Bambini ribelli

Nessun trattato, saggio o rapido prontuario di sociologia infantile, pedagogia o per realizzare la paideia ateniese del V secolo (mamma mia).

Bisognerebbe capire, anzi prima – meglio, magari – sapere cosa siano paideia (παιδεία, per le persone più acculturate, senza offesa) e ribellione; il rischio di causare danni irreparabili aumenta esponenzialmente in modo direttamente proporzionale all’ignoranza, crassa. Come e più di sempre, ma pare non esistano magiche cure dimagranti.

Modello pedagogico che contemplava l’educazione, la formazione dei bambini sotto l’aspetto culturale, senza dubbio, ma si preoccupava, e molto, del loro sviluppo armonico, etico e financo spirituale; altro che tre I o IA. Questa è roba da classicisti, roba per stomaci forti.

Anche i Latini perseguirono lo stesso modello – vincente? non saprei, forse solo molto intelligente – aggiungendo un tocco più personalizzato, con l’humanitas. Vallo a spiegare, se ci riesci e, soprattutto, se hai coraggio.

Adesso vanno forte le discussioni infinite – magari fossero ideologiche – sulla Schwa. Del resto, come sostengono alcuni giornalisti illuminati e illuminanti, i poveri (di spirito) quaquaraquà che scatenano quotidianamente inutili dibattiti, non si rendono conto che in gioco non c’è l’instaurazione di un regime menzognero, ma, ancora più deleterio, la diffusione incontrollabile di miriadi di ipocrisie, per creare uno stato di sfiducia permanente, verso tutto e verso tutti. Controllare e schiavizzare persone isolate e sfiduciate diventa giochino agevole. Anche senza copiare o citare i Latini.

Più complicato tentare di addomesticare ribelli. In giro, per quanto rari, ne esistono, ancora; e non si tratta di acconciature strambe (il ragazzo con il ciuffo, per chi rammenta) o abbigliamenti eterogenei. Da re, di nuovo; bellum, guerra: chi dopo essersi arreso, muove in armi contro il nemico. Oppure, chi si solleva (risolleva, varrebbe la pena dire), in teoria, contro un’autorità legittima del proprio paese. In teoria legittima: l’autorità, non la ribellione. Infine, altra accezione ambigua, parlando di malattia, chi non cede a cure e medicamenti. Punto che andrebbe scandagliato in lungo e in largo, per focalizzare bene il significato autentico.

Comincia il bello e il difficile. Affidiamoci a bambini ribelli e irriverenti, modello Pippi Calzelunghe. Il personaggio creato dopo la II guerra mondiale – coincidenza – dimostra, lo sostiene con cognizione di causa Johan Palmer, pronipote di Astrid Lindgren, che “si può avere potere senza farsi corrompere, mentre tutti i leader del mondo si sono fatti corrompere dal potere. Pippi incarna l’antidoto contro l’autoritarismo“. Una ribelle, della specie peggiore, perché non solo respinge al mittente i precetti falsi della autoproclamata autorità, ma sa parlare ai fanciulli, li sa comprendere.

Qualcuno balla sul mondo, o si illude di farlo; noi vorremmo, fosse possibile a varie latitudini (magari tutte), ballare nel e con il pianeta. Collettivamente, senza esclusione di passi, di persone, di genti e popoli. Vorremmo ballare come parvulos, liberi, sinceri. Come animali, perché siamo animali, ma troppo spesso ci crediamo superiori, distanti, padroni. Interrogate in proposito Desmond Morris, lucidissimo a 97 anni: ha riscritto il suo saggio più noto universalmente e ne ha tratto una versione per l’infanzia, ricca di humour, densa di spunti. Le scimmie, e le scimmiette, continuano a ballare, nude; l’uomo finge di essere il migliore amico degli animali, ma egli per primo lo è. Solo tornando a essere cosciente di questa verità incontrovertibile potrà riconnettersi, con la Natura. Cominciando a risolvere problemi oggi inaffrontabili.

