faceva vivere sulle pagine, tra le righe, con le sue parole: incompiuti, alla perenne ricerca di senso, che non raggiungeremo mai. Forse. Se non all’epilogo della storia.
Generazione Z, Fattore H, crucci contemporanei; H, non come hospital, semmai hospitale (latino antico, non perfido albionico) cioè ostello. Accogliente, confortevole: auspicabilmente.
Tralasciando, ahimè, la medicina immunologica, i classicisti al macero, vagheggiano ancora che il fattore H, humanitas – nel senso di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza – sia quello decisivo, definitivo;
per i Popoli, per il Pianeta.
