Weltanschauung

Pagina della Weltanschauung, pagina di questa bellissima parola teutonica: non è un’offesa, sia chiaro, anzi limpido.

Lemma filosofico, difficile – in tutti i sensi – del quale, per sintetizzare, riesco solo a pronunciare “uu“; giornata splendida splendente, citazione involontaria a parte, mi riesce più agevole; del resto, noi ferrovecchi che ancora considerano con un po’ di affetto gli anni ’80 del 1900 siamo ignoranti e superficiali. Fatto conclamato, anche quando non siamo figli di Bingo Bongo.

Giornata meravigliosa per consentire alla leggendaria Pina (alias Pinarello) di scarrozzarci su e giù per i ponti immaginari, eppure reali, della Pedemontana pordenonese, ove fiorellini bianchi rupestri sbocciano già – ho smarrito qualche mese o la Primavera e i suoi prodromi sono molto in anticipo? – ; ove l’ascesa al Castello di Caneva, più attento che mai, favorisce incontri speciali: Marco, 20 anni dopo e non si tratta del Visconte di Bragelonne; Paolo Magno, talmente intelligente da porsi troppi perché, troppo pesanti, ma capace di domandarmi ancora: “Perché insisti, anzi, insistisci?“; Mustafà, l’uomo del Maghreb, lui che senza troppe parole ampollose, solo con il suo comportamento, riusciva a renderci più accoglienti, più saggi, migliori, anche da occidentali, sotto ogni punto di vista.

Non a caso il loro silenzio è assordante, non a caso si sono trasferiti tutti e tre – numero perfetto, dicono – nell’iperuranio e brillano intensamente di luce eterna, non per caso sono presenti più che mai ora che non sono più prigionieri della corporeità; li cerco come un assetato cerca un brandello di oasi nel deserto, li cerco e mi abbagliano all’unisono, mi mancano in modo straziante, ma gioiosamente li abbraccio tra le nuvole, dialogo con loro nel mio cuore.

Questo mi conforta, mi consola, mi fornisce un’ampia vigorosa iniezione di fiducia e forza morale; anche perché, a proposito di incorporeità, il mondo appartiene in spicchi ogni anno più grossi – almeno, in apparenza – a pochi, misteriosi fondi internazionali, le cui sedi fanno base in stati (hanno importanza?) a fiscalità agevolata, molto agevolata: in pratica, come dicono gli esperti più esperti, “accumulano, non guadagnano”. Nel silenzio complice della politica e delle istituzioni democratiche, quelle che rivendicano radici cristiane. A insaputa di Cristo e delle vite, umane.

Quando scherzando si dice: “Sei un pozzo senza fondo“, le mie poche, molto confuse idee, si annebbiano sempre più. Difficile immaginare San Patrizio – solo un semplice esempio – che affida le proprie prerogative miracolose a BlackRock (non Black Sabbath, troppo ingenui), per giungere infine a raschiare il fondo del barile, per scrivere banalità. BlackRock nuovo (de) genere horror poco musicale, nome adatto a un’entità malefica in un romanzo fantasy; molto horror, zero fantasy.

Visione del mondo, importante averne: almeno una. Se poi fossimo capaci di coltivarne molteplici (attenti ai trattori, o tempora o mores), saremmo anche più attrezzati per fronteggiare i rovesci della immancabile malasorte, degli immancabili farabutti; eppure dovremmo essere corazzati e intangibili, ormai.

Rammentiamo che il povero San Valentino da Terni, nonostante fosse santo e cristiano, finì decollato;

più semplice – per noi, di sicuro – pensare ai tanti racconti che sfociano nelle leggende, visualizzare immaginette stereotipate dal marketing più bieco che riducono la panchina di Peynet a uno scaffale per inutili, ammorbanti carabattole da rifilare a ingenui romanticoni creduloni: altro che le perline colorate dei conquistadores.

E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo
.

Forse Neruda ci risulta alieno, ma, quando possibile, rammentiamolo.

In the fog (no frog)

Pagina in the fog, per la precisione: no frog.

