Staffetta

Il male è potente, ma non prevarrà.

Soprattutto se, passandomi il testimone, – mentre sono in attesa sotto un salice piangente sulla riva del fiume Noncello – qualcuno non mi contagerà anche con l’odio.

Resterebbe da stabilire se sia più potente l’energia negativa, o il suo contraltare positivo, ma è una di quelle questioni sempre in bilico. Dirimente, decisiva.

Sono scomparsi i faraoni egizi, gli imperatori cinesi, i grandi capi dei Nativi d’America; scomparse, obliate le loro imprese, andati in rovina e disgregati i monumenti che ne celebravano la (presunta) grandezza e superiorità; nulla è rimasto, dissolti, come l’arroganza, la vanagloria.

Dove non sono mai stato, là sono: con l’immaginazione, con la fantasia, con la speranza che: prima o poi… Con i sogni, con i voli pindarici che così scombinati non sono, con la volontà di scoprire, riscoprire, condividere. Perché se non io sono là insieme, semplicemente, non sono.

Non farò da porta, né da sentiero, né da messo latore dell’odio: non mi interessa, non adoro il male, non reputo la morte un epilogo, solo una fase intermedia.

Vorrei che il mio amore fosse come quello di Rossella Casini, vorrei fosse coriaceo come il suo, vorrei esserne capace e degno. Oltre i riti, oltre gli inutili simboli di falso onore, oltre ogni finto potere generato dalla violenza, sinonimo di sconfitta: umana, culturale, sociale. Vorrei conoscere il suo coraggio, le sue parole, i suoi gesti che hanno annientato il male: con uno sguardo timido, con un sorriso lieve, con dei capelli arruffati.

Vorrei che l’amore – qualunque forma, qualunque aspetto, qualunque contenuto abbia – fosse come il testimone di una gara olimpica di staffetta mista; se inciampassi, se accusassi crampi, difficoltà, debolezze, sarei tranquillo perché il testimone passerebbe nelle tue mani preziose e arriverebbe al traguardo.

In attesa di quello successivo:

più impegnativo, più bello, sempre più nostro.

Mitigare

Miti in gare, o, se preferite, gare di miti.

Lenire, rendere meno aspro – un sapore, forse la vita quotidiana – persino addolcire: il clima (quale? in quali modi?), il carattere, le leggi draconiane; non le rispettiamo mai, a partire dalle istituzioni che le promulgano.

Vorrei mitigare la sete di potere e odio, non da solo; vorrei mitigare l’inerzia dei molti, troppi – a partire da me – per reagire allo stato delle cose, che sembra inaffrontabile, incontrovertibile, enorme.

Si potrebbe – andare tutti quanti allo zoo, come animali – cominciare dalle città ove tutto sia disponibile in 15 minuti (non anni): servizi essenziali, beni di sopravvivenza, cultura in senso stretto e ampio. Basta centri commerciali, basta parcheggi e mega parcheggi. Un’idea (siamo sicuri?) di spazio urbano datata 70 anni – più o meno – che non regge la modernità, che non sta al passo del tempo e delle mutate situazioni. In tutti i sensi.

Servono delucidazioni? Forse illuminazioni. Di intelligenza.

Azioni semplici, fatiche nulle, risultati eccellenti; come scrive Gian Antonio Stella sul Corrierone: prendiamo ad esempio i tappi di plastica. L’Unione europea ha stabilito di renderli un tutt’uno con le bottiglie, scatenando le consuete battute da bar (magari) di certe espressioni teoricamente politiche – campagne elettorali? – eppure, noi italiani, qualunque sia il senso e/o il significato, siamo detentori del record continentale del consumo di acque minerali e dello smaltimento casuale dei tappi. Da quando esiste la ‘vituperata’ norma – non di Bellini – siamo giunti, incredibile visu, alla ragguardevole cifra del 70% di eliminazione corretta degli antipatici turaccioli, sugheri se vi aggrada di più.

Non sempre si tratta di cattiveria o malanimo, spesso agiamo – siamo? – da insulsi per pigrizia, presunta furbizia.

Anche le menti più brillanti talvolta peccano o scivolano nella hybris, osservano – traendone le erratiche (o errate?) conseguenze; bisognerebbe prendere spunto dal fisico statunitense David Finkelstein (non ‘Frankestin’), dalla sua ammirazione per Albrecht Dürer. Riuscire a scorgere e a fermarsi al cospetto dell’orizzonte dei buchi neri, ammettere i nostri limiti, confessare che possiamo risolvere i problemi che ci affliggono in questa tangibilità, ora – il nostro ‘ora’ – anche in modo geniale, ma non oltre. E’ sempre un problema di prospettiva, la realtà – Carlo Rovelli docet – non finisce al limitare dei buchi neri, semplicemente prosegue con regole e dinamiche completamente nuove, alternative, sorprendenti. Per noi piccoli esseri, di sicuro. Non induce alla melanconia, ci rende lieti della buona parzialità della scienza, non ci costringe a credere in un sapere dogmatico, dato una volta e per sempre.

Non dimenticare mai le conseguenze di un ictus – non solo, non tutte negative – aiutano a conoscersi più a fondo, meglio, ad accettare le proprie umane debolezze, a trasformarle alla bisogna in insospettabili risorse. Per tacere della Pina (Pinarello, la bicicletta).

Il Cielo, lo spicchio che vediamo e gustiamo, sopra il castello di Caneva, era funestato da nubi minacciose che preludevano (avevano scatenato) a procelle, ma si è inaspettatamente, generosamente mitigato. Non spetta a me, per ruolo e limitate capacità, trarre opportune, didascaliche, possibili riflessioni.

Pulsioni e pretese, mitigarle o estinguersi; subito, altrimenti, fine pena mai:

in attesa dell’epilogo, noto, definitivo.