Allegra donna con cappello

Sotto il cappello, un mondo; di più – molto di più – i mondi, gli universi.

Donna, una e trina: almeno. Per iniziare.

La Donna è mobile, ma non qual piuma al vento, piuttosto quale pensiero cangiante, quale cambiamento continuo tendente se non alla perfezione – dannazione totale – all’equilibrio, all’armonia.

L’importante è rubare, ma solo il meglio, il sacro, la bellezza; a chi, se non a una donna, anzi, alle Donne, all’eterno, inscalfibile, creativo femminino?

Ecco perché attingo a Isotta Canciani, perché è Donna colta, libera, antifascista: perché è friulana, ma di rito intelligente, sa beneficiare dei piccoli e grandi piaceri della Vita, traendo sempre nuove esperienze e un tratto di saggezza in più. Non importa che sia esistita, esista o debba presto nascere, non importa se si tratti di personaggio d’invenzione; è una Donna: vera, entusiasmante, magnifica.

Non l’Isotta Fraschini automobili, certo, né, tantomeno, Isotta la compagna di Tristano; Isotta Canciani, udinese agèe, degli anni 30 del 1900, le cui godibili, memorabili gesta sono nate nella testa e per la penna – letteralmente – di Paola Zoffi, originaria di Romans d’Isonzo, ma vivace intellettuale di San Giorgio di Nogaro. Chi mai potrebbe raccontare la storia di una propria creazione o di una città durante la belle epoque attraverso una serie di simpatici, semplici rebus distribuiti a Lettrici e Lettori? Chi potrebbe tratteggiare con sagace ironia protagonisti, comparse, oggetti misteriosi che racchiudono segreti – e non solo – caffè e osterie storici, viaggi in treno, attraverso un escamotage così brillante e coinvolgente?

Presentando alla Libreria Einaudi di via Vittorio Veneto in Udine la sua ultima pregevole fatica letteraria, Paola Zoffi ha rivelato un’indole con caratteristiche simili – non identiche – alla signora Isotta Canciani e animando in modo coinvolgente una delle tre serate della manifestazione culturale La notte dei Lettori (decima edizione, con approccio per fortuna ancora appassionante e lontano da logiche ‘multinazionali’); la trilogia si snoda attraverso titoli e scrittura magnetici: Essenza di tabacco e robinie, Del giovedì e altre disgrazie, Tutta colpa dei tarli. Per tacere, con discrezione e amichevole accoglienza, del padrone di casa, nonché coraggioso editore, Paolo Gaspari.

Il bello delle allegre Donne con cappello è che sanno annientare con un motto di spirito le frontiere: divisioni del territorio nate dagli interessi particolari, dalle opportunità geopolitiche – in accezione peggiore e disumana – dalle sofisticazioni a tavolino; frontiere che non somigliano in nulla e per nulla ai confini naturali, quelli che stimolano i vari Ulisse a superare i propri limiti e le tante, diverse Isotta a parlarsi, confrontarsi, imparare: per migliorare, crescere, per fondare un Mondo nuovo sul bene comune.

Come dice e realizza da una vita il professor Angelo Floramo, – altro illustre esponente delle tre notti friulane – persona colta e sensibile che saprebbe farsi capire anche nelle peggiori osterie ai limiti del Pianeta;

con un sorriso, molti racconti e infiniti bicchieri di vino.

Buone letture, buone bevute, buoni viaggi: con e in tutti i sensi.

Stella Rossa

Chiedi chi era Rino Della Negra, chiedilo a una ragazza italiana di 15 anni d’età.

Chiedilo anche a quasi tutti gli italiani adulti, fossero perfino Friulani. Domandalo a tutti i ragazzi tricolore, sarà quanto meno un impegno inutile, grande fatica sprecata.

Chiedi se hanno presente la foto, l’immagine, il marchio (?) che identifica questo ragazzo – già uomo, vero uomo – , questo fortissimo calciatore della Stella Rossa. La risposta migliore, non per colpa loro, nella più adeguata delle ipotesi, sarà “no”, oppure “mi sfugge”, “non rammento”.

Un giovane rappresentante del Friuli, un autentico migrante economico in terra di Francia, presso i nostri beneamati, detestati “cugini” d’Oltralpe (ammesso voglia significare qualcosa).

Indaga con oculatezza se sanno dell’esistenza di una tribuna intitolata a ‘Rino Della Negra’, se conoscono uno striscione con la Stella Rossa che inneggia alla ‘Bauer Resistance‘. Chiedi se identificano l’immagine di un giovane uomo in maniche di camicia che osserva con attenzione, con il suo sguardo fiero e colmo di serenità, soprattutto contadini e operai, provenienti da ogni dove: armeni, polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani. Probabilmente, molto probabilmente, no.

No, certo. In fondo, perché?

Ai nostri tristi, o semplicemente, piccoli giorni, sarebbe un eroe nazional popolare (non lo sono tutti, quelli famosi per 15 secondi nei tg?), una leggenda continentale, un esempio totale, mondiale.

Lui, Rino Dalla Negra, 21 anni, coraggioso e indomito, sfugge alla nomea e alla celebrità, ma per fortuna non in Francia, non dove sanno onorare un uomo giusto, estraneo agli intrighi, contrario ai compromessi.

