Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Veliero o giunca, siano mare e naufragi

Una giunca rosso fuoco, ormeggiata sulla pagina e nella darsena degli yacht; darsena di lusso per una imbarcazione cinese tirata a lucido, la cui invenzione e denominazione si confonde tra gli antichi echi delle leggendarie origini dell’impero del Dragone.

Giunca o sampan (champagne? Come hai potuto indovinare, Tiresia, grandissimo paragnosta?), per me ignoto ignorante digiuno, queste imbarcazioni pari non sono, anche se magari appartengono alla stessa famiglia. Viaggiare a bordo di una chiatta plebea malese, con un manipolo di sgarrupati ribelli o su un nobile veliero orientale, comodamente adagiati su preziosi cuscini di broccato, deliziando il palato con frutta secca ricoperta di miele, con deliziosa frutta fresca ad libitum, ascoltando ammirati le imprese esplorative e le scoperte di quell’intrepido giovin veneziano, nomato Marco Polo?

Le concrezioni del tempo – se non rimosse in tempo – rischiano di bloccare il timone, rendendo ingovernabile il nostro guscio di noce, in navigazione per incontrare il Sublime, per recuperare i frammenti di noi dispersi negli eoni dell’universo; ci credereste? Venezia è stata edificata sopra una magica foresta di alberi incantati che solo i folli, i matti, gli inclassificabili possono vedere, raggiungere e attraversare.

Avvistare sulla linea dell’orizzonte brancolanti barcollanti ma solidi pescherecci, scortati da stormi di stridenti voraci gabbiani – mentre sotto costa candidi eleganti aironi marini immergono il capo per banchettare con molluschi e piccoli crostacei – pronti a imbrigliare nelle reti banchi di pesci, nuvole e sogni: i pescatori, certo, ma credo anche gli aironi.

L’uomo con il Falcone si aggira per la città antica, dal suo guanto di cuoio gli fa spiccare il volo indicando le vie del Cielo, forse si illude di averlo addomesticato, domato il suo istinto di selvaggia libertà; non sa che il rapace fa volare anche lui, attraverso la sua vista acuta, gli permette di scoprire le terre inaccessibili del mondo e dell’oltre mondo, permette ai suoi sogni di librarsi nelle alte quote, senza mai perdere in leggerezza, né inestimabile valore.

Il ragazzo che venne dal Bangladesh sorrideva sempre per celare tutti i dolori, tutte i traumi dei Popoli, perché noi siamo parte del Tutto; sorrideva a ognuno, ma è semplice quando devi attraversare solo l’Oceano onirico, fluido e accogliente, dove non esistono confini, non esistono barriere, non ci sono muri né eserciti armati per respingere la tua vita, considerata illegale clandestina disturbante. Sorridere per celebrare, abbracciare la Vita.

Che voi siate zattera della Medusa o battello ebbro, sperate di incontrare la nona onda – o la settima – auspicate nell’istinto dei vecchi lupi di mare, affidatevi alla Grande Onda; la bonaccia genera solo malinconia, nostalgia, tetro declino.

Non abbiate timore del naufragare:

ci può essere allegria anche in quel frangente; ricomposti i frammenti, mondati dalle zavorre, lo slancio vitale prevale.