Il semisconosciuto – per tutti gli ignoranti, pari grado a me – dottor Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico del secolo passato, lungo il corso di tutta la sua carriera si è dedicato a studiare l’infanzia, la sua evoluzione, i rapporti con i genitori, i paradossi dei bambini, che li pongono di fronte ai primi problemi, ma li aiutano a crescere. Le difficoltà, i giochi permettono loro di conoscersi e di imparare a interagire e relazionarsi con la realtà ludica, fantasiosa, e, allo stesso tempo, con la realtà concreta, con gli altri. Insomma, crescere secondo i principi di una moderna paideia.

The Donald, Winnicott – avete per caso frainteso? – non ha mai cambiato idea:

le mamma e i papà dei bimbi sono chiamati a sostenere e rispettare la loro capacità immaginativa.

Anche la noia, che acuisce l’inventiva;

nei giochi prima, nelle attività culturali e artistiche, una volta formati e approdati all’età adulta.

Rammentando, tra le altre, una massima di Socrate:

Ho gettato via la mia tazza quando ho visto un bambino che beveva al ruscello dalle proprie mani“.

Fattore H

Fattore, di campagna: nel senso di direttore, anzi, facitore in prima persona, agricolo. Cos’altro, perbacco (soprattutto Bacco)?

Insomma, chi fa opere, il creatore; con la “c” minuscola, non montiamoci la testa: sul collo, dove per definizione, dovrebbe stare (come insegnava Totò).

Fattore, matematico, cioè, invertendo l’ordine degli stessi – non contadini – il risultato non dovrebbe mutare. Ma, signora mia, con questi chiari di Luna, con la scomparsa definitiva delle mezze stagioni, non si può mai dire: mai dire mai. Corretto, il caffè.

Fattore, tecnico scientifico: peggio mi sento, voi, non so. La spiegazione (o spiega) è talmente complicata che rinuncio in partenza – a priori, per così scrivere – a spiegare, capire. Anche se, di solito, chi non sa, chi non fa, si erge a professore.

Più che un fattore, qualunque sia il significato attribuito, mi sento a pieno titolo, sono: un fattorino; diminutivo, certo, senza dubbio, ma anche un impiegato subalterno, un garzone con incarichi minori – senza offese – un latore di messaggi o fiori, da parte del Cardinale Richelieu. Non per vantarmi, ma anticamente, quanto me, il lemma indicava svariati arnesi con funzione di sostegno. Un fattapposta foggiano, forse non uno strumento nobile, però utile. Utilizzandolo.

Fattore H, non la bomba, ripudiata per sempre insieme a qualsiasi tipo di arma, dai coltellini elvetici in su, da un’umanità finalmente umana. La H è muta, dicono come un pesce, ma non è mica vero. Forse afona, ma decisiva.

Attenti, poi, al folle esperimento del Dottor H; o si trattava del dottor K? In ogni caso, il ronzio delle mosche è inquietante e anche quello delle macchine ‘pensanti’ allo stato brado (non bradipo), non scherza. Fa maledettamente sul serio, soprattutto se l’uomo abdica e rinuncia al proprio cervello.

Fattore K, questo sì: trascorso un secolo dalla morte di Franz Kafka, non riusciamo ancora a capacitarci totalmente, pienamente del suo genio, della sua ironia che utilizzava in modo magistrale per descrivere la follia del potere (citate esempi, se vi aggrada: a bizzeffe) e la labile, incerta, traballante condizione umana. Se i processi industriali sempre più pervasivi, invasivi ci hanno reso alienati e hanno distrutto l’ambiente, tremiamo pensando a cosa potrebbe fare la sedicente ‘intelligenza artificiale’, mentre restiamo dei piccoli esseri fragili, tali e quali ci faceva vivere sulle pagine, tra le righe, con le sue parole: incompiuti, alla perenne ricerca di senso, che non raggiungeremo mai. Forse. Se non all’epilogo della storia.

Generazione Z, Fattore H, crucci contemporanei; H, non come hospital, semmai hospitale (latino antico, non perfido albionico) cioè ostello. Accogliente, confortevole: auspicabilmente.

Tralasciando, ahimè, la medicina immunologica, i classicisti al macero, vagheggiano ancora che il fattore H, humanitas – nel senso di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza – sia quello decisivo, definitivo;

per i Popoli, per il Pianeta.