Scia (non scià) nel cielo

Pagina di cui non resterà memoria, tantomeno traccia.

Guarda lassù, accanto al tetto – in apparenza – del palasport: nuvole grigie si stagliano nel cielo, sembrano nomadi in cammino che lasciano un’orma; per chi sa ancora alzare gli occhi, per chi ancora sa commuoversi, per chi cerca risposte ai quesiti esistenziali presso gli dei, nel volo degli uccelli, nei fenomeni atmosferici. I responsi potrebbero rivelarsi utili, ma non sono determinanti.

Una rosa rossa estiva si ribella e di primo mattino (o anche secondo) fuoriesce allegra e baldanzosa – semplicemente, sé stessa – dalla ringhiera che non può trattenerla; mostra all’universo mondo la sua bellezza, la sua freschezza, il suo coraggio, di vivere pienamente, di dispensare con generosità il suo profumo per allietare gli altri esseri viventi, per suggerire il modo per coesistere e collaborare per il bene supremo: quello comune.

Care Rita Clotilde e Margherita, la ricerca scientifica non ha mai fine, è vero, ma se ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne immagini la nostra filosofia, chissà quali sono i veri limiti e le sorprese che la nostra mente simula, dissimula, ci nasconde, tiene gelosaMente in serbo per noi piccoli mortali. Volete le scoperte scientifiche? Pedalate.

Sapevate che amigdala e insula non sono galassie, astronavi o isole del mare, ma aree emozionali del nostro cervello? Se solo potessimo attivare – forse possiamo? – i neuroni specchio per capire le sofferenze e le gioie altrui, il Pianeta e l’Universo ci ringrazierebbero, calorosamente. O, considerate le asperità attuali, ci rinfrescherebbero. Non per apparire inutilmente saccenti, ma la poetica insula è una corteccia molto antica, la cui parte anteriore riceve una cospicua quantità di informazioni dalle zone frontali del nostro organo fondamentale; e, al termine della fiera e dei processi, associa lo stato fisico della persona a quello emozionale. Professor Giacomo Rizzolatti dixit.

Una finestra di un antico casale della pedemontana pordenonese – affacciata al piano terra, quello nobile – diffonde senza posa nell’aere un aroma forte e irresistibile di pane arrostito e cipolle: conferma, ennesima, che la ricetta del saper vivere bene è semplice; bene con sé stessi, con gli altri viventi, con l’universo, perfino con tutto quello che non si vede e non possiamo elencare.

Per decriptare l’enigmatico 95% dell’universo – una bazzecola, una pinzillacchera – ci affidiamo al benemerito CERN di Ginevra, la cui direttrice Fabiola Gianotti assicura che la scienza – quella vera è aperta – lavora per donare le proprie scoperte altruisticamente e inventare per l’umanità quello che ancora non esiste; una formazione prettamente umanistica aiuta poi a diventare grandi orchestrali della scienza, perché come la musica, i risultati migliori e più importanti sono ottenuti in ensemble. Per tacere dei neutrini, dispersi ormai per disperazione nelle viscere del Gran Sasso (ignari dell’esistenza del tunnel sotterraneo con la Svizzera).

Siamo immersi in queste oscure materie – se Philip Pullman e John Milton non sono geniali, chi lo è, di grazia? – e nemmeno ne siamo coscienti; possiamo registrare e tentare goffamente di decifrare solo il 5% di quanto esiste, eppure commettiamo con frequenza impressionante il peccato per noi mortale e mortifero di hybris. Chiediamo alla Polvere, meglio se magica, meglio se conosciuta con il nome di Particelle di Rusakov;

se poi dovessimo incappare per caso nel Bosone di Higgs o nei Fermioni (Enrico Fermi, chi era costui?), tenteremo – sempre a tentoni – di farli funzionare lo stesso.

Abbiamo una banca? Servirebbe materia, grigia

Pagina del neo governo, lo squadrone – psico esecutivo? – che tremare il Mondo (del Prima e/o del Dopo) fa.

No, mai confondere sacro e profano, quello era il Grande Bologna del Presidentissimo Renato Dall’Ara che, alla bisogna, avrebbe acquistato il celeberrimo centravanti Amalgama, al mercato; perché i veri uomini condottieri capitani si mostrano nelle difficoltà, tra i marosi, mentre con carisma e piglio saldo rassicurano la ciurma: ‘sine qua non’, siamo qua noi e anche Nettuno rinfodera il tridente offensivo, si mette quieto in difesa e torna a dormire negli abissi, tra 7 guanciali, o sette Mari.