Nato a Vimy nel 1923, in territorio gallico, originario di Segnacco di Tarcento dalla famiglia Rizieri; famiglia che come molte altre, all’indomani del primo conflitto mondiale, cerca di evitare l’inedia e la povertà più nera, grazie al padre che decide di abbandonare l’Italia, per approdare nella Francia settentrionale; lavoro garantito in una fabbrica di mattoni. Dopo tre anni, con pochi bagagli e molte speranze nell’avvenire, trasferimento a Argenteuil e nuovo impiego presso la fabbrica di radiatori per auto, Chausson. Rino cresce bene e forte, a soli 14 anni – come usa a quel tempo – abbandona la scuola e divenuto operaio, lavora subito assieme al papà. Da lontano fisicamente, ma vicino con il cuore, segue trepidante l’occupazione fascista (del paese e delle istituzioni) e rifiuta in modo netto la convocazione da parte del Servizio di lavoro obbligatorio, per andare a faticare nella e per la Germania, alleata e nazista. Aderisce presto, invece, e si distingue per azioni ardite, al gruppo definito con disprezzo dai nazisti ‘Mano d’opera immigrata‘ dedicato a Manouchian (Missak), operaio giornalista e poeta, salvatosi fortunosamente dal genocidio del popolo armeno. Nel frattempo, si dedica al football, e viene ingaggiato dal club transalpino di serie A, Red Star; squadra della capitale Parigi che potrebbe essere oggi accostata (come scrive opportunamente sul Corriere della Sera, Stefano Montefiori, grazie a Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione) alla Juventus o all’Internazionale.

Colpito alla schiena da una pallottola nazista, durante un agguato con 6 compagni in bicicletta contro un portavalori teutonico, viene ricoverato in ospedale, poi imprigionato, torturato e condannato a morte dalle SS; nel periodo di reclusione, scrive al fratello per esortarlo a salutare i compagni della Red Star e per celebrare la vita in suo onore.

Rino Dalla Negra muore a 21 (ventuno) anni, per mano criminale dei nazisti, assieme ai 22 compagni del Gruppo Manouchian, il 21 febbraio del 1944. Odo in lontananza una musica dolce che continua a raccontarne le gesta, di operaio, partigiano e calciatore; una melodia sublime, magari inventata da Remo Anzovino che, tramite il suo pianoforte, lo rende immortale.

Come in Francia, come per tutti i Friulani con memoria, nel mondo.

P.S. Se volete saperne di più, molto e giustamente di più, su Rino Dalla Negra, cercate il Suo nome sul web, oppure consultate Danilo Vezzio, presidente del Fogolar furlan di Lione.

Buse i fruts

Non avrai altro 10 all’infuori di me. Se mi hai visto giocare dal vivo, davvero, sarà così.

C’è stato un tempo della nostra vita mortale in cui un uomo venuto dal Brasile, da Rio de Janeiro, dimostrò che i palloni si potevano accarezzare, con i piedi.

Venne dalle spiagge di Copacabana, dal folle carnevale delle scuole di samba e dallo stadio Maracanà, venne in una sconosciuta, piccola regione di confine: indossò il cappello da alpino, parlò l’idioma locale come fosse il suo, lui carioca dal cuore puro amò – e fu amato senza limiti da – questa gente in apparenza dura e diffidente.

Una finta di Zico, soprattutto una sua punizione o calcio franco come usava dire una volta, aveva l’arcano potere di bloccare o almeno dilatare, sospendere la dimensione spazio temporale: si precipitava in una parentesi onirica nella quale tutta la magia del mondo diventava non solo possibile, ma reale. Parabole disse qualcuno, alludendo a racconti biblici e traiettorie euclidee; arcobaleni, scriverei io con più modestia: portenti della natura.

Eraclito, Mozart, Gabriel Garcia Marquez, Zico: funamboli dello spazio tempo. Poi una radio si sgola, gracchiando interferenze e una vecchia canzone brit pop e per quelle inspiegabili connessioni che nutrono i misteri e i poteri della musica e delle parole, all’improvviso alcune verità, alcuni segreti della vita e dell’universo diventano lampanti, accecanti, nonostante i percorsi tortuosi per raggiungerli: questo è il giorno, o dovrebbe/potrebbe esserlo, perché tu eri, sei, resterai il muro delle meraviglie, il nostro muro della fantasia, dell’allegria, della gioia, nel rispetto delle persone e delle regole.

Non esistono arrivi e partenze, non esistono addii e ritorni: esiste solo e sempre un eterno abbraccio, un eterno urlo di gioia verso il Cielo, come accadeva quando Tu disegnavi i tuoi arcobaleni. Due brevi, rapidi passi di rincorsa, la schiena si arcuava, la gamba destra diventava un tutt’uno con la sfera e all’improvviso sopra di noi – in noi – compariva l’iride.

Come dicevi Tu – questo lo hai imparato subito, naturale e spontaneo, come fosse un tuo colpo di tacco, o una tua punizione all’incrocio: buse i fruts.

Grazie Zico, mandi; simpri in tal cur.