Chi si isola, sbaglia; chi si aggrega, chi impara a lavorare in gruppo, chi esperisce collettivamente: progredisce.
Procediamo con ordine, però, non intorbidiamo le acque, o, perlomeno, seguiamo una rotta precisa, se non tranquilla.
Affrontiamo gli interessanti marosi della Penelopeide, se così ci aggrada, adottando la definizione di Silvia Ronchey (su Robinson di La Repubblica), che con arguzia analitica ridefinisce non solo il carattere di Penelope, ma anche l’apporto e l’impulso decisivo che la sua figura mitica hanno fornito alla Storia e ai Ruoli delle Donne nell’ambito della società umana.
Oltre ogni apparenza e considerazione ufficiale – Penelopeide è anche il titolo di alcune opere composte in questi ultimi anni da autrici e autori illuminati – nonché, senza tema di smentita, la sua definizione (della sovrana di Itaca) risulta superficiale, stantia: il consorte di Penelope, da maschio che si crede esemplare (in tutti i sensi) unico e destinato a imprese epiche, ha deciso di vagare per il Mediterraneo? E, tornato finalmente sulle amate sponde, di riprendere il viaggio, abbandonando Itaca e la legittima sposa?
Orbene, Penelope, lungi dal piombare in preda al dolore, lungi dal dimostrarsi la tradizionale moglie fedele – Antinoo, capo dei folli spasimanti, ‘invasori’ dell’isola, era di fatto suo amante – silente, e, soprattutto, paziente; in realtà, il vero essere superiore è proprio lei, ribaltando gli stereotipi giunti fino a noi, rovesciando il significato attribuito al racconto omerico: tenace, per 20 anni governa Itaca da donna sola, intelligentissima; tiene in scacco, anzi, a bagnomaria, centinaia di giovani nobili, ai quali è negato in modo totale l’accesso alla sala del potere. Quello nella stanza da letto, nell’alcova nuziale, parimenti, lo decide solo lei. Quando, in conclusione, Ulisse non frena la propria indole per varcare le colonne d’Ercole, anche Penelope salpa, consapevole che non esiste più nessuno (forse, non è mai esistito) da attendere. La scoperta di tutte le meraviglie del mondo non è più appannaggio (né narrazione, come usa considerare adesso) maschile.
Avvincente, a scriversi, anche la storia dell’Homo Sapiens. Una vicenda, come quella della mitica Penelope, ritenuta ormai certa e immutabile, mentre le scoperte recenti, con conseguenti conclusioni, ci svelano nuove pagine da leggere, con estrema attenzione. Le ha vergate il paleontologo francese Ludovic Slimak, nel volume intitolato L’ultimo Neandertal. La scomparsa dell’uno non sarebbe avvenuta migliaia d’anni prima della comparsa del nostro antico avo, ma i due si sarebbero incontrati, costringendoci a retrodatare, dunque, l’arrivo dei Sapiens. L’estinzione di Neandertal sarebbe una logica conseguenza dell’accadimento. Non senza sovrapposizioni e reciproca conoscenza. Forse, molto probabilmente.
Tutta colpa – anzi: merito – di un dentino da latte Sapiens, rinvenuto tra altri dentini da latte Neandertal: in quella grotta francese, Grotta Mandrin, nella Valle del Rodano, “l’ultimo fuoco neandertaliano ha ceduto il posto al primo focolare dei Sapiens“. Un anno, o meno, per l’avvicendamento tra i due popoli, testimoniato anche dal ritrovamento di migliaia di punte di selce che fanno dedurre agli studiosi, non solo una produzione più raffinata e seriale, ma anche l’utilizzo di quegli oggetti sottili e di pochi grammi per completare frecce destinate ad archi. Inventati, perciò, 40.000 anni prima di quanto credessimo fino a oggi.
Per evitare di sottrarre suspense al racconto, mi limito a compulsare che i diversi gruppi dislocati in Europa di Neandertal rimasero sempre isolati, “senza mai alcuno scambio genetico e culturale“; mentre i Sapiens, da subito, avvertirono l’esigenza, intuirono l’importanza decisiva di “fare gruppo, avere un’identità, di fare cose (pianificarle, realizzarle) tutti insieme“.
Mostrandosi assai più lungimiranti dell’homo technologicus. Indovinate chi.
Scaltrezza, fortuna o intelligenza sopraffina?
Considerassimo solo la parabola di Penelope, non nutriremmo dubbi.
