Sconosciuto

A me stesso, soprattutto.

Sarebbe facile, liquidare così la questione; troppo, comodo e senza complicazioni: di coscienza.

Sconosciuto, cioè colui che non si conosce, che non si è mai visto: gente sconosciuta, quando, ad esempio, si esplorano – è ancora possibile – nuovi territori, nuove realtà, nuovi pianeti.

Tante eccezioni, anzi, accezioni; tante sfumature, come spesso regala e certifica la nostra amata, sconosciuta – per restare abbarbicati al tema – ai più (lo scrivente, in testa), lingua italiana.

Potessi optare, diventerei un illustre sconosciuto; sconosciutamente, me ne andrei con pochi, fidatissimi compagni (per citare, fintamente colto, il Boccaccio).

Mi piacerebbe essere un personaggio della letteratura disegnata, lo Sconosciuto di Magnus – Satanik e Alan Ford dovrebbero dire qualcosa, smuovere l’immaginazione, agitare fumettose rimembranze – , alias Roberto Raviola; celebrato giustamente con una fortunata mostra monografica al Paff, Palazzo delle Arti e del Fumetto di Portus Naonis, l’autore bolognese, svincolatosi dall’impegno pressante della serialità, offre al pubblico uno spaccato degli anni ’70 (del 1900, per il puntiglio), attraverso le vicende e gli occhi di un disincantato, di un cinico, di uno sconfitto, che sulla propria pelle vive, e registra, non come uno storico o un romanziere classico, gli interessi e le trame occulte che in quel periodo agitano l’Italia e lo scacchiere internazionale; con un tono vagamente, volutamente pulp.

Sconosciuto, il mio destino: per fortuna. Meno bene, sconosciuto il saper (come) vivere; meglio, il senso della vita. Da vecchi, o in viaggio non commutabile, su quel sentiero: fatto ingiustificabile, intollerabile.

Mi sovviene, curiose associazioni mentali, lo Straniero e non so quali, o se esistano, attinenze tra i due personaggi; in caso affermativo, sono ignote, a me stesso, acclarato ignorante totale. Ignote, eppure presenti, ravvisabili, tangibili, solo con la mente e suoi derivati. Premesso, ammesso funzionino: correttamente.

Scavo, scavo archeologicamente nella memoria, meglio di quanto farebbe Heinrich Schliemann – chi fu, costui? – per rintracciare, per rinvenire (non svenire), per recuperare indizi, orme, schegge di selce, di me, del mio passato, appurato che del futuro – posteriore, anteriore o meno – non detengo nemmeno prelazioni, certezze. La verità, una delle poche cui possiamo accedere, riguarda la memoria: lungi dall’essere un archivio fotografico, lungi dall’essere uno sterminato archivio di informazioni, “è un delicato sistema ricostruttivo che vive di equilibrio tra ricordare e dimenticare“. Lo assicura Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze cognitive umane presso l’università di Edimburgo. La dimenticanza non è poi così grave, riflettendoci un po’. Magari improvvisando danze tradizionali scozzesi, per stimolarne, a seconda del ritmo, maggiore o minore vigoria. Della dimenticanza.

Purtroppo, esistono anche realtà fastidiose, non sconosciute, almeno dal 1972, ma che noi, intesi come popolazione mondiale, vogliamo abbandonare nell’ombra, possibilmente rimuovere, in fretta e per sempre. In tale categoria, a pieno titolo, cito il meritorio Rapporto sui limiti dello sviluppo, “terrificante oracolo” – come scrivono i tipi de La Lettura del Corriere della Sera – che anticipò di decenni il ‘vaticinio di Cassandra’ sui modelli di sviluppo e crescita economica senza limiti, che ci hanno condotti sull’orlo della catastrofe finale. Il transalpino Abel Quentin narra la storia e le vicissitudini dei fantastici quattro (Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III) che misero in allerta l’umanità riguardo i pericoli esiziali del nostro modo di abitare il pianeta e di sfruttarne le risorse; lo fa con leggerezza, per quanto possibile, e con una sana dose di umorismo. Lo fa, bene, in forma di romanzo, ma non c’è, davvero, niente da ridere.

Ormai sappiamo che “per innescare un ruolo“, consapevole e attivo, in chi ascolta brutte notizie, la strategia più indicata, risiede nella capacità di porre domande interessanti, anzi, giuste;

certo, per scongiurare la fine del mondo, temo ci si debba ingegnare come mai, prima d’ora.

