Disegnare, sognare, forse.
Attività che spesso cessiamo di coltivare durante la crudele, poco sensata adolescenza, bollandole come fuochi fatui, infantili; condannandoci alla povertà – intellettuale, espressiva – e al cinismo.
Simone Massi, autore di film animati – tanti poetici disegni, poche parole – riflette su questo strano paese (il nostro) ricco di arte e storia, cui, però, “non piace rivangare il passato, specie quello scomodo“.
Antico malcostume: ci si illude che per guarire da vizi e mali, sia sufficiente ignorarli, nascondendo, a più non posso, la polvere sotto il tappeto. Nemmeno volante, il tappeto.
In questo piccolo lato del mondo, ci si vergogna delle proprie umili origini – humilis, la pianta che sorge poco da terra, ma si riconnette a humus, terra vera e propria, nostra preziosa progenitrice, nonché foriera di doni incommensurabili – “si è perso l’uso delle mani, delle parole. Si perde tempo per seguire le vite degli altri, non si vive la propria“.
Paradosso incalcolabile, sognare per attivare le fonti del disegno, per attivare le mani che creano cose concrete, per stimolare la nascita di parole in grado di raccontare le storie, la Storia, soprattutto quella perduta, anzi, abbandonata all’oblio.
Quanto avremmo bisogno di vagare “invelle“, da nessuna parte, lemma dialettale del regista che vive in un paesino nelle Marche e deambulando nel nulla (per i canoni della presunta modernità) trova, ritrova, attinge alle radici autentiche di sé stesso, ai valori essenziali.
Resistenza civile, lotte operaie (spesso, da sradicati in contesti che mutavano velocemente), realtà contadina, Simone Massi racconta quello che non vogliamo sentire né vedere, traccia disegni, percorsi onirici, che, una volta accolti e metabolizzati, diverrebbero nostri, i nostri punti cardinali, le nostre stelle di orientamento.
Disegnare la Memoria in disfacimento, Invelle, prima che il futile e il dilettevole – nemmeno quello, ormai – fagocitino tutto:
anche noi.
