La setta della Fenice

Post fata, resurgo.

In fondo, una quisquilia.

Attendiamo la luce da Est, attendiamo le parole, nuove:

per rinascere, per nascere, finalmente.

Parole di vita, non parole trappola, che attirano, ingannano, imprigionano.

Come saprebbe dire il poeta: “luce neve”, “luce che accende cielo e monte”.

Luce e parole che piano rigenerano gli umani, nei giorni più bui e in quelli più gelidi; luce e parole, perché, mentre tutto sembra andare in letargo, o concludere il suo ciclo, recano ancora speranza.

Calore, respiro.

Archiviamo il 2025, non rottamiamolo: teniamolo sempre a mente, agiamo all’opposto: forse, non andrà tutto bene – sarebbe impossibile – meglio, sì.

Senza dubbio.

Anzi: tra i dubbi consueti, ma optando per soluzioni umane.

Non vogliamo, non servono alle genti della Terra bagnarole sfondate, armi.

Dialogo, sorrisi, abbracci, collaborazioni comunitarie.

Post fata, resurgunt.

Arcipelago derviscio

Dovremmo essere come i dervisci turnak, navigare sulle nostre spine dorsali (auspicando ci siano ancora), navigare verso passioni condivise, per trasformarle in azioni e, infine, per diventare davvero liberi.

Navigare, puntando al largo dai nostri arcipelaghi abituali, incrociando le altrui rotte, studiandole, comprendendole, assimilandole, con scie circolari, sempre più ampie.

Una danza marina, collettiva, un rito purificatorio, di pace, di speranza, di varo dei progetti per un mondo nuovo: natura, società, economia. Finalmente consci di vivere sul Pianeta, ma di non esserne i padroni.

Né padroni della terra e del mare, né padroni di altri popoli, di altre vite; sorelle e fratelli con la stessa gioia di vivere, condividere, danzare.

Movenze ipnotiche, ruotando su noi stessi, in armonia con tutti gli altri, traversata mistica per ritrovare le nostre anime, disperate e disperse, per ammirare la Luce, la sua perfezione, la sua forza inarrestabile.

Diverse, infinite rotte per navigare verso quell’ineffabile vertice privo di coordinate fisiche, verso la trascendenza da sé, per poi tornare a solcare le acque terrestri, leggeri, senza some inutili e artefatte, pronti a servire le nostre consimili, i nostri consimili. Liberati, Donne e Uomini, in purezza, splendidi.

Dervisci rotanti, dervisci danzanti, dervisci galleggianti: dalla parola persiana darwish, per ancorarmi all’etimo salvifico. Appartengono all’Ordine Mevlevi, confraternita turca, ma i ‘seguaci battiateschi’ potrebbero darmi sonore lezioni, in merito. Il noto, notissimo rito è una vera e propria meditazione in movimento. La danza si chiama Sema.

Dal sufismo e dal maestro spirituale Rumi, nonché poeta visionario, avremmo molto, moltissimo da apprendere; permane un dubbio amletico: siamo predisposti, anzi, disposti, disponibili a intraprendere questo affascinante, faticoso, riformante itinerario spirituale?

L’uomo di Dio è, senza vino, ubriaco,
l’uomo di Dio è, senza cibo, già sazio.
L’uomo di Dio è pazzo e stupito,
l’uomo di Dio non mangia e non dorme.
L’uomo di Dio è re sotto il saio,
l’uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro.
L’uomo di Dio non è d’aria e di terra,
l’uomo di Dio non è d’acqua e di fuoco.
L’uomo di Dio è mare senza sponde,
l’uomo di Dio piove perle senza bisogno di nube.
L’uomo di Dio ha cento lune e cieli,
l’uomo di Dio ha pur cento soli.
L’uomo di Dio è per Realtà sapiente,
l’uomo di Dio non ha dottrina di libro.
L’uomo di Dio è oltre fede e non-fede,
l’uomo di Dio è oltre il male e il bene.
L’uomo di Dio è cavaliere venuto dal Nulla,
l’uomo di Dio è venuto su glorioso destriero.
L’uomo di Dio è Shams ad-Din nascosto,
l’uomo di Dio tu cerca e tu trova!

