Omero e i collettivi

Omero, chi era costui?

Forse non un personaggio solo, ma il primo collettivo letterario della Storia, una specie di Luther Blissett ante litteram?

Non ditelo all’ex calciatore inglese che indossando la maglia del Milan segnò un memorabile goal in un derby meneghino, umiliando in elevazione un certo Fulvio Collovati, campione del mondo (nessun parallelismo con Pelé nella finale del 1970, che si materializzò all’improvviso sopra una nuvola dell’Azteca per sorprendere uno sbigottito Burgnich, solo per rendere l’idea).

Collettivo letterario come il Bardo, William Shakespeare? Chissà. Sono così belle le leggende letterarie che sarebbe un peccato mortale, un oltraggio deturparle o tentare di demolirle con teorie verosimili, ma strampalate.

Restiamo concentrati sul narratore cieco, privo forse della vista fisica ma dotato di una straordinaria visione interiore, una inventiva e una sensibilità all’ennesima potenza, senza le distrazioni delle immagini del reale, più o meno reale.

Omero gruppo di autori, Omero cane nero e sfortunato, come Calimero, con le pupille opache, ma capace con il fiuto e con la percezione delle vibrazioni del Mondo di individuare capire interagire con gli esseri viventi attorno a Lui.

Abbandonato tanto tempo fa, dal solito bipede sciocco del Mondo Prima, che lo riteneva animale inutile e forse con questo giudizio sprezzante e inumano classificava solo sé stesso.

Autisti con una mano sola, autisti di veicoli a trazione tradizionale, non traditrice, non pilotata da una app, da una intelligenza artificiale in remoto, remota nel senso di virtuale, non lontana nel tempo – magari, sarebbe magnifico – batteristi di gruppi rock con una sola mano di poker, capaci di sbaragliare gambler professionisti e batterie, nel senso della sezione ritmica non delle pentole.

Falsi profeti, dalla mente cieca, ottusa: promettevano futuri da nababbi – a nababbo morto? – da sceicchi da emiri, ma dopo 20 anni di trivellazioni il romanzo storico narra solo di devastazione ambientale e assoluta povertà: sociale culturale morale, tranne che per multinazionali e sodali.

I saggi orbati, i facitori con maschere senza occhi, con facce senza volto né pupille, consiglieri ispiratori, eminenze grigie senza scala – grigio unico uniforme, a perdita d’occhi per restare in tema – della politica occidentale, quella auto proclamata superiore e vincente causa mercato, ha percepito che la sedicente democrazia non è esportabile in altre culture in Popoli con storie differenti dalle nostre, soprattutto a suon di bombe; difficile inculcare loro che stai donando libertà, insegnando l’arte della vera vita democratica, mentre fai a pezzi povera gente, donne bambini anziani, senza esclusione, perché dall’alto dei nostri bombardieri, noi siamo spietatamente inclusivi.

Meno male che quello di Emergency ha lasciato il campo, un guastafeste rompiballe in meno.

Narrazione di leggendari sabati del villaggio, prima del villaggio ai Comboniani e di infiniti meriggi balneari, su sabbie selvagge infinite che nella fantasia della passione diventavano gli stadi più belli del mondo; con il calcio – lo abbiamo capito solo oggi in questo disumano Mondo Dopo, in cui tutto sembra lontano dall’uomo – trait d’union, detonatore buono, pretesto virtuoso per aggregazione sociale; meraviglioso lo sport, meraviglioso perché era il medium che ci permetteva di stare insieme, di dialogare, di condividere emozioni; come dice il nostro grande campione Luca, voi siete stati gli esempi, gli educatori nell’accezione latina, quelli che sapevano condurre con il sorriso con la gioia con la purezza e la semplicità.

I pomeriggi più belli sono stati insieme a Voi, grazie a Voi: Gino, Toni, Cesco. Irripetibili, eterni.

State preparando i campi nel Cielo, lunghi tornei impegnativi, perché saranno iscritte le squadre più forti della storia: Real Comboniani e ByByOne World Team (Triveneto docet).

La parabola del seminatore prodigo è perfetta, prodigo ma non sciocco, generoso perché getta chicchi di grano sano e forte a piene mani, sapendo che prima o poi riuscirà ad attecchire su terra ricettiva e fertile: con tutto il rispetto, niente male nemmeno le parabole di Zico.

Gli occhi dell’Anima vedono lontano, oltre: anche nel buio ancestrale dell’Universo.

Quori, liquori, qomplotti: Pace?

Mappe: nautiche geografiche urbane catastali, zattere sestanti bussole, volta stellata o soleggiata, per seguire inseguire miraggi raggi sogni, isole del tesoro inesistenti eppure di tanto in tanto visibili; oasi, progetti perfino, talvolta, non sempre non solo allo spuntare dell’alba, dopo opportuna nutriente colazione.

Seguire orme, mai consapevoli se siano reali, tracciate come cartine topografiche, camminare su sentieri aperti da altri uomini o da spiritelli, entità ‘burloniche’ burlesche, pedinare – non pettinare – orme, le proprie, impresse sulla Terra in altre vite, per ri percorrere o correre a ritroso, tentando di non incespicare, non frantumarsi contro ostacoli solidi liquidi psicologici immaginari, inseguirsi fino all’origine, se non del Tutto, almeno di sé stessi. Capire forse, osservando la cellula ontologica primigenia, la propria personalità le proprie inclinazioni declinazioni limiti potenzialità, inespresse soprattutto, per liberarle gridarle lanciarle: a spron battuto (si dice ancora?), ventre a terra sul Pianeta.

