Mio nonno Ermes lo ripeteva spesso – non proprio, considerando la sua loquacità parsimoniosa – : un bel tacer non fu mai scritto.
Se non avete mai udito – non un silenzio immane – ma il silenzio fuori ordinanza, eseguito in modo magistrale dal trombettista jazz Nini Celeste Rosso, è inutile compulsare vane parole. Le mie.
Silenzio in sala, si accende la magia – divina? – del teatro, della musica, del cinema.
Si fa presto a dire silenzio, ma ne esistono molti tipi, tutti mutano al cambiare degli esseri umani, come singoli o come collettività, comunità, popolo. Un silenzio può essere assordante, un silenzio può sembrare muto se noi stessi ci troviamo nelle condizioni mentali, psicologiche di recepirlo così.
La folla ferita che accompagnava il corpo martoriato di Jan Palach era muta di dolore, disperazione e rassegnazione o lanciava un umanissimo grido di rabbia, ribellione, vitale speranza verso il cielo della primavera di Praga?
Ancora, la gente italiana che celebrava le esequie pubbliche delle vittime del terrorismo, rosso e nero anche se Stendhal non c’entra (la sua illuminata ironia intellettuale farebbe comodo, oggi e sempre), era silenziosamente sconfitta o rinasceva rumorosamente dalle ceneri della violenza?
Insisto, sono tignoso, da anziano, invece di girovagare per cantieri, mi faccio spuntare le pigne in testa: negli ultimi 13 anni i nativi Guarani, Brasile, si sono suicidati con una frequenza venti volte maggiore rispetto alle popolazioni cittadine e triplicata rispetto al decennio precedente; per loro, il furto e la devastazione della terra è una tragedia, vera. “Noi indigeni siamo come le piante – diceva la signora Marta Guarani (tratto dall’articolo ‘Il suicidio dei Guarani – quando il divorzio tra uomo e natura incide sulla psiche’, traduzione di Valeria Guerrieri) – come possiamo vivere senza la nostra terra, senza il nostro suolo?“. Il loro silenzio è sinonimo di vita o di morte? Più definitivo di una denuncia, di una sentenza di colpevolezza.
Giacomo Leopardi, autore molto social, lo ha scritto nello Zibaldone: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore“. Dello stupore al cospetto dell’infinito.
Sempre deambulando nel campo della poesia, la magnifica Alda Merini sosteneva che, grazie al silenzio, con il silenzio, era in grado di reperire il coraggio necessario per permettere al cuore di dire quello che mai il cuore sarebbe stato capace di comunicare.
Dunque, cos’è questo silenzio arcano, multiforme? Da dizionario, assenza di ogni forma di rumore, suono o voce. Eppure, secondo le persone più sagge, il silenzio non sarebbe l’opposto o la negazione della parola, del suono, ma il perfetto, necessario contesto nel quale gli stessi fioriscono, si delineano, trovano la loro precisa collocazione, l’identità.
Il silenzio, il silenzio del mare, il silenzio degli innocenti; quanto è presente nella cinematografia, nella letteratura, nella poesia, nell’arte, nella psicologia. L’Urlo di Munch o il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich contengono suoni o immaginano realtà ‘afone’? Come avrebbe detto tempo fa uno bravo, ‘ai poster l’ardua sentenza‘. Se mi concentro sul dipinto, se esercito la forma più alta di astrazione e immedesimazione, non posso non udire le parole disperate, ma mute dell’uomo sconvolto dalla sua solitudine esistenziale, i suoni attutiti ma presenti della natura che circonda il viandante, fino a ridurlo a una piccola parte del tutto universale.
C’era chi da bambino sognava di dipingere il vento – uno a caso, Emilio Salgari – e chi, una volta adulto, è riuscito con immagini, parole, suoni a immortalare il silenzio, meglio, un aspetto simbolico di esso.
“Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice“. Vorrei essere il postino di Neruda, recare questo messaggio a ognuno, in ogni dove:
forse riusciremmo a reimparare a vivere.