Questa è una delle più celebri poesie mistiche di Rumi e, non ci credereste mai, vi si possono trovare sorprendenti somiglianze con molti precetti, consigli (quanto mai energici), regole (o Regola, per essere fedeli alla filologia mistico religiosa) del tanto celebrato, decantato, invocato Santo di Assisi, Francesco. Nato Giovanni di Bernadone, in gioventù fu dissoluto assai, per redimersi da adulto, con una esistenza consacrata agli ultimi, poveri e lebbrosi in particolare, attraverso l’umiltà, l’obbedienza, la totale rinuncia ai beni e ai piaceri terreni, il faticoso lavoro materiale, la preghiera, il dono della pace, concesso da Dio.

Come rammenta il professor Alessandro Barbero, giunto all’epilogo del proprio peregrinare terrestre e dettando le sue ultime volontà, Francesco estenderà la sua benedizione a “tutti i frati francescani, anzi no, a tutti quelli che seguiranno le prescrizioni del mio testamento“. Una nuova Regola francescana, di fatto, un recupero totale dei valori spirituali delle origini.

Seguendo la Sema dei Dervisci o il testamento di Francesco, l’approdo sarà il medesimo:

diventare una goccia nell’infinito mare senza sponde.

La luce verde

Dovrei, forse, appellarmi alla teoria dei colori: per ottenere aiuto, per salvarmi, per capire. Me stesso e anche la teoria, compresa la pratica. Auspicabile.

La ruota cromatica di Goethe, Wolfgang, sarebbe utile; sembra un agile volante, volano, una ruota di carro – non certo, purtroppo, quella pizza deliziosa che sanno fare in Costiera amalfitana – che potrebbe condurmi, trasportarmi nel mondo immaginario partorito dalla mia fantasia. O qualcosa del genere.

Luce, ne abbiamo bisogno. Tutti, sempre di più. Non quella artificiale, ma naturale, vera, che illumini le menti (asfittiche) e perfino le anime; le nostre animacce nere, non ancora completamente dannate.

Green Lantern era un supereroe, almeno quando ero un bambino, troppe ere fa. Era, ero, ere: mi sto perdendo, la bussola o il lume della ragione, per ancorarmi al tema. Da adulto ho scoperto che in realtà Lanterna Verde era un nome collettivo, gli eroi erano – sono? – plurimi, appartenevano a un corpo di polizia spaziale con l’incarico di mantenere l’ordine (oggi, mi e vi chiederei: quale?) nell’Universo e di proteggerlo da eventuali minacce; del resto, qualcuno che si monti la testa – pratica complicata, ritengo – e che si creda padrone del mondo è sempre comparso, prima o poi, all’orizzonte. Saga a fumetti ideata e pubblicata dai tipi della statunitense DC Marvel, durante la leggendaria Golden Age – per noi ignoranti, Età dell’Oro – delle nuvole parlanti. Non parlano, le nuvole?

Saggio, Goethe, ma anche la sua Ruota cromatica (nel senso, è il titolo di un saggio: scientifico). Risalente al 1810, non ero ancora nato, credo, ma a Tubinga pubblicavano lo stesso innumerevoli tomi impegnativi, impegnati. Per recuperare il filo, non di Arianna, ma del mio scombinato discorso, riflessione, delirio, potrei aggiungere in punta di piedi che lo scrittore e poeta teutonico affida alle stampe una teoria cromatica in totale antitesi rispetto a quella di Newton. Non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, ma l’esatto contrario. I colori primari non esistono, sempre per Wolfgang, ma vengono generati dall’offuscamento della luce o nell’interazione di questa con l’oscurità.

Teoria affascinante che attribuisce pari valore e importanza a luce e tenebra, a patto che non pretendiate che sia io a illustrarla ai posteri.

