Contrade liriche

Vo per contrade liriche, barcamenandomi tra poesie e arie d’opera.

Un bell’incedere non fu mai scritto, casomai descritto, trascritto.

Rimbalzo, ondeggio come yo-yo, come pallina del flipper, come pensieri – non per forza sgradevoli e ossessionanti – ricorrenti, rincorrenti: la mia psiche, la mia anima.

Tra lirica e lirica corrono differenze, ma anche somiglianze, magari inaspettate.

Tra pentagramma e foglio vergato restano, indelebili, anche quando Kronos fa il suo mestiere, anche quando i bipedi abbandonano tutto all’incuria e alla rovina, quegli strani, misteriosi, spesso magici segni cui noi attribuiamo un valore, un significato, ma che, una volta tracciati, seguono una vita e un destino indipendenti.

In fondo, si equivalgono, a prestare orecchio, a tenere in debito conto l’autorevole, antica opinione dei Greci: la poesia veniva veicolata agli uditori con note soavi di musica; di solito grazie al suono della lira (da non confondere con la nostra moneta repubblicana). Siamo noi, presunti moderni o contemporanei, ad aver sancito la scissione del componimento poetico da quello musicale, ritenendo il poeta un puro portatore della propria soggettività.

Peccato, ma per ottenere il perdono, ci siamo dedicati con passione alla musica lirica, con alcune individualità artistiche mondiali: Rossini, Verdi, Puccini. Al punto che molte stagioni sono etichettate con l’aggettivo relativo a questi giganti; stagione – lirica – verdiana, stagione rossiniana, stagione pucciniana e potrei proseguire lungamente l’elenco melodico. Pensiamo all’Arena di Verona che molti erroneamente credono sia una cugina minore del Colosseo. Un errore assimilabile a quello dei molti, troppi (anche giornalisti nazionali) che confondono allegramente il Vittoriano con il Vittoriale!

Carreras, Domingo, Pavarotti: questo era il vero Trio dei Tenori, non successive emulazioni commerciali, artisticamente discutibili.

Sono, altresì, un vecchio di contrada. Rivendico questa mia natura multiforme; l’ingegno no, onestamente, purtroppo. Ciascuno dei rioni in cui era suddivisa una città, anticamente. O ciascun sentiero, aspro o dolce, presso cui tentare di rintracciare i propri simili quando gli insediamenti umani erano ancora embrionali, approssimativi, sperimentali.

Non trascuriamo, non tralasciamo la ‘mia’ cara etimologia che sempre dona con somma generosità significati, punti di vista, spunti di meditazione alternativi, illuminanti, chiarificatori. Dal francese antico o dall’imprescindibile latino: coprire stendendo, via lastricata. “Regione che si estende di contro al nostro sguardo“, o via di città per intendere un quartiere, come a Siena, per citare a caso una località quasi sconosciuta, ci avventuriamo con voglia, con curiosità nell’Oceano senza sponde delle affascinanti parole.

Siano i 17 quartieri di Siena – scaramanzia a parte, anche se presso altre culture il numero effonde aura benigna e favorevole – , siano le strade che all’unisono contribuiscono a originare un centro abitato da esseri in teoria umani, siano le vie traverse che diramano da quelle principali e, a volte, permettono di accedere a portali verso nuove dimensioni, le contrade universali meritano le nostre fatiche, si illuminano grazie alle nostre stille, ai nostri occhi, alla cura con cui le conserviamo.

Contrade liriche, quindi, ricolme di musica e poesia, contrade ciclistiche, perché il mezzo, usato bene, sintetizza le due Arti, permette di cogliere le sfumature, coadiuva la ricettività, la creatività, stimola la comunanza e la condivisione degli intenti.

Rimangono nel cuore quelle ‘contrade’ sotto il sole, bello è ritornare, ma andare forse è meglio“.