Alba chiara o dolcetto di

Pagina dell’Alba, di un giorno nuovo o del nuovo giorno, quotidianità semplice, non gallonata.

Ogni alba foriera di premesse o promesse, attenzione che tutte non finiscano in rimessa, ché rimetti a noi le nostre promesse quotidiane, per redimerci da premesse, non sempre allettanti né consolanti, né all’altezza, anzi.

Dacci oggi il nostro lutto quotidiano, per allenarci, per non illuderci, ma anche il nostro letto di spine – ottimo per aspiranti fachiri – di petali di rose e poemi, alcove lascive come certi imenei, ove consumare e consumarsi in fugaci ardori; contando sulla presenza di estintori efficaci efficienti, periodicamente controllati.

Donne che vivono corrono ballano con i Lupi; non è detto né scritto che poi alla fine delle fiere, tornino a casa: soprattutto quando la sedicente magione e/o patria – radici patriarcali o catene? – è un nodo scorsoio, di corda rugosa che imprigiona tortura uccide.

Rammenta, se l’albero dà frutti aspri, non li renderai più dolci abbattendolo; come non salverai la Casa Comune, la Madre Comune – Gea celeste – affidandola alle cure degli stessi criminali che per mezzo secolo e oltre l’hanno offesa, vilipesa, sfruttata, violentata.

Attento anche alla forbice, non solo sociale economica culturale – il digital divide, una gazzosa con birra, al confronto – ma a quella genetica; se Ti parleranno di dna sartoriale, su misura, comincia a diffidare; potrebbe curare malattie, potrebbe inocularle o tagliare bipedi su misura anche quelli, ritagliati perfetti per diventare, ancora di più, manichini del potere. Abito, manichino, quanta confusione in sartoria, occhio a non perdere il metro, di tutte le cose.

Per la cronaca, storica: non solo il primo nucleo umano, anche la prima sartoria nacque in Africa. Se non credete a me, chiedete a Vianello, Edoardo.

Pedalando tra le nubi: in quell’atmosfera sospesa, carica di attesa e di tensione, per un evento fenomeno accidente atmosferico, annunciato previsto calcolato, dal modello matematico; la nostra app di riferimento un tempo si chiamava Colonnello Bernacca e per i più audaci, sporgersi dalla finestra. Avete mai fatto caso al profumo dell’aria pochi istanti prima che cominci la picchiata delle gocce di pioggia verso la beneamata Terra?

Anche i morti viventi hanno fatto il ’68 del 1900, non a caso hanno vissuto la loro notte di gloria proprio nell’anno simbolico – iconico? – indicato quale abbrivio della contestazione giovanile giovanilistica gioviale dei Ragazzi, rivoluzione vera presunta formale, più o meno globale; virale no, ancora non usava: o forse virale ante litteram, pensando ai cari Zombi di Romero. Certo, più incalliti infuriati in spirati degli attuali viventi, assai smorti, nel loro pensierino unico solitario, nella loro pseudo ribellione, incasellata.

A proposito di mostri, nella migliore più ampia più latineggiante accezione: orrorifico genetliaco Mister Dog, Dylan Dog. I tuoi primi 35 sono stati uno spettacolo d’arte varia ma unica, nel tuo genere. Fumetto di avanguardia e di rottura, anche in questo caso, in senso positivo. Nel preistorico 1986, facesti comparsa nelle edicole italopiteche e subito – immagino che da ex dipendente cimiteriale e ex alcolizzato, appassionato del cinema horror in bianco e nero, avrai goduto come non mai – celebrarono, ingenui, il Tuo trapasso rapido a vita migliore, ma non editoriale. Invece, lentamente inesorabilmente, dopo un quinquennio di agonistica agonia – piano quinquennale, anche bolscevico, dunque – dylaniasti, no, dilagasti sul mercato, fino ad assurgere a fenomeno culturale pop. Forse a Tua insaputa e esclamando aaaargh, proprio come il molesto campanello di casa a Craven Road, Londra.

Grazie Dylan per le emozioni e i capolavori di letteratura disegnata che hai saputo donarci in questi anni, grazie al Tuo papà e primo mentore, Tiziano Sclavi.

Grazie per la lezione, i veri mostri troppo spesso siamo noi: o quelli che si annidano nelle tenebre inesplorate, inespresse delle nostre piccole anime.

Nell’alba nuova, dolcetti o vendetta, dei Morti Viventi

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