Le lingue – gli idiomi, da non confondere con il muscolo – sono l’unica cosa che non muore.
Gli anni si dissolvono, i manufatti artistici, le opere dell’ingegno umano, quelle prodotte dai cervelli attraverso la dedizione e le mani, diventano polvere, dispersa nel vento cosmico.
Denari, presunte ricchezze materiali, terre rare, perfino quelle proletarie, sono pura illusione, meglio di quelle proposte magicamente da Mandrake.
Lunga è la marcia dell’Uomo, lunga e secondo le leggende, inarrestabile; eppure, abbiamo già attraversato forche caudine, eppure siamo stati dominati, sterminati. Siamo ripartiti, ignorando i nostri vizi, i nostri limiti congeniti, soprattutto la vicenda e le conseguenti batoste di Ulisse.
Chiediamo consigli al Popolo libero, agli Indiani d’America, gli unici autentici nativi di quelle terre settentrionali sconfinate, in origine lussureggianti, pure, se così posso compulsare. Chiedetelo, chiediamolo alla Tempesta: nel 1986, prima di scatenarsi in tutto il mondo, cantò la storia dei Cherokee. Vivevano in armonia con la Natura e con i propri simili, ma il contatto con la ‘civiltà anglosassone’ – società evoluta dell’uomo bianco – li costrinse a intraprendere il sentiero delle lacrime infinite. Le promesse, i trattati si rivelarono bugie, ipocrisie, carta arsa nel fuoco della sete inarrestabile di lucro. Attraversarono pianure, foreste, montagne, ma impararono a proprie spese, versando il proprio sangue, che non esisteva posto nel quale tornare, che tutto era crollato irrimediabilmente; anche la fede nel magico e nel sacro.
Poggiamo ancora i piedi su quel suolo, abbracciamo il Popolo libero, se possiamo – siamo in grado – suggiamo la loro sapienza, facciamoci ispirare dal loro modo di vivere (non accontentiamoci di vivacchiare), non facciamoci abbindolare dai soliti quattro, o giù di lì, gaglioffi patentati. Riconoscibilissimi, nonostante i trucchi.
Per non farci ingannare, mortalmente, chiediamo lumi non agli Enciclopedisti – gente che, comunque la si voglia considerare, trafficava volentieri con le ghigliottine – ma a Toro Seduto, Cavallo Pazzo e Nuvola Rossa; anche il saggio e buono Gian Antonio Stella, giornalista integerrimo del Corriere della Sera, invoca il leggendario giudice di Berlino, per consegnare, finalmente, un po’ di vera giustizia: al mugnaio di Potsdam e agli indomabili Sioux. Prima che anche gli sparuti eredi cavalchino nelle Celesti Praterie.
Nella presunta confederazione delle libertà – solo per chi può lautamente permettersele – una sentenza ‘della legge’ ha inflitto a Greenpeace una sanzione pecuniaria pari a 345 milioni di dollari; per risarcire una ‘povera’ multinazionale petrolifera, ‘danneggiata’ da manifestazioni di protesta pacifiche dei Nativi e degli Ambientalisti contro il progetto che prevede di costruire un oleodotto lungo 1.172 miglia (1.886 km circa, se siete affezionati al sistema metrico decimale indigeno), per collegare i giacimenti tra il North Dakota e l’Illinois.
“Io odio i nazisti dell’Illinois“, diceva un irresistibile John Belushi al compagno di ‘missione trascendentale’, Dan Aykroyd, vestendo i panni dei Blues Brothers; frase sempiternamente valida, andrebbe scolpita, ovunque sul Pianeta. Oggi più che pria. “Danneggiamento e inquinamento delle falde acquifere, attraversamento dell’antica riserva indiana, profanazione di siti sacri vietata, tra l’altro, dalla legge federale, attacco diretto contro l’identità spirituale e il riposo degli Avi del popolo Sioux“. Non si dovrebbe, ma oggi sarebbe ingenuo non considerare le simpatie politiche dell’inflessibile togato, convinto che la “condotta petrolifera” abbia diritti superiori e intangibili rispetto a quelli invocati dai Nativi e dagli Ambientalisti; che, con ammirevole tenacia, insistono e hanno presentato ricorso alla Corte Suprema dello Stato.
Come sottolinea il noto cronista, purtroppo, non andrà meglio, o diversamente: il quintetto è tutto composto da repubblicani; fino al 1998, almeno un giudice, era di estrazione democratica, ma, conclude Stella, “erano ancora vivi Jack Lemmon e Walter Matthau“.
Ennesima dimostrazione plastica di quanto le sorti delle genti siano in balia dei capricci criminali degli ultra plutocrati, che pecunia olet, eccome; anzi, assai.
Come sostiene con lucida amarezza Lea Melandri, storica femminista italiana, “le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni – questi? i nostri – è stato deserto“.
Dove sono, ora, gli striscioni che pronosticavano:
andrà tutto bene?
