L’immotivata frenesia contagia l’umanità – quella con i piedi caldi – e io, per non smentirmi, mi complico le ultime ore del 2024.
Sole invitto, chi è codesto Carneade? Invitto al Sole, non è invitato, nemmeno inviso, spero; ardentemente.
Invitto, invictus: non vinto, invincibile. Come dicono a sproposito ora i soloni, solare. Luminoso come Elio, il concetto. Quindi, scavando appena un po’, con l’unghia, senza troppa fatica, Natalis die – da non confondere con dies irae, ce ne scampi (boni) e liberi – rappresenta il giorno d’inizio di un evento. Importante, fondamentale.
Modesti per indole e natura, furono gli imperatori romani ad appropriarsi dell’espressione; natale di Tito, natale di Adriano, ad esempio, servivano a indicare, rammentare al popolo, a tutti che nel giorno indicato si celebrava il compleanno del ‘potente’ di turno. Natale di Mercurio (casuale) o di Minerva, bontà loro, cioè degli stessi imperatori, erano invece giorni dedicati alle celebrazioni degli dei o dei templi ad essi consacrati.
Non parliamo poi del Natale di Roma. Caput mundi, solo per citare le due definizioni più note e ricorrenti.
Eppure, forse non ci crederemmo, il più famoso festeggiato celebrato era proprio il dies Natalis Solis Invicti, ideato e calendarizzato dall’imperatore Eliogabalo (uno che il Sole non lo gabbava di certo), anche se ufficializzato da Aureliano.
In seguito, della ricorrenza si appropriò il Cristianesimo e già solo questo fatto dovrebbe indurci a interrogarci, a riflettere, a ponderare; quali sono gli eventi che passano alla Storia, quali personaggi i protagonisti. Al netto della fede, della religiosità, di ogni altra umana sincera convinzione.
Luce, radiosità, gioia ma anche il volo, il folle volo di Icaro. La pericolosa curiosità dell’uomo, l’ardimento di innalzarsi oltre i propri limiti, naturali, insuperabili. Dilemmi che da sempre ci tormentano e che forse mai troveranno risposte chiare, definitive.
A proposito di un dies Natali, citerei il 4 aprile 1978. Comprendo eventuali critiche, appunti, distinguo. La prima apparizione televisiva – catodica – di Ufo Robot (Goldrake) creato dal leggendario Go Nagai. In volo sul Giappone da ottobre 1975, giusto per sfiorare la pignoleria. Poi, nulla fu più lo stesso. Anche le generazioni seguenti, potenza di un vero mito, sono state conquistate dalla nostra sentinella nel blu.
Come si fosse avverato uno dei sogni di quel bambino del ’70, strenna natalizia 2024, imperdibile, è planata nelle italiche librerie la versione tradotta dal francese del poderoso – mai aggettivo fu più calzante – romanzo disegnato Goldrake (in originale Goldorak, autori Xavier Dorison, Denis Bajram, Brice Cossu, Alexis Sentenac e Yoann Guillo, per i tipi delle edizioni Kana); la vicenda con i personaggi originali della serie e con la benedizione del nume tutelare – onnipotente? – Go Nagai, riprende 10 anni dopo la dolorosa vittoria sulla truppe di Re Vega. Come se Ufo Robot non avesse mai lasciato la Terra. Di fatto, è andata proprio così.
Il regalo è addirittura doppio (San Nicola/Santa Claus ha voluto esagerare): Luca Papeo, artista italiano, autore di storia e disegni, per lo Studio Itaca – petrose rimembranze? – ha immaginato l’incontro/scontro tra Jeeg e il robottone pilotato da Duke Fleed. Una vicenda epica, mozzafiato che incanterà/incatenerà ‘anziani’ e giovani fanatici delle anime nipponiche, in particolare di quelle create dal maestro nato a Wajima.
Nesso forse inesistente tra la ricorrenza religiosa della cristianità e i mecha dal Sol Levante, ma a Natale, talvolta, le fantasie sfrenate, oniriche giungono a compimento. In qualche modo.
Sia Natale allo spuntare del Sole invitto, alba del cambiamento in meglio, luce della nascita, della rinascita di ognuno di noi.
Sia Natale per chi crede nell’equità, nella fratellanza, nella pace.
Lo vogliamo davvero?