Nella nebbia densa e avvolgente, senza punti di riferimento né appigli, può accadere di tutto; in una rana, nelle interiora (con rispetto scrivendo) al limite puoi baloccarti con esperimenti elettrici o con quelli vitali, ma bisognerebbe incomodare il dottor Frankenstein. Auspichiamo non piova.

Essere privilegiati e fermarsi con la bici da corsa ai piedi della irta ascesa che conduce al castello di Caneva – inquietante, nella nebbia sembra di vivere in un romanzo gotico, oltre che nell’immancabile umidità – mentre il mondo, tutto il mondo e i suoi rumori, scompaiono all’improvviso e cominci a temere l’arrivo di sinistre creature inviate dal Signore degli Inganni. Basta la realtà e avanza, anzi, abbonda.

Sostare nei pressi di una gelateria artigianale mai notata in passato – distrazione, novità o scherzo birbone del destino? – come trovarsi (ritrovarsi) nella migliore cremeria, ma in Siberia, in attesa di cominciare lavori pesanti (pensanti?) finalizzati alla rieducazione, la propria. In attesa di novella, solida maturità: dei genitori, mestiere più delicato e complicato del pianeta; dell’umanità: intera e completa.

Mentre i lampioni in riva ai fiumi – reali, immaginari, letterari – vengono inghiottiti, chiedersi se Marco Pantani quel giorno (poi sera, infine notte profonda, senza fine) avesse pedalato sulle sue salite, se si fosse fidato senza riserve, ancora e per sempre, della sua amica della vita, invece di annegare nei tranelli dei demoni, quelli personali, quelli a due zampe che lo braccavano, per invidia e lucro sporco. Se avesse potuto issarsi sui pedali contro l’orizzonte senza confini, contro la meschinità e la grettezza: non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Eppure, restano indelebili, immarcescibili, inscalfibili le imprese sportive, le emozioni, tutte le emozioni, la purezza del cuore e dell’amore.

Noi, imperterriti, mentre come nel video Billie Jean le brume accolgono un’improvvisa accensione di segnali luminosi terrestri, continuiamo a pedalare, senza pavesare bandiera bianca:

in questa nebbia.

In tensione

Vorrei diventare un provetto inseguitore del Sacro, anche mentre dormo, come insegnava il Saggio.

Vivere in tensione – nell’accezione (anche, eccezione) migliore – verso il sublime, liberarmi da orpelli e catene (meglio di Houdini), sublimare me stesso fino a rendermi pura essenza, in volo verso il Tutto, verso l’Ente primigenio universale.

La Bellezza e la Poesia possono aiutare, una messa laica cantata e mistica possono ispirare e indicare la strada; se vi capitasse di incrociare i sentieri degli artisti Amara e Cristicchi siate propensi e predisposti a condividere molti passi insieme a loro: prima e oltre la loro grandezza artistica sono grandi anime. Hanno davvero recepito il messaggio, hanno visto la vera luce, quella senza ombre, hanno capito che siamo tutti piccoli ruscelli senza fonte, in questa vita terrena, ma hanno imparato che accettando questa nostra natura di pulviscoli cosmici, questa nostra transitoria finitezza, possiamo evolvere perché se ontologicamente siamo emanazione dell’Unico principio, possediamo dentro di noi la predestinazione all’eterno, in qualche forma e/o dimensione. Una piccola scintilla che attraverso la nostra evoluzione e liberazione dobbiamo aiutare a diventare luce perenne. Con grazia, leggerezza, attraversando beatitudini sublimi.

Dalle magiche rive del Lario alle torride strade del luglio francese, in sella ad una formidabile bicicletta perché Lui era formidabile, in tensione verso i suoi sogni da bambino: il destino è per motto popolare cinico e baro, qualche volta anche nella realtà, ma Fabio Casartelli, al pari di Marco Pantani, vive sempre nei nostri cuori: oggi pedala libero sui sentieri dell’Universo.