Tra le Lanterne Verdi e la Ruota di Colori riesco sempre a complicarmi il quotidiano, traballante incedere sulla crosta terrestre, ma ricavarsi sentieri – visibili o invisibili, tattili o evanescenti – non mi appare semplice, semplicistico.

Vorrei emulare Wolfango, consapevole – issimo, nel senso di: consapevolissimo (si potrà scrivere?) – della sua abilità poetica e letteraria, eppure convinto di essere superiore a Newton, certo che le sue conoscenze scientifiche all’avanguardia nascessero dalla sua produzione poetica e non viceversa. Fantastico.

Da profano, scavando nella miniera di gemme dell’etimo, indagando sul colore, scopro che colorem (latino), affine al sanscrito kalanka (macchia) e kala (nero), è solo una parte della derivazione: colors in provenzale, color in spagnolo, cor in portoghese; in greco kelis (macchia, non Macchia Nera), kelainos nero, oscuro, kelidoo macchiare, koleos fodera, senza tralasciare chroma, colore in senso stretto. Tutto questo elenco vorticoso, vertiginoso mi spinge a credere quanto ogni parola, ogni singolo termine, sia interconnesso agli altri, anche i più lontani e per noi astrusi. Aveva ragione Goethe, la scienza nasce dalla poesia. Le parole, meravigliose, sono davvero l’unica creazione, dall’alfa all’omega, umana.

Per dirimere dubbi, eventuali, ma anche per passione, cerco luce, in ogni senso: lux, in latino. Luz in provenzale, spagnolo e portoghese. La virtù che emana dal Sole, dalle stelle, dal fuoco e ci rende visibili gli oggetti; luce è ciò che illumina, mentre lume è lo splendore tramandato. Spesso, li confondiamo, purtroppo.

Resta, ultimo, ma non per me, il verde. Non in omaggio all’ipocrisia imperante che sempre precede le immense turlupinature sofferte dall’umanità, ma verde come colore della volontà, secondo le Lanterne Verdi, polizia dello spazio: Cavalieri dello Smeraldo. Personalmente, mi balza subito in mente il Corsaro Verde, uno dei due fratelli del Corsaro Nero, Emilio, Conte di Roccabruna, Signore di Ventimiglia e di Valpenta, che combatte il perfido duca fiammingo Van Guld, governatore disumano di Maracaibo. Volontà Verde, come un volenteroso gruppo di cittadini di Casalborgone, borgo torinese alle porte del Monferrato, che ai video e ai post preferiscono le azioni, per ripulire l’ambiente naturale da tutta l’immondizia che produciamo e, colpevolmente, abbandoniamo in giro. Inquinando e inquinandoci.

Verde come la speranza. Come la Luce Verde. Luce, come la lastra di cristallo che funge da specchio e ci offre la nostra figura in visione:

gli sciocchi narcisi – senza offesa, per Narciso – si rimirano, le persone avvedute rintracciano quanto non conoscono di sé stesse e, soprattutto, del mondo (il dito e la Luna).

Lazzaroni di latta, Salvatrici inconsapevoli

Pagina del Re Lazzarone, forse un tantinello criminale, ma in fondo nel fondo chi non lo è, in dosi variabili.

Non sarete prevenuti nei suoi confronti? Non vorrete discriminarlo solo perché è un povero Borbone?

Luce e Tenebra, sempre un ottimo tema, dagli albori dell’Umanità; testimoni e annunciatori di Luce, tessitori e portatori di Tenebra, cuori di tenebra, meglio non essere schizzinosi, visto il periodo; o tenebra o mores.

Voci nel Deserto: sono io, l’Eremita pazzo, o il Cavallo senza Nome?

Lazzarone, dicevamo: giovane discolo – discobolo di Mirò o Mirone? – scavezzacollo, qualunque cosa significhi; bande di lazzaroni, bulli ante litteram, o golosi biscotti del Mondo Prima, conservati in meravigliose scatole di latta. Biscotti da latte, da semplice sgranocchio, scottati due volte, come duplice è l’imperiosa scampanellata del Postino o del Cavallo di Troia.

