Africa, bici, Antonio (più Mario)

Si chiama Antonio, viene dall’Africa, grande madre di tutti noi.

Arriva su un piroscafo, accompagnato da una bicicletta; è tutto quello che possiede.

Non chiede altro, non vuole di più: si sente bene, la ricchezza non gli si addice.

Quel semplice mezzo lo rende felice, lo rende libero, gli permette di scoprire tutte le bellezze del Mondo.

Quando avverte stanchezza si ferma e si riposa, ma non è solo, mai: c’è la sua bicicletta, alla quale racconta tutti i suoi reconditi pensieri, le sue sensazioni, le sue speranze, i suoi progetti; dalla quale ascolta i racconti di tutte le contrade che può ancora percorrere nel suo transito terrestre.

Antonio mi ha insegnato a pedalare, tanto tempo fa; mi ha insegnato ad apprezzare, rispettare, amare la bicicletta, una vita fa.

Antonio mi ha insegnato che la bicicletta è il mezzo più umano per recarsi ad incontrare le altre persone, le più diverse, le più lontane: geograficamente, fisicamente, culturalmente.

Antonio è in apparenza un uomo semplice, in sella non teme i tranelli della vita, non teme i limiti: sa che ogni colpo di pedale è un grande passo evolutivo, sa che ogni metro in avanti è un balzo verso l’alto, verso il Cielo.

Devo, voglio menzionare Mario: silente, non ininfluente. Mi ha seguito nei primi, barcollanti tentativi, mi ha insegnato a perfezionare non solo le pedalate, il colpo d’occhio, la guida della bici; mi ha fatto capire l’importanza di essere buoni, gentili, comprensivi: con tutti, soprattutto i più scorbutici. E’ stato, sempre sarà uno degli uomini più generosi e altruisti che abbia mai conosciuto; del resto, capito durante il primo incontro agonistico di pugilato che i suoi pugni avrebbero potuto essere armi letali, decise di dedicarsi con ‘trasporto’ alla pacifica due ruote.

Antonio e Mario, mio padre e mio prozio materno: uomini in sella a una bicicletta; uomini consapevoli – forse per destino, forse per istinto – che conducendo una bici, l’essere umano comprende i segreti più importanti del suo Universo.

Uomo e bicicletta: un binomio inscindibile, una somma molto più grande delle singole parti:

un risultato finale eclatante, migliore in tutto e per tutto.

Passione inscalfibile, gratitudine eterna.

Mymosa (no mose, non più Mosè)

Pagina Bianca, pagina bianca con al centro una macchia nubiforme di giallo Van Gogh.

Pagina delicata, dedicata all’Albero di Mimosa, quello che incontravo ogni mattina, durante la mia passeggiata unica e quotidiana, la mia ora d’aria.

Ci salutavamo con allegria, dialogavamo con affetto e sympatheia.

Passeggiata con annessa rappresentazione finzione illusione che i riti del leggendario Mondo Prima – uno dei molteplici inganni della mente? – fossero ancora praticabili, potessero sussistere e resistere:

pedalare, su arterie d’asfalto e su viali alberati (li abbatteranno in nome della Nuova Modernità a dEfficienza Totale) quando lo Stellone ci assiste, incursioni in edicola, commissioni e incombenze da antica vita, superata dagli Eventi.

Albero di Mimosa, Nostalghia non solo di Tarkovsky, ma della Tua arborea terapeutica benefica presenza, simbolo di Bellezza effimera. Uno stereotipo indegno figlio illegittimo della clausura che regala, non fratelli né sorelle consorti a braccia conserte, ma spazio/tempo per meditazioni, forse più accurate, forse più meditate e meditabonde; tra bende e linimenti, conforto per anime contorte.

La Bellezza? Effimera! La Giovinezza (tosto si dilegua)? Effimera!

Effimero tutto il meglio dell’Universo (l’Universo stesso): il Maggio libertario colorato foriero di fragranze inebrianti, Effimera la Verità e Sue Propaggini, ridenti e fuggitive le Realtà preziose nel momento, nell’istante (anatomia di un istante) della loro massima e più evoluta forma espressiva.

Preziose in quanto brevi, impossibili da eternare catturare distillare; distillare e suggere con parsimonia il Nettare, della Bellezza finalmente in connubio con Saggezza, da trasfondere infondere inscrivere nel nostro codice genetico; o in ciò che resta, del codex e dei geni, sempre più rarefatti rari fugaci.

Dea Balta, Balta Dea, riBalta il Mondo, Tu che orni Te Stessa con batuffoli dai petali di Sole, argentea Dea, come Elio e le Stelle sorelle o in sorellanza cosmica, donaci cinture di Luce, non per cingere e imprigionare, non per fabbricare strumenti belluini bellici, ma Armonia e Gentilezza che possano resistere per un solo giorno, o ogni giorno sappiano e vogliano risorgere; anche senza le nostre ceneri.

Pagina Bianca lacrime, Pagina in memoria dell’Albero di Mimosa, salvato dalle acque, trascinato nel fango, tratto a riva non dal kriminal tango né dal (molto di più) kriminal mose, novello Mosé, non più ormai.

Oggi Ti hanno spenta, adorata Mymosa;

non cammino.

No mas.