Chiedi a una ragazza di 15 anni di età, chiedile – a lei e a tutta la sua tribù di amiche e amici – chi fosse Mafalda e soprattutto il nome del papà della buffa, spigolosa bambina dai riccioli neri come carboni ardenti; chi fosse e come per decenni con il suo fulminante sarcasmo sia riuscita a denudare le debolezze, le miserie del mondo dei presunti adulti e fustigare tutti i vizi peggiori della loro sedicente evoluta società. Grazie Quino.

Avete mai osservato quanto siano belle le Tigri del Bengala sdraiate – non in tensione – in rilassamento felino accanto a ruscelli e pozze d’acqua nelle jungle più fitte? Se smettessimo di devastare specie viventi prima del nostro acefalo interventismo, se smettessimo di attentare alla biodiversità in nome del feticcio chiamato sviluppo, forse anche la tensione del Pianeta azzurro cesserebbe.

Tensione corporea, la medesima di Michelangelo Merisi – sempre lui, il Caravaggio – mentre divorato da una insana febbre (non solo fisica, fisiologica) moriva abbandonato sulla spiaggia di Porto Ercole; si era imbarcato a Malta, dove sopravviveva da auto esiliato, per sfuggire alla sedicente giustizia dopo i guai combinati a Roma e Napoli, con la speranza di tornare nella Città Eterna, per ottenere dal Papa il condono dai suoi peccati capitali. Per meriti artistici, ma la Vita e la società degli uomini, forse, non funzionano così, forse, semplicemente, con o senza tensione costante, non funzionano.

Tensione, alta tensione in un mondo che considera pandemie e guerre benedizioni per il trionfo del pil (finché ci sono, c’è speranza…), per conferire sempre più i pieni poteri al mercato globale sovranazionale di stampo liberista. Le vittime umane sono poco meno che incidenti di percorso sull’altare del profitto.

Tremate, empi – non perché lo scrive un indegno allievo dello scriba – ma vuoti dentro: vi credete invulnerabili, ma fino alla liberazione dalle passioni velenose sarete condannati a tornare: ancora ancora ancora e non sarà per raggiunto miraggio dell’immortalità (enormemente sopravvalutata).

In tensione evolutiva, per tramutarmi in un chicco di grano: dentro, tutti i segreti dell’armonia e della bellezza universali.

Dentro, l’innata capacità di nutrire i Popoli della Terra.

Reminiscenze (scienze?) olfattive

Pagina delle reminiscenze, riminesi, o delle scienze delle estati vitellone di Rimini.

RiminiScienze o Scienze di Rimini; non trascurerei Cesenatico, culla di liberi pensatori, artisti, navigatori, ciclisti; sulla montagna, tra le brume del bosco soffia impetuoso il respiro di Marco, ha il mare dentro: forse per questo vola con la sua bicicletta sulle asperità emerse dagli abissi, forse per questo insegue ancora la sua onesta pulita profondità, per alleviare la sofferenza, per estirpare il tormento, per vincere finalmente la gioia luminosa di un eterno abbraccio familiare.

L’amore non è solo questione di sole – certe sòle… – cuore, ma spesso di odore, nel senso più ampio e variegato del senso: uno dei 5, quello prettaMente olfattivo.

Nella vita ci vuole naso! Come garantiva Rantanplan cane piantagrane, affezionato compagno canino di Lucky Luke, teorico segugio, dal fiuto fallibilissimo soprattutto al cospetto dei fuorilegge più famigerati; nella vita, nei marosi della vita ci vuole tanto naso e altrettanta – tanta davvero – fornitura di terga e forse la combinazione tra le due caratteristiche può, se non garantire, assicurare talvolta risvolti positivi, a certi pantaloni; sempre ammesso non concesso – ottriato – non si tratti di pantalonacci da galeotti ché mica tutti siamo fratelli dei Fratelli Dalton.

Ci vorrebbe tanto naso, come quello sì infallibile per il tartufon, il naso di Gianna – non Nannini, sempre alla ricerca di un bello impossibile ma ragazzo di Europa, assai gelosa – Gianna, Donna musicale di Rino, Gaetano; a naso, mi sono perso e sì che non ne sono sprovvisto.