Amico, credimi, attenua le amarezze della vita con un assaggio di amaretti, di Saronno, recapitati da un bastimento a vapore, ché anche Mickey Mouse cominciò come capitano di battello fluviale a vapore.

Vapore è il nuovo tag del secolo, fidati. Steam, so trendy!

La giovane Rachele salva uno sconosciuto, gettandosi senza esitazione sui binari mentre sopraggiunge un treno, poi con semplicità dice sottovoce: – Siamo persone, chiunque avrebbe fatto lo stesso.

Non credo, cara Rachele, ma è commovente pensare che Tu ne sia convinta, è commovente pensare al Tuo gesto d’Altruismo con il quale hai fornito nuova Luce, nuovo Valore alla parola Umanità; non hai salvato la vita di un Uomo, hai salvato e riscattato l’intero consesso umano. Sia lieve la Tua convalescenza, gioioso il Tuo Natale.

A proposito, forse nel Mondo Dopo, anno I, non leggeremo e canteremo sotto il vischio il Canto del vecchio, intramontabile Dickens, ma Tu, Rachele, ci hai donato una pagina nuova, un nuovo racconto degno di celebrazioni, degno di essere tramandato.

Se il Guru è un Maestro – di sanscrito (scritto?), ennesima lingua salmistrata, morta di fatto? – i discepoli, cribbio, dove si sono imbucati? Il mio banco, a rotelle, per un manipolo di discepoli.

Tutto è perduto, per primo il tanto chiacchierato onore e non credo sia possibile ritrovarlo al deposito oggetti smarriti all’arsenale di Venezia. Onore con onere della prova; legioni disperse, in rotta a rotta di collo, da quando l’occidente, quella cosa autoproclamata superiore, assegna medaglie d’oro a dittatori sanguinari, intrattiene amichevoli rapporti con famigerati criminali internazionali: ci saranno motivazioni, certo buone, ottime, recondite; condite molto condite di affarucci sporchi, unti, maleolenti di armi, gas, petrolio. Ammazza che novità, ammazza che progresso; peggio, il progresso che ammazza.

L’ex guru dell’economia, ormai più gulasch che guru, lo dice senza tema del ridicolo: l’Europa moribonda è capofila e modello della svolta ambientale che ha investito tutto il mondo. Lo dice Lui, non io. Svolta a destra, attenti a non finire di sotto dopo le colonne, in testa a Ercole – fumantino più di pria, o di Priamo, vedete voi – con queste terre così appiattite dalla stupidità, virale. Al punto, dopo il punto, di lodare le lordanti multinazionali dell’energia che avrebbero, a propria insaputa e in silenzio, ridotto moltissimo le emissioni di inquinanti. Troppo in silenzio, considerato che nessuno dei dirigenti apicali lo sa, troppo in silenzio per gente così discreta, abituata a varare una campagna mediatica globale per annunciare al popolo perfino il quotidiano, doveroso, auspicabile ricambio della biancheria, intima.

Meno male che Klaus c’è, magari non proprio Santa, ma Kinski. Aguirre che annuncia il furore di Dio, dopo i giorni del dolore saranno dolori con quelli dell’ira, perché stavolta ci aveva ordinato di mangiare a quattro palmenti, più e meglio della coppia istrionica Gargantua e Pantagruel, dall’Albero (sempre non sia stato abbattuto, nel frattempo) della Conoscenza, non per essere assunti, ma noi tetragoni cospirazionisti, niente, fedeli alla linea, la nostra: – eh no, esimio illustrissimo Padre supremo, ci hai buggerati già l’altra volta…

Ci resta Kinski, chissà che con Nosferatu Principe della Notte, non ci dica cu… ehm, non ci dica bene, o vagamente meglio: dal 2021.