Qualcuno si lamenta, innalza mugugni e piagnistei: poche Donne nelle stanze dei palazzi del potere – potere è volere, chi vale vola, chi vuole che fa? – ma quelle ritrovate, riesumate, con rispetto cianciando, potranno dedicarsi ex novo alla ricerca dei neutrini vagabondi, dispersi sul o dentro i tunnel segreti del Gran Sasso, potranno compilare novelli calendari e fitte agende delle parlamentari, più di pria – per tacere di Priamo – le più belle del Pianeta.

Non è poco, senza polemica.

Next Generation, my Generation, Goldrake Generation, perché alla fine vince sempre Lui, ma anche contro Gundam, ottima alternativa, nessuno ce la fa; saltiamo a piè pari e anche dispari una generazione, come fosse una casella nel gioco dell’Oca – sacra al Campidoglio, eviterei passi dell’oca, di doppie S ne abbiamo piene le tasche e le fosse – e speriamo che qualcosa cambi, magari per il Meglio. Quando si invocano senza soluzioni di continuità, di contiguità, senza divieto di sosta, i migliori, le aspettative le richieste le istanze attingono alla sfera della Democrazia, o al consueto, desueto, ma sempre in voga con vogatore, famigerato balzo all’indietro, alle epoche del vertice di comando e imperio affidato ai pochi? Migliori, in termini dell’Assoluto, chissà: detentori però di ricchezze, conoscenze, appartenenze, in mancanza di competenze basterà; dovremo farceli bastare e garbare, anche in contumacia di equità, giustizia, libertà, gioia.

EU, esercizio utile: innovazione fa rima con tecnologia, oppure auspicabilmente – mente abile sempre auspicabile – gli unici veri progressi nascono da un patto tra generazioni, riconoscendo a quelle più giovani e recenti, rispetto dignità ascolto, confronto collaborazione, progetti comuni?

Caro Lino, Ti sottovalutavano in vita, Ti hanno forse troppo presto obliato, in morte: eppure Lancillotto 008 ed io, a bordo dello sgangherato side car, sappiamo che fosti Tu, solo Tu, a smascherare il perfido emiro Alì Ben Vist e il suo sordido complotto – come insegnava il buon Professor Eco, un bel complotto (8, simbolo dell’Infinito, più o meno infinito, più o meno leopardesco, dipende dalla cura della Siepe) non si nega, mai, a nessuno – fosti Tu a rivelare all’intera Umanità che lo scienziato pazzo Strana Mente confondeva i cervelli degli uomini con il virus della lingua Bà-Bà, balbuziente.

Aneliamo fughe nello spazio interminato, ma a tempo debito – ché ormai appena vieni al Mondo hai già le esili spalle cariche di gerle colme di balle di debito – sovrumani silenzi, silenzi irridenti, irredenti, denti silenziosi, al netto di fauci spalancate, bocche cucite: per rivendicare diritti e non disperdere acqua, oro blu sempre più raro e prezioso.

Sarebbe bellissimo se dopo, oltre il piccolo miserrimo spettacolo mortale, alla fine del Mondo Dopo, ci fosse Luce: da fonti finalmente ri pulite, sempre ammesso, senza concessioni dai bassifondi o dagli altoforni che tutti, nessuno escluso, abbiano saldato le bollette. Per non finire in bolletta, almeno durante l’epilogo.

Esultate, innalzate i vostri inni migliori al Cielo: sarà un San Valentino memorabile – come quello del 1929? – anzi, come usa nel Mondo Dopo, epocale! Il popolare stage di San Valentino 1929.

Popolo, gioisci: abbiamo una banca con dentro il più bravo banchiere dell’Universo!

Dentro – dentro la banca e dentro lo stesso banchiere, non chiedete come, né perché – c’è un Drago, a guardia dei forzieri, a prova di forza.

Sarebbe servita, servirebbe sempre, molto più di sempre, senza se e senza ma, una certa oscura materia, oltre ogni gradazione, oltre ogni sfumatura: Grigia, come certe eminenze.

p.s. Da una camera azzurra, immaginando che un viaggiatore solitario giunga a New York proprio durante il giorno dei morti e si avvii verso le sue future tre camere, camminando a fatica su neve sporca, invio a Te, bulimico Scrittore perfetto, bulimico amante della Letteratura e della Vita, il mio umile Buon Compleanno: grazie, Maestro Simenon.