Vade retro (da me), dolore.
Non voglio compulsare – ci sono in giro già troppi adepti, contenti loro – l’apologia del dolore. Chissà poi perché. Non mi azzardo a formulare ipotesi (opinioni personali), mi limito a constatare.
Vivere con una sensazione che affligge, dal latino dolor, derivante dal verbo anch’esso latino (per la cronaca e per i puntigliosi): doleo; sento male – non c’entra l’udito – mi dolgo.
Mi pento e mi dolgo, mi rimbrotto da solo per la malaugurata iniziativa di affrontare l’argomento, la vexata quaestio.
Altresì, dal latino, ora e sempre presente, crescere: inteso come fare, produrre, creare. Soprattutto, aumentare di massa e di estensione in qualsivoglia verso, specialmente in altezza; aumentare di numero, d’intensità, financo di gagliardia. Fosse possibile, magari.
Come sosteneva PPP, il Poeta: sviluppo e progresso non sono sinonimi, anzi; nonostante oggi quasi tutti indichino l’importanza dello sviluppo e sia stata bandita la parola, parolaccia, progresso. Il paradosso o, se vi solletica di più, l’umorismo della situazione, nonostante i due concetti siano inconciliabili, senza la realizzazione del primo, molto difficilmente – o mai – si avvererà il secondo.
Affermo dai tempi dei primi, rudimentali ragionamenti che prediligo – teoricamente, ammesso intuisca i termini della tenzone – la crescita allo sviluppo, mentre negli anni ho rinnegato, rifiutato, esecrato al pari di una maledizione, forse ineliminabile ma non necessaria, il dolore.
Il dolore esiste, si verifica, va contrastato, combattuto, superato per scongiurare, evitare che si tramuti in sofferenza perenne, ma non lo considero viatico fondamentale, fondante per un incedere armonioso sui sentieri, già di loro accidentati, della vita. Rigetto il dolore quale architrave per edificare una persona buona e giusta.
Mutatis mutandis, inutile sottolineare il perché, come analizza il professor Roberto Mancini (pura omonimia), il capitalismo insiste nell’annientamento di vite umane e del mondo, ossessionato dal profitto, “rivelando la sua natura bellica e necrofila“; avendo ormai sostituito il riassorbimento delle istanze di contestazione con la repressione, dura e violenta. Mentre, i movimenti che ancora si battono e dibattono di pace come condicio sine qua non – da non tradurre con ‘siamo qua noi’ – e per un’economia finalmente libera dai diktat del neoliberismo capitalista, risultano spaesati, scombussolati. Unico modo per renderli – le idee e i movimenti – vincenti, celebrare la loro unione indissolubile, senza paura. Senza più dubbi né distinguo capziosi sulla collocazione e perseguimento della verità.
Più che mai, più di sempre nella Storia, aneliamo sogni da realizzare – fossero quelli di Kurosawa e Miyazachi, meglio ancora – non dolore né sofferenza;
come ripete costantemente lo stesso Mancini:
“i sogni ci insegnano mentre dormiamo quello che non riusciamo a capire da svegli“.