Intonare A che ora è la fine del mondo? e impugnare una ramazza di saggina, potrebbe non risultare sufficiente;

ma si può tentare: potrebbe essere l’inizio:

per non essere più sconosciuti, umanamente, a se stessi.

Mitigare

Miti in gare, o, se preferite, gare di miti.

Lenire, rendere meno aspro – un sapore, forse la vita quotidiana – persino addolcire: il clima (quale? in quali modi?), il carattere, le leggi draconiane; non le rispettiamo mai, a partire dalle istituzioni che le promulgano.

Vorrei mitigare la sete di potere e odio, non da solo; vorrei mitigare l’inerzia dei molti, troppi – a partire da me – per reagire allo stato delle cose, che sembra inaffrontabile, incontrovertibile, enorme.

Si potrebbe – andare tutti quanti allo zoo, come animali – cominciare dalle città ove tutto sia disponibile in 15 minuti (non anni): servizi essenziali, beni di sopravvivenza, cultura in senso stretto e ampio. Basta centri commerciali, basta parcheggi e mega parcheggi. Un’idea (siamo sicuri?) di spazio urbano datata 70 anni – più o meno – che non regge la modernità, che non sta al passo del tempo e delle mutate situazioni. In tutti i sensi.

Servono delucidazioni? Forse illuminazioni. Di intelligenza.

Azioni semplici, fatiche nulle, risultati eccellenti; come scrive Gian Antonio Stella sul Corrierone: prendiamo ad esempio i tappi di plastica. L’Unione europea ha stabilito di renderli un tutt’uno con le bottiglie, scatenando le consuete battute da bar (magari) di certe espressioni teoricamente politiche – campagne elettorali? – eppure, noi italiani, qualunque sia il senso e/o il significato, siamo detentori del record continentale del consumo di acque minerali e dello smaltimento casuale dei tappi. Da quando esiste la ‘vituperata’ norma – non di Bellini – siamo giunti, incredibile visu, alla ragguardevole cifra del 70% di eliminazione corretta degli antipatici turaccioli, sugheri se vi aggrada di più.

Non sempre si tratta di cattiveria o malanimo, spesso agiamo – siamo? – da insulsi per pigrizia, presunta furbizia.

Anche le menti più brillanti talvolta peccano o scivolano nella hybris, osservano – traendone le erratiche (o errate?) conseguenze; bisognerebbe prendere spunto dal fisico statunitense David Finkelstein (non ‘Frankestin’), dalla sua ammirazione per Albrecht Dürer. Riuscire a scorgere e a fermarsi al cospetto dell’orizzonte dei buchi neri, ammettere i nostri limiti, confessare che possiamo risolvere i problemi che ci affliggono in questa tangibilità, ora – il nostro ‘ora’ – anche in modo geniale, ma non oltre. E’ sempre un problema di prospettiva, la realtà – Carlo Rovelli docet – non finisce al limitare dei buchi neri, semplicemente prosegue con regole e dinamiche completamente nuove, alternative, sorprendenti. Per noi piccoli esseri, di sicuro. Non induce alla melanconia, ci rende lieti della buona parzialità della scienza, non ci costringe a credere in un sapere dogmatico, dato una volta e per sempre.

Non dimenticare mai le conseguenze di un ictus – non solo, non tutte negative – aiutano a conoscersi più a fondo, meglio, ad accettare le proprie umane debolezze, a trasformarle alla bisogna in insospettabili risorse. Per tacere della Pina (Pinarello, la bicicletta).

Il Cielo, lo spicchio che vediamo e gustiamo, sopra il castello di Caneva, era funestato da nubi minacciose che preludevano (avevano scatenato) a procelle, ma si è inaspettatamente, generosamente mitigato. Non spetta a me, per ruolo e limitate capacità, trarre opportune, didascaliche, possibili riflessioni.

Pulsioni e pretese, mitigarle o estinguersi; subito, altrimenti, fine pena mai:

in attesa dell’epilogo, noto, definitivo.

Stella Rossa

Chiedi chi era Rino Della Negra, chiedilo a una ragazza italiana di 15 anni d’età.

Chiedilo anche a quasi tutti gli italiani adulti, fossero perfino Friulani. Domandalo a tutti i ragazzi tricolore, sarà quanto meno un impegno inutile, grande fatica sprecata.

Chiedi se hanno presente la foto, l’immagine, il marchio (?) che identifica questo ragazzo – già uomo, vero uomo – , questo fortissimo calciatore della Stella Rossa. La risposta migliore, non per colpa loro, nella più adeguata delle ipotesi, sarà “no”, oppure “mi sfugge”, “non rammento”.

