Utopie, magnifiche però

Distopie, ne abbiamo? Oltre le cime: dei capelli, di rapa (memento: anche come rapa, non sembri una cima), delle vette – e perché no? vettovaglie – più impervie e inaccessibili.

Scendiamo in piazza, riempiamo le piazze per le resistenze – non solo elettriche – per l’ambiente, per ogni genere e tipo di vera equità, in contumacia, in attesa della politica. Temo che periodiche piazzate alle sedicenti classi dirigenti non bastino più.

Dopo l’abbuffata, l’indigestione di distopie, sarebbero gradite, auspicabili nuove, scintillanti Utopie, però magnifiche già dalla formulazione nell’empireo Iperuranio delle Idee; astenersi aridi cinici perdigiorno, anaffettivi, anacoluti, anaonirici.

Preparare per pranzo un Pollo alla Marconi – Guglielmo, quello del telegrafo senza fili, non Tell, quello della corda tesa – che grazie a misteriose leggi dell’energia elettrica (in codesta circostanza, con fili e trasmettitore) riusciva a rendere salterini anche i volatili avicoli defunti, spaventando oltre il possibile, domestiche e convitati, meglio se non di pietra; ché da cervelloni a burloni è davvero un attimo. La scienza avrà metodi e regole deontologiche rigorosi, ma anche la goliardia, non scherza: casomai, (si) burla con gaudio massimo e intima soddisfazione.

Sai, Ramira – Ramira besame, mucho – ti ritrovi dall’oggi al domani quadrupede diventato bipede (o viceversa), con terribili dolori alla schiena; sarà colpa dell’aspirapolvere e delle faccende domestiche? Potresti chiedere all’attrezzo direttamente, in questo strano mondo di seconda mano, non ci capiamo tra noi, ma abbiamo inventato ramazze parlanti. Nella caverna, molte ombre di sicuro, molti problemi di civilizzazione in meno: al netto della caduta della coda, o della sua ricrescita inaspettata.

Scandagliare gli abissi dell’Antartide per rinvenire il relitto della Endurance: il leggendario capitano Shackleton sarebbe fiero di noi e anche Francuzzo Battiato sorriderebbe, dalla sua attuale dimora nel giardino della pre esistenza. Dovremmo celebrare l’ostinata intuizione di Mensun Bound – no boundaries (senza confini), per i folli sognatori – che grazie ad un rompighiaccio fantascientifico e ad alcuni droni sottomarini è riuscito a localizzarla nel terribile Mare di Weddell, a oltre 3.000 metri di profondità. Non si tratterà della versione moderna di 20.000 leghe sotto i mari, certo lo scafo del mitico veliero resterà intrappolato – o custodito, per gli ottimisti – laggiù, quasi integro, come nel lontanissimo dicembre 1915, data della audace spedizione: gelo antartico che sarà ghiaccio del sud (bollente?), ma iberna molto più di quello settentrionale.

Annegare nell’oceano delle rimembranze, fallaci: un percorso ineludibile, per tutti. Tornare come il colpevole, sul luogo delle proprie radici, forse incerte, come le reminiscenze; anche a propria insaputa e contro la propria volontà: delle scale sgarrupate in muratura, un’antica logora terrazza coperta che, malgrado l’incuria degli uomini e gli affronti degli anni ineluttabili, resiste, ad ogni affronto, ad ogni confronto, ad ogni rimbombo. Un porta a vetri sbarrata e bloccata dall’interno, un uscio che ere geologiche fa qualcuno chiamava casa e oggi genera ondate concentriche di commozione.

Invocare il Mare, il dio del Mare o il mare come fosse esso un dio di qualche pantheon naturalistico; invocarlo in greco antico, tentare. Certo saprete che nella Grecia classica, soprattutto nelle regioni dell’Attica e dell’Arcadia, gli ascensori nei grandi alberghi per guerrieri, poeti, filosofi, artisti e immancabili turisti – a orde agostane – recavano solo due pulsanti: anabasi/catabasi.

Per guarire da ogni male, per superare ossessioni e manie, nessuna alchimia farmacologica, affidarsi alla talassoterapia. Dentro le conchiglie: narrazioni e canzoni e soprattutto splendide utopie, senza limiti né confini;

auspicando non si tramuti tosto in tostissima salassoterapia.

Avremmo già dato.