Scaldarsi le mani

Alexander Platz, cammino per le strade di Berlino.

Non c’è la neve, si vive come si può – non credo bene, almeno i mortali come me – non incontro Franco Battiato, Milva, Bertolt Brecht, Fabio Stassi.

Non in carne, ossa, intelletto; solo con l’immaginazione, dentro la mia mente: sì, per fortuna. La mia.

Molto spaziosa, la mia mente (del resto, è vuota), può contenere infinite persone, infiniti mondi.

Improvvisamente: siamo tornati non nel giardino della pre esistenza, ma nella Germania del 1933, in Bebelplatz. Dovrebbe rammentarmi qualcosa, dovrebbe risuonare un diapason sensibile al pericolo: imminente, terribile, letale.

Ho freddo, il gelo mi paralizza i pochi, scombinati pensieri; non conosco l’idioma germanico, ma qualcuno mi dice, ghignando: “Scaldati le mani al rogo dei libri“.

Sguardo inebetito, mi avvicino tremante alle fiamme. Guardo intontito migliaia di pagine, milioni di parole trasformarsi in tristi farfalle nere, poi in cenere. Non ci credo. Forse, anche per noi sarà così, forse, svaniremo in una folata di vento selvaggio.

Non comprendo la ragione, ma tremo di più, in modo incontrollabile.

Decine di migliaia di persone mi circondano, tutte recano libri, appaiono invasate e urlano: “Morte alla cultura, morte ai nemici e ai traditori della patria“. Dopo il rito fiammeggiante, un uomo tetro in divisa sale su un palco e arringa la folla: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere“. Ovazioni, acclamazioni, applausi.

Mi allontano in fretta, come se la mia passione per le parole stampate fosse scritta – come confessione, come auto da fé – sulla mia faccia; come se la mia indole mi condannasse senza appello ad ardere eternamente al centro dell’Inferno.

Nemmeno un Pape Satan cui rivolgere una disperata richiesta di clemenza, nemmeno un povero diavolo per condividere l’incubo.

Il mio sguardo vaga ovunque alla ricerca di un segno, anche minimo, anche flebile, di speranza, ma nota con sgomento che perfino le opere di Emilio Salgari, “un volgare antimperialista internazionalista“, sono lanciate nel fuoco distruttore. Di sogni, di idee. Di domani.

Voglio ridestarmi, devo ridestarmi, non voglio vivere in un continente dove l’aria è ammorbata da miasmi di benzina e cenere.

Madido, ansante, afferro La linea della vita, nuova avventura di Corto Maltese: subito recupero energia e ottimismo.

Ancora scombussolato, tra me e me, sussurro: “Assurdo, impossibile. Ci siamo già passati“.

Fabio Stassi, però, dal suo libro più recente, mi ammonisce e mi dice:

Rammenta le parole di Primo Levi: se qualcosa è avvenuto, può avvenire di nuovo“.

Parte sbagliata

Una moda, in fondo; un atteggiarsi, uno sbandierare il ruolo da vittima, per ottenere vantaggi egoistici, personalistici. Spesso, elettoralistici.

Accomodarsi – si fa per scrivere – dalla parte sbagliata della storia, qualunque storia; pericoloso ma giusto se si tratta della difesa dei diritti civili e della libertà, quella vera responsabilizzante, di tutti; errato, senza se e senza ma, quando comporta l’adesione propagandistica, magari senza autocoscienza (pio tentativo di comprendere), a una ideologia anti storica, anti umana, anti ambientale.

Diciamolo, chiaro e tondo: chi vuole la guerra (le guerre) aderisce in pieno non solo al programma di annientamento dei Popoli, o di alcuni di essi, ma lo fa per bieca volontà di profitto, attraverso il triste mercimonio delle armi, attraverso il potenziamento sine die dello sfruttamento delle fonti fossili.

In spregio alla Vita, al Pianeta.

Non siamo in una canzone, non siamo in una poesia – forse esagero, di proposito – di Francesco De Gregori; lo strapuntino, la capacità di (ri) volgere lo sguardo, la capacità di comprensione dipendono dalle nostre capacità individuali, dipendono da quanto siamo in grado di osservare; come il cuoco di Salò: si preoccupava di preparare il cibo a quegli uomini che in una grande giornata storica, mentre con dolore e fatica si faceva l’Italia, morivano dalla parte sbagliata. Affrancando però l’autore del testo dall’adesione al giudizio morale e politico delle note vicende. Con il cuoco quasi inconsapevole, come scrive il BarbarossaLuca – di essere capitato al centro di una zona d’interesse.

Con semplicità: abbandonare la bagarre, mutando prospettiva, punto di vista; lo strapuntino personale, appunto.

Per paradosso, i tempi di Bertolt Brecht – nessuna omonimia o parentela con qualche calciatore teutonico – erano più semplici; potevi dire con relativa tranquillità “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati“. Nessuno o quasi, avrebbe frainteso o stravolto il senso del celebre aforisma, nessuno avrebbe replicato con frasi false, tendenziose, di odio; nessuno si sarebbe permesso uno sciocco dileggio, al massimo un dissenso motivato.

Oggi, solo per intendersi, bisognerebbe ri raccontare per sommi capi la vicenda del mondo e dei bipedi dal Big Bang, dall’ameba ai giorni nostri; con il rischio, fondato, di schiantarsi contro l’intelligenza artificiale, contro le deficienze (mancanze, senza allusioni ironiche, oniriche) naturali.

Eppure, tanto per non reiterare il culto del passato, Italo Calvino sosteneva che – Salvatore Settis, esimio antichista, laureato alla Normale di Pisa, lo racconta – per capire (forse, persino apprezzare, in un certo qual modo) il presente, serve uno sguardo da archeologo, una persona che sappia cogliere le stratificazioni che hanno edificato la realtà contemporanea.

Per sottrarci al pessimo andazzo – o al deludente vivacchiare – dovremmo fare come il già citato Brecht: inseguire i sogni e la poesia, a ogni costo, anche fosse cagione di esilio e/o di persecuzione; battersi per il rinnovamento, quello vero, contro pratiche stantie e distruttive.

Se tutti si siedono dalla parte del torto, non significa in automatico, che tutti sono nella ragione (Hanno tutti ragione, Paolo Sorrentino);

significa solo che bisogna mutare rotta e approdi, significa – per affidarci alla sapienza del professor Settis – che dobbiamo adottare il ‘metodo della Normale‘:

grandissimo piacere per la ricerca, anche delle svariate fonti, volontà e passione per la conoscenza globale.