Un giovane rappresentante del Friuli, un autentico migrante economico in terra di Francia, presso i nostri beneamati, detestati “cugini” d’Oltralpe (ammesso voglia significare qualcosa).

Indaga con oculatezza se sanno dell’esistenza di una tribuna intitolata a ‘Rino Della Negra’, se conoscono uno striscione con la Stella Rossa che inneggia alla ‘Bauer Resistance‘. Chiedi se identificano l’immagine di un giovane uomo in maniche di camicia che osserva con attenzione, con il suo sguardo fiero e colmo di serenità, soprattutto contadini e operai, provenienti da ogni dove: armeni, polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani. Probabilmente, molto probabilmente, no.

No, certo. In fondo, perché?

Ai nostri tristi, o semplicemente, piccoli giorni, sarebbe un eroe nazional popolare (non lo sono tutti, quelli famosi per 15 secondi nei tg?), una leggenda continentale, un esempio totale, mondiale.

Lui, Rino Dalla Negra, 21 anni, coraggioso e indomito, sfugge alla nomea e alla celebrità, ma per fortuna non in Francia, non dove sanno onorare un uomo giusto, estraneo agli intrighi, contrario ai compromessi.

Nato a Vimy nel 1923, in territorio gallico, originario di Segnacco di Tarcento dalla famiglia Rizieri; famiglia che come molte altre, all’indomani del primo conflitto mondiale, cerca di evitare l’inedia e la povertà più nera, grazie al padre che decide di abbandonare l’Italia, per approdare nella Francia settentrionale; lavoro garantito in una fabbrica di mattoni. Dopo tre anni, con pochi bagagli e molte speranze nell’avvenire, trasferimento a Argenteuil e nuovo impiego presso la fabbrica di radiatori per auto, Chausson. Rino cresce bene e forte, a soli 14 anni – come usa a quel tempo – abbandona la scuola e divenuto operaio, lavora subito assieme al papà. Da lontano fisicamente, ma vicino con il cuore, segue trepidante l’occupazione fascista (del paese e delle istituzioni) e rifiuta in modo netto la convocazione da parte del Servizio di lavoro obbligatorio, per andare a faticare nella e per la Germania, alleata e nazista. Aderisce presto, invece, e si distingue per azioni ardite, al gruppo definito con disprezzo dai nazisti ‘Mano d’opera immigrata‘ dedicato a Manouchian (Missak), operaio giornalista e poeta, salvatosi fortunosamente dal genocidio del popolo armeno. Nel frattempo, si dedica al football, e viene ingaggiato dal club transalpino di serie A, Red Star; squadra della capitale Parigi che potrebbe essere oggi accostata (come scrive opportunamente sul Corriere della Sera, Stefano Montefiori, grazie a Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione) alla Juventus o all’Internazionale.

Colpito alla schiena da una pallottola nazista, durante un agguato con 6 compagni in bicicletta contro un portavalori teutonico, viene ricoverato in ospedale, poi imprigionato, torturato e condannato a morte dalle SS; nel periodo di reclusione, scrive al fratello per esortarlo a salutare i compagni della Red Star e per celebrare la vita in suo onore.

Rino Dalla Negra muore a 21 (ventuno) anni, per mano criminale dei nazisti, assieme ai 22 compagni del Gruppo Manouchian, il 21 febbraio del 1944. Odo in lontananza una musica dolce che continua a raccontarne le gesta, di operaio, partigiano e calciatore; una melodia sublime, magari inventata da Remo Anzovino che, tramite il suo pianoforte, lo rende immortale.

Come in Francia, come per tutti i Friulani con memoria, nel mondo.

P.S. Se volete saperne di più, molto e giustamente di più, su Rino Dalla Negra, cercate il Suo nome sul web, oppure consultate Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione.

Deliri roghi deserti

Sospesi, appesi, coesi; forse.

Vivere tra coloro che sono sospesi, nel limbo, nel purgatorio; sopravvivere tra coloro che sono appesi, come gustosi salami suini, in attesa di affettatrice; sopravvissuti come sull’isola del tesoro dopo un terribili naufragio, coesi ma sperduti, auspicabilmente lontani da questa onorata società del Mondo Dopo.

Sospesi, come diritti universali inalienabili: gli oscuri poteri ancora non lo dichiarano pubblicamente, ma la sospensione definita temporanea, è solo un lungo passaggio intermedio con la prospettiva dello spegnimento finale e definitivo.

