Minuetto nella nebbia, nel vento

Avanzo incerto, a passo di minuetto.

Mi si addice, mi confà: anche se si tratta di danza gallica – ovvero transalpina – creata chissà come e da chi all’inizio del secolo XVII (1600, per capirci o almeno tentare).

I passi sono più brevi – pas menu, piccolo passo – rispetto ad altri balli famosi e in voga, congeniali a un eterno – ragazzo? siamo seri – scomposto, goffo, proprio imbranato, tale e quale lo scrivente.

Piacque al popolo (nessuno sa cosa sia), poi se ne innamorò e impossessò l’aristocrazia, ai tempi di Luigi XIV; minuetto e Re Sole. Ritmo prima moderato, poi, con il trascorrere dei tempi – giochi di parole – , sempre più sostenuto, anzi, proprio allegro. Del resto, erano la sedicente nobiltà, l’andatura la decidevano a piacimento.

Meno allegri i sudditi che, malgrado le armoniche piroette, furono costretti a subire 72 anni di regno assolutistico, improntato alla discendenza divina del potere; minuetto infernale.

Come scrive argutamente Maurizio Maggiani, la (vera) gloria non appartiene ai vincitori – inguaribili chiacchieroni e promotori di sé stessi – ma ai loro cantori, ferrati (efferati?) nell’arte della parola, del racconto. Da tenere a mente che vanto, vano, vasto derivano dalla stessa radice indoeuropea wa, cioé devastato. Ognuno tragga le conclusioni dovute: gloria e vanto, di solito, non conducono a epiloghi lieti.

Bello ballare nel Sole, nella luce – anche se 6.000 gradi centigradi sono vagamente eccessivi – ma nella nebbia e nel vento, trovo maggiori affinità, come la maggior parte dei miei auspicati simili.

Siamo tutti viandanti sul mare di nebbia, come Friedrich pintor, non saprei dire quanto affini ai romantici teutonici, eppure al cospetto dell’infinito e del sublime, piccoli ammirati uomini, errabondi, capaci di meraviglia, vogliosi, consci dei propri limiti, infinitesima parte (frammenti) di questo meraviglioso universo.

Volenti o nolenti – magari nolani! – esseri naturali, nonostante le nostre amnesie, le nostre sovrastrutture; nature girls and boys: come l’autore della canzone preferita da Nat King Cole (a proposito di “re” e di gloria che volge in rovina). Il fumo delle sigarette è azzurro lontananza e nostalgia, brucia carta, nicotina, vite, incurante di voci sublimi, che non sanno accontentarsi di sé stesse.

Scegliere di chiamarsi eden, vivere con tre dollari al giorno abitando in una grotta, nutrendosi solo di frutta e verdura crude, permettere a un crooner afro americano di raggiungere il vertice della classifica delle vendite di dischi (non volanti, in vinile), in una confederazione spiccatamente razzista, nonostante i principi costituzionali. Se non ci credete, chiedete conferma a Luca Barbarossa.

Firmarsi con lettere minuscole, perché solo la trascendenza divina merita la maiuscola, credere che la vera vita si estrinsechi nella semplicità, fondata sull’unico comandamento, sull’unico valore che conti:

l’amore.

Per ogni cosa, nei confronti di tutti.

Parte sbagliata

Una moda, in fondo; un atteggiarsi, uno sbandierare il ruolo da vittima, per ottenere vantaggi egoistici, personalistici. Spesso, elettoralistici.

Accomodarsi – si fa per scrivere – dalla parte sbagliata della storia, qualunque storia; pericoloso ma giusto se si tratta della difesa dei diritti civili e della libertà, quella vera responsabilizzante, di tutti; errato, senza se e senza ma, quando comporta l’adesione propagandistica, magari senza autocoscienza (pio tentativo di comprendere), a una ideologia anti storica, anti umana, anti ambientale.

Diciamolo, chiaro e tondo: chi vuole la guerra (le guerre) aderisce in pieno non solo al programma di annientamento dei Popoli, o di alcuni di essi, ma lo fa per bieca volontà di profitto, attraverso il triste mercimonio delle armi, attraverso il potenziamento sine die dello sfruttamento delle fonti fossili.

In spregio alla Vita, al Pianeta.

Non siamo in una canzone, non siamo in una poesia – forse esagero, di proposito – di Francesco De Gregori; lo strapuntino, la capacità di (ri) volgere lo sguardo, la capacità di comprensione dipendono dalle nostre capacità individuali, dipendono da quanto siamo in grado di osservare; come il cuoco di Salò: si preoccupava di preparare il cibo a quegli uomini che in una grande giornata storica, mentre con dolore e fatica si faceva l’Italia, morivano dalla parte sbagliata. Affrancando però l’autore del testo dall’adesione al giudizio morale e politico delle note vicende. Con il cuoco quasi inconsapevole, come scrive il BarbarossaLuca – di essere capitato al centro di una zona d’interesse.

Con semplicità: abbandonare la bagarre, mutando prospettiva, punto di vista; lo strapuntino personale, appunto.

Per paradosso, i tempi di Bertolt Brecht – nessuna omonimia o parentela con qualche calciatore teutonico – erano più semplici; potevi dire con relativa tranquillità “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati“. Nessuno o quasi, avrebbe frainteso o stravolto il senso del celebre aforisma, nessuno avrebbe replicato con frasi false, tendenziose, di odio; nessuno si sarebbe permesso uno sciocco dileggio, al massimo un dissenso motivato.

Oggi, solo per intendersi, bisognerebbe ri raccontare per sommi capi la vicenda del mondo e dei bipedi dal Big Bang, dall’ameba ai giorni nostri; con il rischio, fondato, di schiantarsi contro l’intelligenza artificiale, contro le deficienze (mancanze, senza allusioni ironiche, oniriche) naturali.

Eppure, tanto per non reiterare il culto del passato, Italo Calvino sosteneva che – Salvatore Settis, esimio antichista, laureato alla Normale di Pisa, lo racconta – per capire (forse, persino apprezzare, in un certo qual modo) il presente, serve uno sguardo da archeologo, una persona che sappia cogliere le stratificazioni che hanno edificato la realtà contemporanea.

Per sottrarci al pessimo andazzo – o al deludente vivacchiare – dovremmo fare come il già citato Brecht: inseguire i sogni e la poesia, a ogni costo, anche fosse cagione di esilio e/o di persecuzione; battersi per il rinnovamento, quello vero, contro pratiche stantie e distruttive.

Se tutti si siedono dalla parte del torto, non significa in automatico, che tutti sono nella ragione (Hanno tutti ragione, Paolo Sorrentino);

significa solo che bisogna mutare rotta e approdi, significa – per affidarci alla sapienza del professor Settis – che dobbiamo adottare il ‘metodo della Normale‘:

grandissimo piacere per la ricerca, anche delle svariate fonti, volontà e passione per la conoscenza globale.