Non fermate questo tram

L’uomo è intelligente perché ha le mani.

Lo diceva il filosofo greco e antico Anassagora.

Forse sarebbe necessaria un’analisi – anche logica, o voi razionali – della frase e un excursus sulla biografia dell’autore; chiedo venia, non sono degno e, in particolare, in grado. A Grado.

Accontentiamoci delle suggestioni che suscita, tante, molto al di là della sua semplicità e della sua brevità.

Rammentiamo, o scopriamo, che fu un presocratico (Anassagora, chi altri?), portò, importò la filosofia nella mitica Atene del V secolo a.C. – quella governata da Pericle, per intenderci, ma noi italopitechi moderni lo sappiamo a menadito – papà del nous (mente, intelletto, ragione) creatore e dell’archè, magma originario dal quale si separarono i semi che, grazie all’azione vorticosa dell’intelletto, si sparsero ovunque, dando vita a ogni cosa, o essere esistente. Chiedo venia e pietà per le sciocchezze compulsate. Ex professoresse e professori del liceo prima innominato, in seguito, Leopardi: grazia su di me, per me.

Danielle Cohen-Levinas, sconosciuta alla maggioranza silenziosa, nonché ignorante (io in testa, per una volta), musicologa e docente di filosofia alla Sorbona di Parigi – non all’ateneo del quartiere, con rispetto ironizzando – ne parla dottamente e diffusamente nel saggio ‘La saggezza del desiderio’, pubblicato dai tipi di Mimesis: “Viviamo in una società post-consumistica, ma la società del consumismo sfrenato, con la bramosia inestinguibile di cose inutili, ci ha privati anche del desiderio; o meglio, ha fatto nascere in noi il desiderio crescente dell’assenza“.

Una filosofa, colta e appassionata di musicologia, non può non annoverare tra i suoi riferimenti il cielo stellato, “che speriamo sia sempre lì, ma capita che l’uomo non riesca più a contemplarlo. Il lemma desiderio è composto dalla particella privativa de e da sidus, stella. La nostra cecità (momentanea?) ci impedisce di vedere ciò che è vicino (gli altri) e ciò che è lontano (le stelle)“.

A proposito di tram chiamato desiderio, potrei citare il celebre dramma di Tennessee Williams, da cui fu tratto il film del 1951, interpretato da Marlon Brando e Vivien Leigh. Opera teatrale e lungometraggio vinsero rispettivamente il premio Pulitzer e quattro statuette dorate alla notte degli Oscar, solo per sottolineare che scrittura e parole sono strumenti potenti e anche profittevoli, nel modo buono e giusto.

Non comprendo il motivo – o forse sì – però personalmente, accanto a queste figure gigantesche ed emblematiche, rammento con nostalgia un treno fantascientifico, un treno che viaggia di notte, su binari sospesi nelle profondità dell’Universo, in una realtà vera, anche dura, eppure onirica: creata da Leiji Matsumoto, papà di Capitan Harlock e Queen Emeraldas, Galaxy Express 999 ci/mi conduce verso Andromeda, dove, forse, il viaggio terminerà e noi, volenti o nolenti, saremo chiamati a scegliere i nostri nuovi corpi, a decidere quale tipo di futuro vorremmo edificare. Per noi stessi, per l’umanità.

Auspico sempre, desidero che il vagabondaggio universale non trovi mai epilogo.

La professoressa auspica, invece, invoca appunto “la saggezza del desiderio“, quella energia inarrestabile che ci consenta di recuperare la vista, perché “non si può ritrovare l’uno senza l’altro“. Considerando il momento storico e la temperie, ne avremmo – ne abbiamo, senza se e senza ma – bisogno, con disperata urgenza.

Senza pessimismo.

Continuando a osservare le stelle per non smarrire la rotta.

Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.