I poteri oscuri hanno pazienza, il logorio è talvolta invisibile impercettibile ma più costante e corrosivo della goccia d’acqua che scava la roccia; con una differenza palese, lapalissiana – a posteriori, nei posteriori soprattutto – la goccia crea sculture e comunque resta fonte di Vita, il logorio dei servitori del buio innesca guerre tra umani, lascia in eredità macerie desolate, aridi deserti salati, senza più speranze, nei quali perfino i miraggi non trovano più cittadinanza, né accoglienza.

Sospesi sui fili, a più di cento metri dall’asfalto mefitico, bandiere nel vento radioattivo di città fantasma, come cantava un tempo il Poeta iberico; ghost town, febbre dell’oro ci hai rovinati ché l’illusione del benessere e dell’accumulo – tumulo – è sempre premessa di rovina garantita, se non hai chiaro dentro di te la definizione esatta, perfetta di cosa sia davvero ricchezza. Vado a fare fortuna, si diceva baldanzosi tracotanti superbi nel Mondo Prima, ma spesso è la Fortuna che gioca con i destini degli ignari ignavi inani – da non confondere con i Nani da giardino, sette per sette Sorelle cenerentole; la caligine della ruina e di Kronos ricopre tutto e tutti, se le azioni non seguono la rotta astrale delle energie universali.

Chiedi a Erodoto chi fosse Serse il condottiero, quale esito maturò nella eterna tenzone tra Hybris e Dike; spade contro bilancia, bendata. Puoi decidere di disprezzare i tuoi simili, puoi decidere di ignorare le forze della Natura, convinto che scavare montagne e mutare il corso dei fiumi ti renda invincibile, onnipotente: tanti cari ottimi auguri, mentre Auguri Aedi Lacché mercenari intonano lodi sempre più sperticate, sempre più celebrative.

Di solito, la celebrazione, è l’ultimo adempimento formale prima della tumulazione.

Celebrare il G8 genovese di 20 anni fa, doveroso, nevvero? La lezione fu chiara, all’epoca solo lezioni in presenza, decisamente più efficaci: colpirne 50.000, inermi a braccia alzate, per educare gli altri 8 miliardi; per terra, sulla Terra il sangue i denti le ossa frantumate a manganellate, insieme ancora e sempre agli stessi tumori, oggi metastasi: finanziarizzazione dell’economia, scomparsa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, globalizzazione inumana, satrapia totale delle multinazionali. Ottimo lavoro, non si può negare, nemmeno oggi.

Osservate le foto per favore, create da voi un collage o un puzzle, come fosse un giochino, non troppo divertente, in verità: senza riferimenti a fatti persone cose leggi governi attuali – o invece proprio così – provate a distinguere (un bravo con lode senza bacio accademico) le facce, le espressioni peculiari tra i vari generali della Terra dell’ultimo secolo; evidenziate le differenze in quel coacervo di torve pose marziali, mostrine sontuose, stellette a go go, parole e azioni autoritarie, draconiane, senza l’ombra di un sorriso, di un pentimento, almeno un dubbio.

Caro Bobby, hai meditato sulle immagini riprese dal satellite, uno qualunque, immagini sconvolgenti, raccapriccianti sul Bootleg Fire che marcia incontrastato sulle piste dell’Oregon? Avrai certo visto antichi film o letto antichi libri, anche a fumetti, sulla leggendaria Oregon Trail, la pista dei migranti dell’Ovest, quella dei tipici carri coperti trainati da buoi e muli. Ecco, oggi laggiù un tornado di fuoco avanza scatenato e nessuno è in grado di prevedere quando come e dopo quanti danni si placherà. Tu però stai sereno e continua a sproloquiare di trivelle sostenibili; facciamo così, inversione dell’onere della prova (scientifica, ma vera): inversione della sindrome Nimby, comincia a trivellare in modo verde sostenibile ecologico nel giardino di casa tua, poi, nel caso, dacci tue e buon pro pnrr ti faccia.

Se Ti sei allenato all’Infinito, con l’Infinito, la tua anima non vacillerà per le alterne sorti terrestri, per gli alterni alterchi mediocri del breve fugace transito per le vie del Mondo.

Gentile Ilaria, prezzemolina tuttologa, aspirante presidenta, della Repubblica o di Repubblica (o altro super quotidiano nazionalpopolare, meno male che nessuno li legge più), sovrapponibili in modo perfetto, in quanto sempre di banane si tratta: questo è.

Così è, se vi appare; se non vi appare; l’immagine potrebbe essere appannata, sfocata, confusa;

potrebbe essere un problema di connessione debole, o, più probabile, di sinapsi sfibrata:

ogni tanto, andrebbe attivata.