Occhio alla scelta della zattera, non sia quella della Medusa; attenzione in caso di naufragi – in seguito forieri di insane nostalgie – agli scogli e alle invasioni di meduse marittime tropicali, magari esteticaMente meravigliose, di solito velenosissime urticanti letali. Ci siamo tropicalizzati, annessi e connessi tutto compreso; anzi, compresi no, inclusi intruppati assemblati alla rinfusa, sì.

Il critico d’arte, per eccesso di sapere e letture, per arrotondare spigoli spigole asperità della vita quotidiana, si propone si offre quale levantino mercante di opere al migliore o anche al peggiore offerente, purché facoltoso, con larga facoltà di spendere spandere innaffiare di moneta sonante frusciante, va bene lo stesso anche silenziosa ma abbondante, di peso specifico, di corso valido, per correre poi a baloccarsi nei paradisi terrestri. Un falso patentato: più patacca dell’originale, qualche ganzo gonzo in ansiosa ricerca di legittimazione culturale intellettuale sociale nei salottini boni delle oligarchie, per fortuna si trovano ancora: questo, diciamolo senza ipocrisia, regala speranze, se non di futuri scenari, di agiate carpe – capre? – cioé, di agiatissimo carpe diem. Chi gode, non si contenta, di poco.

Orientarsi, ma con la Q, perché ogni sano complotto, più o meno rispettabile rispettoso rispettato, inizia con la Q, di scuola – dell’intrigo, magnifico rettore Fu Manchu, in arte diabolico con l’ausilio di una batteria di ‘qanon’ – Q di cuore, anche di ventre basso o alto, più ‘lardominali’ per tutti;

con la Q di quote per allibratori alligatori, ché qualcuno scommetterà ancora sul futuro istantaneo solubile liofilizzato e non solo su ancore di salvataggio, sistemisti sistemici di roulette clandestine, ‘quadrimani’ qualunquisti del gioco, quando in gioco ci sono vite, destini, sorti delle umanità, varie variopinte, varie pinte di birra per corroborarci, per cantare in Qoro: il canto degli Italiani, dopo aver studiato attentamente le mirabili biografie di Novaro e Mameli.

Anche per oggi non raggiungeremo il quorum: gli esperti garantiscono che il referendum poverello è logoro, obsoleto, superato; la democrazia e la volontà popolare sono divenute di colpo impopolari, noiose ripetitive, peggio delle asfissianti repliche televisive nelle torride estati del globo con temperatura interna raddoppiata rispetto a 15 anni fa.

Un vero grande Qomplotto comincia sempre da questa lettera, o da una missiva, segreta, cifrata: un agente Q, non sempre all’Avana, un pendolo, un magistrato o leguleio diventato romanziere; in attesa del dolce naufragio della civiltà – chissà quanto civile – come l’abbiamo conosciuta o soprattutto rappresentata raffigurata auto raccontata a noi stessi (ahinoi sventurati), per renderla presentabile e vagamente degna; quando la Natura sarà tornata padrona, anche della nazione umana, potremo viaggiare su quelle direttrici cancellate dalla flora e dalla memoria, un tempo chiamate autostrade: senza fretta, alla giusta andatura, un viaggio fino al termine della notte, senza necessità, l’imperativo categorico cattedratico, per rabbia per amore di sfondare barriere, per giungere oltre.

Oltremare oltreconfine oltremodo, todo modo.

Sorseggiamo liquori tramando su una poltrona, mentre – come in una delle fulminanti vignette di Altan – una matrona ci avverte: scade il tempo per salvare il Pianeta; noi, mezzi addormentati, con gli occhietti chiusi, rispondiamo blandamente: ancora cinque minutini. Battute assimilabili agli orgogliosi rutilanti annunci di politicanti, iper super extra capitani d’industrie che annunciano tronfi trionfanti, la fine dell’era dell’economia fossile dal 2040; o, al più tardi, per qualche lieve intoppo sempre da prevedere, nel 2050. Intanto, non si contano sversamenti fuoriuscite perdite incontrollate e incontrollabili di gas e petrolio dalle sicurissime tecnologicissime avanzatissime infrastrutture, ovviamente verdi, con susseguenti vittime umane e irreparabili avvelenamenti ai pochi ecosistemi superstiti, ma cosa importa: le azioni borsistiche borseggiatrici volano, le balle e la bolla anche, gli azionisti gongolano, quantificando i dividendi pro capite. Se a breve, non esisteranno più pro né contro e nemmeno cape, pensanti di sicuro, più o meno sante, più o meno sane, pazienza.

Luther Blisset, Wu Ming o Jim Douglas M.? M. non il mostro di Dusseldorf, Morrison angelo ribelle del rock, quello vero, quello che disorienta, lascia senza fiato, come dentro un incubo, inseguiti da un grosso predatore, invisibile, del quale percepiamo la famelica inquietante, presenza, l’alito caldo, quasi l’acquolina che secerne pregustando il momento in cui le nostri carni diventeranno suo succulento fiero pasto.

Sono vero, vivo, umano troppo umano; normale: spero proprio di no.

Ci sarà un auspicato risveglio? Per quanto devastato il corpo, lo spirito cresce in energia. Perdona a me Padre, perché (talvolta) so quello che faccio. Voglio ascoltare l’ultima Poesia, dell’ultimo Poeta – grazie Jim.

Perderemo la guerra tanto invocata agognata agonizzante, perderemo la partita a scacchi con la pandemia – impostata con grottesca strategia – perderemo la sfida alla crisi climatica, perché gli Scienziati, per una volta concordi, hanno già affermato che il collasso della nostra casa comune sarà più rapido di quanto previsto fino a oggi;

sarebbe importante che ci preparassimo, con la tenacia di monaci tibetani, a vincere, per una volta prima opzione, la Pace.

Per il Poi, del Mondo Dopo.