Anche la gentilDonna in abito canarino aveva naso, mentre chiedeva all’autista Ambrogio di verificare la tenuta ondulatoria e sussultoria della lussuosa vettura, prima di esclamare languida: la mia non sarebbe proprio fame atavica, piuttosto un languorino di sangue blu da brioche; il fedele dipendente esclamava, sempre inguainato nella inappuntabile livrea: Mia Signora, ce l’ho qui la brioche!

Con classe, senza volgarità, senza eccessi popolari, tumulti populisti ante litteram.

Beato Colui, dotato di naso archeologico subacqueo, riesce a immergersi in acque verde smeraldo – già questo un tesoro – davanti alle coste d’Israele e trovare per incanto la Spada nella roccia sul fondale; Excalibur, ex Mare, ex Nautilus.

Servirebbe naso sopraffino per fiutare la menzogna e sbaragliare come birilli del bowling i menzogneri, quelli che architettano i complotti e poi abbindolano le genti, convincendole che il complotto non esiste e che coloro che tentano di smascherarlo e disinnescarlo siano citrulli, malati di complottismo da b movie fantascientifico anni ’50; più che una macchina della verità – avete presente Trinca e Cruciani e lo scandalo calcioscommesse negli anni 80? – attendiamo con ansia una macchina della menzogna, anti menzogna, una bestia cibernetica che denudi di colpo, con un solo colpo di braccio, di maglio robotico, o fulmine cosmico in alternativa, i grandi spudorati mentitori, senza nemmeno mentine per l’alito, pestilenziale.

Con il pennello o bombolone panna spray – pennello grande, grande pennello, mega pannello? – nel naso a scrivere sui muri: il global warming non esiste, mentre la marea sale e ricopre tutto ciò che ci resta, anche gli stessi muri di quell’edificio; in effetti il global final warning è (ri)suonato da tempo e siamo fuori, di testa e anche tempo massimo. Un fazzoletto, non di carta, di stoffa, ché la seta sarebbe sprecata, per soffiare il naso, il nostro, per asciugare i nostri begli occhietti, lucidi di lacrime, ma spenti.

Rinoceronte, rinoplastica additiva, forse erro – sono errabondo, lo confesso senza pudori – l’addizione o la moltiplicazione servirebbero, eccome: della materia grigia, nasi ne abbiamo in abbondanza; in ogni caso, androidi cyborg droni evoluti al cubo potranno imitare surrogare l’olfatto, ma il nasino più famoso illustre grazioso della Storia, non sarà mai raggiunto, né superato (con deferenza parlando):

Cleopatra – non patria, anche, la Sua – regina d’Egitto e non si tratta di espressione ingiuriosa e/o sarcastica.

Vivere un giorno saziandosi di sola e pura Meraviglia.

Attraversando in solida barca a vela la culla marittima chiamata Mare Nostrum, per trovare tra onde e nuvole ritrovare gli Dei, fiutarli nel Vento, chiedere loro di tornare a narrare le loro storie le loro formidabili imprese perché da quando non abbiamo più creduto in loro, tutte le caratteristiche negative degli inquilini dell’Olimpo si sono riversate sulla Terra.

Nella vita ci vuole orecchio per cogliere il canto portato sulle ali di Eolo, ma anche naso per fiutare buone storie, quelle che creano comunità, quelle che diventano casa per i Popoli, parole come semi preziosi per coltivare i campi del Futuro.

Non facciamoci prendere per il naso, non di solo pane vivono donne e uomini – devo aggiungere tutte le infinite sfumature? – sarebbe una buona pietra emiliana di partenza non avere anelli al naso, o almeno inutili orpelli. Anelli e orpelli, soprattutto se in ferro, appesantiscono.

Mai sottovalutare le conseguenze dei nasi nella nebbia, anche perché nel nostro piccolo Mondo Dopo è ormai così fitta che rischiamo di rovistare con le dita in quello del nostro vicino;

come sosteneva Ionesco – regista di fosforo del football club teatro dell’assurdo – un naso che vede, ne vale due che annusano.