Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.