Riso, del/dal Katai

La Cina era lontana, così lontana che durante il tragitto – poteva durare anni, senza certezza di giungere alla meta – mutava addirittura nome, per diventare il leggendario Katai.

L’orgoglio di fantastiche operaie, api e donne, le biciclette di Shangai ché l’energia motoria umana resta abbastanza ecologica. Lavorare come un cinese equivale a lavorare come un negro? Al netto dei razzismi, temo si tratti in ogni caso di fatiche sovrumane. Quando durante l’infanzia, nelle liti infantili da cortile o perfino da parrocchia, qualcuno ti diceva con tono aggressivo: ma va’ in Cina, la sensazione è che non si trattasse di un augurio per una carriera da mercante e/o esploratore, nemmeno da inviato giornalista a Pechino. Piazza Tienanmen nel cuore.

Il riso abbonderà nella bocca degli sciocchi, ma sono sciocchi che almeno hanno la possibilità di nutrirsi; del resto, come dettava Totò a Peppino, abundantis abundantiam; melius abundare quam deficitare (essere e/o fare i deficitari).

La via era (sarà) della seta, ma il percorso non è certo foderato di velluto; siamo andati negli ultimi decenni con l’arroganza e la superbia tipiche degli occidentali, credendo che il Dragone dei mercati globali ci aprisse quello interno, permettendoci di arricchire i soliti famigerati del profitto; i suoi adepti hanno spesso imparato i nostri metodi e le nostre tecniche del lavoro e poi con la loro forza schiacciante – numerica, geografica, di risorse naturali – e la dedizione totale, ci hanno surclassati nella crudele competizione poco sportiva chiamata pil. Come disse qualcuno, la Cina ha vinto in modo sleale: le lavoratrici e i lavoratori hanno lavorato duro durante l’orario riservato al lavoro.

Da va’ in Cina, a va’ su Selene è un attimo: anche perché percorrendo di buona lena tutta la Muraglia, non è detto che alla fine la bicicletta non riesca a spiccare il volo. Del resto, dai tempi di Melies. abbiamo la stessa ossessione. Ora poi che abbiamo scoperto i pit – non i pit stop, sarebbero necessari all’Umanità, in quantità industriale – ossia le cavità lunari circa 200 nelle quali pare viga un microclima gradevole con temperatura sui 17 gradi e soprattutto in grado di proteggere dai raggi cosmici e perfino dai monsoni meteoritici; al punto che qualcuno già vagheggia di sfruttarle per ospitare in un futuro prossimo (prossimo più per la Luna che per la Terra) torme di cosmo turisti, realizzando il primo albergo diffuso satellitare della storia – anche se, i patiti del telefilm britannico Spazio 1999, avevano immaginato questo e altri mondi possibili molto ante litteram rispetto a questi mercanti fuori tempio e fuori tempo.

Senza riso immotivato, lo sapevate che l’apparente cifra iperbolica di mille miliardi di dollari in realtà costituisce solo l’1% del famigerato Pil planetario? Rowan Hooper ci ha non solo informati, ma sulla questione ha prima ragionato, per poi scrivere un saggio dettagliato, basato sui dati precisi al centesimo, suggerendo come sarebbe auspicabile spendere quella cifra in progetti concreti e mirati per risolvere in massima parte quasi tutti i problemi annosi che affliggono la nostra casa comune; non ci sarebbe così più necessità di attendere le concessioni di istituzioni politiche e/o magmatiche compagnie sovranazionali: sembrano lontane come il Katai le ere di Mamma mia dammi cento lire che in Cina (era la Cina?) voglio andar, o dell’altro motivetto che faceva così Se potessi avere mille lire al mese (il signor Bonaventura con il suo milione era già un personaggio plutocratico, ma senza dubbio saggio e simpatico). Sembrano cose remote, era solo il nostro ieri quotidiano.

Errare humanum est, quanta verità in una piccola sentenza latina: è umano vagare, da quando siamo apparsi nel cuore dell’Africa; non abbiamo nemmeno fatto in tempo ad evolvere un po’, che già avevamo cominciato a commettere errori – sbagliare si può, si deve, meglio farlo da professionisti – però grazie ai tentativi abbiamo acceso fuochi, costruito monocicli; andare a est, come cantava Augusto Daolio ( a Est, a Est) e, come volevasi dimostrare, tornare alla Cina, casella di partenza:

lost in China, persi in Cina, vivendola osservandola con gli occhi del fotografo udinese Danilo De Marco – la forza icastica delle fotografie (Susan Sontag) – un vero viaggio per incontrare persone, per capirne la natura profonda, in un mondo in cui il profitto è l’unico dio a discapito delle parti più deboli (gli uomini umili, gli ecosistemi), il tempo non è solo una concatenazione di eventi da giudicare, ma una dimensione per coltivare dialogo, amicizia, affetto, perfino amore.

Da usare con rispettosa parsimonia, senza riderne.

La gentilezza delle parole crea fiducia. La gentilezza di pensieri crea profondità. La gentilezza nel donare crea amore. (Lao Tzu)

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