Iato

Pagina dello Iato, specifico subito a scanso di equivoci, scansioni, scansie: non ho detto Cato.

Cato Fong, maggiordomo, fido nel senso di fidato, non felino, assistente maestro e allenatore alle Arti, marziali; cinese, ma non sono razzista e nutro molta stima per le antiche civiltà e per il popolo dei Pipistrelli.

Referenziato ottimaMente dall’ispettore Jacques Clouseau della Surete.

Mentre scrivo, non sarebbe davvero il lasso da rodeo propizio opportuno adatto per combattere, né sul serio né per allenamento; anche se resta la percezione che il momento della pugna stia per giungere, stia per sopravvenire il redde rationem, così i grandi sostenitori della metafora bellica troveranno appagamento, pagamento e pane duro, per i loro dentini.

Sarò pedante – no Dante, no party – puntiglioso avrò le pigne, dentro la capa: non ho scritto nemmeno Jago.

Lo iato è forse una iattanza, una iattura (frittura)? Etimo etimo, salvaci tu, dalla nostra abissale pomposa pavida ignoranza: ignoro, quindi sentenzio. Sprofondo nelle mie orride lagune culturali. Sono morti i tempi – al bando i tempi morti, a morte i sommi capi – del conoscere per deliberare; e poi, scusi, Lei chi conosce, se nel frattempo i sani 6 gradi di separazione sono stati divelti, spianati, annichiliti: da social vergognosi in quanto senza vergogna, da bipedi ormai inumani, metà app metà gregge.

Tanto cresce la monità – concetto derivante dalla Sacra Mona, culto delle genti venete e friulane – di gregge che i Lupi del branco pregustano già lauti abbondanti pantagruelici banchetti. Avete già scaricato l’imperdibile app ‘InMona’? Tutto va in Mona, Madama la Marchesa; tutto è bene, quel che finisce in Mona; se son Monalise, fioriranno (saggi di proverbiale saggezza popolare).

Iato mio, iato mio, per piccino che tu sio – De Sio, le Sorelle partenopee – sei più perniciosetto di uno sbadiglio, sempre mio; mi apro come fossi una cozza non più abbarbicata, spalanco la bocca coprendola, per pudore per rispetto, della bocca e delle parole che potrebbero fluire, senza controllo senza briglia senza autorizzazione.

Non voglio lasciapassare, né anelo marchiatura come bestia da soma.

Iattanza è un menare: vanto, sempre meglio del povero cane per l’aia. Una millanteria, una mattanza di fatti e verità, un’ostentazione, del nulla. Eterno ma reiterato, purtroppo.

Vedo che il tuo iato è grande quanto il mio: il divario, l’Oceano ormai placido e silenzioso – non ne sarei così sicuro – tra la vita che avrei voluto e quella svolta, un po’ a braccio, un po’ a mente, non sempre libera; uno svolgimento un po’ così, con quella faccia un po’ così di noi che la scriviamo direttamente in bella, tanto che alla fine del componimento non si capisce se la versione sia quella definitiva o solo la brutta copia. Uno iato enorme tra i Sogni che facevano volare, che trasformavano un traballante armadio del ripostiglio in una formidabile cosmonave e in un magico portale per viaggiare tra i Tempi, e le più modeste grigie aspirazioni poco ispirate attuali, in un mondo dopo nel quale perfino il naturale istinto di sopravvivenza viene censurato come disfattismo anti sistema, ribellismo, negazionismo.

Di cosa, di grazia?

La Grazia l’Umanità la Bellezza le negate e le uccidete voi che instillate fobie paura terrore contro la Vita, contro gli esseri della razza: umana.

Confidare di nuovo, ancora e sempre nei miraggi della Fantasia, unici ormeggi approdi viaggi sicuri per un’esistenza se non gloriosa, dignitosa, impugnando penne bussole matite spade, del Sole:

perché tutti un giorno siamo stati protagonisti al fianco del Principe Valiant della più grande e bella avventura del Mondo.

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