Cobblestone Italian street with cafés, plants, and glowing lanterns at twilight

Quell’ultimo ponte

Piombare nella Città Eterna e ‘intrupparsi’ nelle manifestazioni della galassia – non si tratta di partecipare a Guerre Stellari, però ci somiglia abbastanza – 17 ottobre.

Ottobre rosso? Sean Connery? Mai dire mai.

Calare nella Città Eterna, non come Lanzichenecchi, ed eternarsi (ah, l’Eternauta); meglio, illudersi di diventarlo (Forever Young), consci che Roma ti seduce, imbriglia, imbroglia così, poi, senza ragione apparente, ti sgretola. Al tramonto, sulle rive del Tevere, con Elio che fugge e rifulge carezzando i colli, rimane solo Lei, magnifica e beffardamente crudele.

Perdersi per i vicoli di Trastevere, con la sensazione di vivere – rivivere – le vicende misteriose e arcane (“ar cane, lassalo perde“…) del Segno del Comando, senza essere professori, ma con la stessa predisposizione d’animo, per accogliere, sempre, la meraviglia, l’incanto; sotto forma di incontri con persone straordinarie, ammirazione per architetture ardite e sconosciute, passaggi nella grazia equa, solidale, armonica della Natura.

Poi, certo, all’ora meridiana, tutto svanisce, meglio, si confonde e circonfonde, al cospetto di un irresistibile padellino di bucatini alla carbonara. Nelle mitiche trattorie locali di un tempo, passato e perduto, non c’è più traccia di romani veraci, però, questi novelli Rugantini bangla, spesso hanno imparato molto bene l’arte.

Vassily, non il nuovo portentoso centravanti dello Spartak Mosca, ma Kandinsky, traccia nuovi percorsi, artistici, per chi possiede un pizzico di sensibilità per coglierli, per accettarli. Per giungere a lui, alle sue opere, bisogna scavalcare transenne, percorsi obbligati e obbligatori, immensi cantieri che, forse, trasformeranno Piazza Venezia, il suo endogeo, in continuazione naturale dell’infinito museo a cielo libero soprastante. Potendo, sarebbe bello essere scagliati da un arco nero dentro  il giallo, il rosso e il blu, volando negli anfratti mentali dell’artista, tra i suoi pensieri più intimi e meditativi, passando come lui, attraverso il paesaggismo, l’impressionismo e approdando all’astrattismo; più audace e rivoluzionario.

Con sei personaggi in cerca di un autore al teatro Quirino/Gassman, potremmo conversare con Luigi Pirandello, sulla necessità di infrangere la ‘quarta parete’, sulla non linearità del tempo (malgrado le nostre illusioni), sul passaggio, auspicabilmente con ritorno, da persona a personaggio, dall’avere forma cosciente all’essere pura forma, eterea.

Infine, varcare con fiducia il Ponte Elio e osservare a naso all’insù lo splendido, gigantesco mausoleo litico dell’imperatore – lui, sì – di Adriano; inerpicarsi sui bastioni, sulle piazzette che sono terrazze, volare come angeli, notare Roma dall’alto per un punto di vista, o più punti, generale che non consenta evasioni (innocenti o meno) ai particolari, ai dettagli; confidare nel passetto di borgo, per allontanamenti, distensivi e momentanei, dalla realtà.

Dopo un ultimo ballo, giro di valzer, con il gattopardo principe di Salina, nato in Harlem (Usa), eppure siculo vero, vero cercatore, ricercatore di quel tempo perduto, ritrovato nella fragranza di una piccola madeleine da Marcel (non Marceau, Proust); anche trasferirsi in una villa vesuviana del Miglio d’Oro – scoprendo, una volta in più, che nulla abbiamo inventato, ad esempio, il tanto reclamizzato street food – di Ercolano, non ci salverebbe dalle ceneri: laviche, delle mutevoli sorti umane.

Ponte di Elio – nostro Sole ardente – , forse l’ultimo;

nell’attesa, nella speranza, del prossimo.