Pandemie: Achab o Frost?

Pagina delle pandemie virali, non solo, non in via esclusiva, legate all’era dei virus mutanti.

Purtroppo, dai primordi – bagordi balordi? – dell’Umanità (la u minuscola sarebbe più appropriata), le autentiche pandemie epidemie epiche riguardano da molto, troppo vicino, le disuguaglianze sociali e le logiche claustrofobiche, soffocanti, predatorie, del potere.

Buongiorno, quindi, a chi nei mesi scorsi – scorsi via in fretta, a nodo, anch’esso scorsoio – con faccia bronzea (ma non bella come i masculi di Riace, con annesso ex sindaco eretico) si erano, improvvidi meschini, investiti travestiti da paladini, promotori della campagna per assegnare il Nobel per la medicina (pace o pece?) – già molto ammaccato, per opacità tutte sue – ai caporioni delle multinazionali farmaceutiche; detentrici esclusive e poco collaborative dei brevetti di tutti i farmaci più importanti e necessari al momento sulla Terra, aziende a due gambe, perché troppo facile e assolutorio sarebbe associarle al biblico Leviatano: nel corso dell’ultimo anno, gramo per i popoli, esse hanno realizzato utili pari a 1.000 (!!!) dollari al secondo, creando 5 nuovi miliardari (fonte: Oxfam, articolo pubblicato su Altreconomia, febbraio 2022); i vaccini, non solo quelli imperfetti di nuova generazione, per i paesi in via di sviluppo restano un miraggio nel deserto, una chimera, appassita: infatti, in quelle regioni del nostro Pianeta, le persone che muoiono contraendo il coronavirus detto covid 19 sono, in percentuale, quasi il doppio rispetto a chi vive nei famigerati, cosiddetti paesi ricchi nord occidentali.

Se non fossi il caritatevole samaritano – virtuale – che sono, vi chiederei: avete mai incontrato, dopo lauta lieta colazione, una Panthera tigris altaica, meglio nota come Tigre bianca (albina, senza offesa né discriminazione caleidoscopica) dell’Amur, la magnifica possente Tigre siberiana? Di cuore, vi augurerei prima o poi, di farne una conoscenza ravvicinata, e dopo la comprensibile espressione di meraviglia sui volti e nella voce, vi inviterei a spiegare a Lei tutte le vostre, certamente valide, ragioni: buon simposio.

Le pareti del cervello sono, dovrebbero essere, mura portanti del castello chiamato donna/uomo; speriamo siano, restino abbastanza – a sufficienza, mai con sufficienza – libere, libere per esercitare la professione specifica, quella meravigliosa ginnastica mentale conosciuta con il nome di sinapsi – beato chi recita a menadito il greco, antico: Zorba – pareti spoglie per dipingere, per appendere fiori nuovi o quadri: di Van Gogh, Artemisia, Caravaggio, Tamara, Hopper, Vettriano, Frida e via così, ad libitum; immagini sontuose, per alimentare l’immaginazione.

Quando sugli argini incontro persone scampate a guerre, persecuzioni, carestie – anche e in larga parte per colpa mia, del mio egoismo cieco – le saluto con sincera empatia, ma mi resta sempre il dubbio di non essere degno di rivolgere loro nemmeno una parola.

Nel coacervo, nel marasma, nell’inestricabile ginepraio di commissioni e comitati di origine e diretta dipendenza parlamentare, ne esiste uno che avrebbe, come missione precipua e sacra, il controllo della sicurezza – niente di meno, niente di più – della nostra immalinconita Repubblica; ebbene, codesto comitato, nonostante gli ultimi 7 anni – di guai varj ed eventuali, comprese certe irrituali repliche istituzionali – siano stati in assoluto i più caldi da quando la scienza ha cominciato a registrare fenomeni meteo e temperature della febbre del Pianeta, sostiene l’insostenibile tesi della necessità di accompagnare la sedicente transizione ecologica con un raddoppio dell’accaparramento di energia da idrocarburi: una perfetta applicazione da manuale – anzi, da romanzo – della famigerata, funesta sindrome di Achab, il capitano pazzo che condusse alla mattanza il suo equipaggio, per inseguire demoni e ossessioni personali.

Dovremmo imparare a memoria le poesie di Robert Frost e dalla memoria, trasferirle e metabolizzarle con l’anima – ove disponibile – per capire, in modo definitivo, che niente è più effimero illusorio evanescente dell’oro; il mondo finirà, con fuoco o ghiaccio, nessuno può ancora stabilirlo:

potrebbe concludersi con una doppia condanna, con un epilogo doppio, chissà quanto catartico, sempre per colpa della algida cupidigia dell’uomo e/o della fiamma incontrollata delle sue insane pulsioni.

Sempre attingendo al buon Frost, potremmo auspicare che dopo aver creato da soli la notte più lugubre, sarebbe saggio non oltrepassare l’ultimo bagliore dell’avamposto, l’ultima fioca luce della nostra civiltà.

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