Dogana

Craig Mello, chi è costui?

Curiosità oziosa – in ozio? – curiosità rivelatrice, della mia crassa ignoranza.

Ci arriveremo, forse. Con estrema cautela, certo.

Come imbatterci, prima o poi, anche in mezzo al deserto (miraggi esclusi), in un tetro, austero ufficio doganale, in grado, in potere, se concederci l’autorizzazione prezzolata di proseguire il viaggio o bloccarlo; il nostro itinere o quello delle nostre merci. Quasi equivalenti, oggidì, anzi: più importanti, fondamentali – le derrate – per il ‘libero mercato’, per l’incessante attività del neo liberismo.

Gli incerti di questa nostra vita, complicata dalle nostre inammissibili stoltezze: ci si trova rilassati su un indolente divano, poi, di colpo – in un attimo, direbbe qualcuna – in un burocratico ufficio, gabellati (nel senso di costretti a pagare gabelle), per ottenere il permesso di attraversare, in entrata uscita o entrambe, i confini nazionali.

Confini nazionali ri divenuti – ‘addivanati’? – di nuovo così esiziali, sbollita l’illusione, la chimera, del mondo globale e senza limiti; per tutto e per tutti.

Esportare, importare, è tutto un gran trafficare; ma se ottieni il bollo – marchio – doganale, la prosperità sarà tua, all’infinito (essere tua?). Sui dettagli, come disse un famigerato imprenditore laziale, “sopravvoliamo“.

Il ‘diwan‘, o divano, non è citato a caso: dall’arabo – quanto siamo in debito con quella civiltà – registro, ufficio; il temutissimo ufficio di cui sopra, per estensione magazzino pubblico o fondaco dove le mercanzie erano/sono conservate prima di essere ammesse/introdotte in città.

Indagando solo un pochino più analiticamente, rimarremmo affascinati dalle mille implicazioni socio antropologiche, dalle mille e ancora mille storie umane all’ombra delle dogane; per così scrivere.

Se era, è così astruso importare/esportare (o sembra) derrate, nemmeno tento di spiegare la trafila cui devono sottoporsi i nostri simili; i quali, piccole percentuali di esponenti criminali a parte, lo fanno non per diporto, non per sollazzo personale, ma per motivazioni vitali: fuggire da guerre (nuova normalità in larga parte del pianeta, meglio rifletterci), persecuzioni politiche e religiose, mutamenti climatici irreversibili.

A questo punto entra in gioco Craig Mello, non lo avrete già obliato, auspico. Premio Nobel per la Medicina 2006, in sodalizio con Andrew Fire, sostenitore indefesso e integerrimo dell’intelligenza umana.

Attributo misterioso, nonché magico che, in teoria, ci permetterebbe di venire a capo, risolvere moltissimi dei nostri ormai endemici assilli; specificando però che intelligenza naturale e intelligenza artificiale non sono automaticamente omologhe, equivalenti, simili.

Non solo la stupidità è conclamata in chi si comporta stupidamente (come sosteneva un certo Forrest Gump), ma “stupida è la mancanza di empatia e umiltà, rendendo difficile (impossibile?) discutere con chi dice di conoscere tutte le risposte“.

Se gli studi di Albert Einstein appartengono alla categoria delle meraviglie dell’intelligenza, dovremmo chiederci perché in un’epoca favorevole per creare cose bellissime per tutti noi e per la nostra casa comune, perpetriamo invece azioni orribili (in particolare chi ha responsabilità di governo) che mettono a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

L’intelligenza, argomenta Craig Mello, “emerge quando si sa essere ipercritici e capaci di porsi domande su ogni cosa (in apparenza anche la più banale), ogni singolo giorno“. Se bastasse la curiosità inesauribile, rivaluteremmo il popolo delle Scimmie. Per attenuare la tensione. Per inciso.

L’intelligenza, in vari gradi e quantità, è un patrimonio globale? Usiamola, senza riserve: i cervelli li restituiremo al termine della licenza di comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarli inutilizzati.

Per non ridurci a merci, bloccate alla dogana, obsolescenti.

Logorate, finite.

In malo modo.

Molti metaversi (onniversi?), molto onore

Pagina del francamente non so con esattezza cosa sia, ma un po’ – anzi, molto – me ne infischio.

Non per insopprimibile, insopportabile snobismosine nobilitate – ma perchè, fino ad oggi, non riesco a percepire l’utilità di questa realtà virtuale (negazione) così moderna e rivoluzionaria. Forse.

Nemmeno per emulare, alla molto lontana, Rhett Butler: il quale, per inciso, i metaversi li divora a colazione.

Al momento mi sono molto più chiari i pericoli e gli svantaggi a confronto dei presunti benefici; come sempre, quando un medium s’impone, ci sono bande di furbi profittatori e pletore di gonzi che si fanno abbindolare dal richiamo invincibile del miracolo. Per qualcuno: pochi, di sicuro.

Metaverso dai molti versi, multiversi – per non offendere gli universi plurimi coesistenti – e non si tratta nemmeno dell’evoluto popolo delle scimmie. Senza incomodare Goku, la sua banda scatenata, i Mandarini: feroci o pavidi che siano.

Quelli molto bravi, in tutto, ci ammoniscono: mai confondere AR con VR (Arezzo, ma anche Arkansas, con Verona). Mai miscelare cioè realtà aumentata (interazione tra realtà fisica e mondo digitale) con realtà virtuale (interazione tra persone, cose, eventi grazie, o a causa, del web). Tutto con visori al momento futuristici – o vecchi scarponi? – e ammennicoli tecnologici vari ed eventuali. Avete davvero bisogno di quella aumentata? La realtà vera non vi soddisfa totalmente? Non vi fornisce abbastanza stimoli e guai assortiti?

Ancora, il metaverso è un’opportunità, ovvio: economica, Ucci ucci sento profumo di vile denaro, ma non chiamatelo così, altrimenti siete volgari e passatisti. Che sappiate cosa sono, o dovrebbero essere, blockchain, criptovalute e NFT (non si tratta di un gruppo rock o di un misterioso acronimo) sempre sul soldo si ricade: è proprio un antico vizio.

Un condominio di periferia, con cinque palazzine: cos’è se non un infinito metaverso, con infinite personalità, infinite esigenze, infinite diatribe e discussioni? Condominio batte metaverso: infiniti a zero.

Avete presente l’autore statunitense Neal Stephenson? In verità, nemmeno io: prima di sentirlo nominare da un esperto meneghino di tecnologia e metaverso, pensando ai Pokemon, già immaginavo che questi sedicenti metaversi, multiversi, onniversi – potrei trasformarmi in un divoratore onnivoro di siffatte realtà – avessero in realtà un’origine in comune con i personaggi e i mondi creati dalla letteratura; paragone impegnativo, forse azzardato, ma non lontano dal vero. Siamo o non siamo esseri fantascientifici postcyberpunk? E dunque, occhio allo Snow Crash (1992), non solo potente stupefacente, ma anche e più letale virus informatico, in grado di avvelenare computer e cervelli con cui entra in connessione.

Mi contraddico? E allora? Mi contraddico, contengo multiversi, sono vasto: non sono sicuro che il pensiero di Walt Withman fosse proprio identico, però ci siamo capiti; almeno, lo spero. Potrei diventare il più grande difensore, sostenitore, propugnatore del metaverso, appena qualche anima pia di buona volontà mi tradurrà cos’è. Lo giuro.

Non esageriamo: potrei prometterlo.

Comunque, a me piacciono i libri;

sostengono i mobili claudicanti, arredano meglio.