Molti metaversi (onniversi?), molto onore

Pagina del francamente non so con esattezza cosa sia, ma un po’ – anzi, molto – me ne infischio.

Non per insopprimibile, insopportabile snobismosine nobilitate – ma perchè, fino ad oggi, non riesco a percepire l’utilità di questa realtà virtuale (negazione) così moderna e rivoluzionaria. Forse.

Nemmeno per emulare, alla molto lontana, Rhett Butler: il quale, per inciso, i metaversi li divora a colazione.

Al momento mi sono molto più chiari i pericoli e gli svantaggi a confronto dei presunti benefici; come sempre, quando un medium s’impone, ci sono bande di furbi profittatori e pletore di gonzi che si fanno abbindolare dal richiamo invincibile del miracolo. Per qualcuno: pochi, di sicuro.

Metaverso dai molti versi, multiversi – per non offendere gli universi plurimi coesistenti – e non si tratta nemmeno dell’evoluto popolo delle scimmie. Senza incomodare Goku, la sua banda scatenata, i Mandarini: feroci o pavidi che siano.

Quelli molto bravi, in tutto, ci ammoniscono: mai confondere AR con VR (Arezzo, ma anche Arkansas, con Verona). Mai miscelare cioè realtà aumentata (interazione tra realtà fisica e mondo digitale) con realtà virtuale (interazione tra persone, cose, eventi grazie, o a causa, del web). Tutto con visori al momento futuristici – o vecchi scarponi? – e ammennicoli tecnologici vari ed eventuali. Avete davvero bisogno di quella aumentata? La realtà vera non vi soddisfa totalmente? Non vi fornisce abbastanza stimoli e guai assortiti?

Ancora, il metaverso è un’opportunità, ovvio: economica, Ucci ucci sento profumo di vile denaro, ma non chiamatelo così, altrimenti siete volgari e passatisti. Che sappiate cosa sono, o dovrebbero essere, blockchain, criptovalute e NFT (non si tratta di un gruppo rock o di un misterioso acronimo) sempre sul soldo si ricade: è proprio un antico vizio.

Un condominio di periferia, con cinque palazzine: cos’è se non un infinito metaverso, con infinite personalità, infinite esigenze, infinite diatribe e discussioni? Condominio batte metaverso: infiniti a zero.

Avete presente l’autore statunitense Neal Stephenson? In verità, nemmeno io: prima di sentirlo nominare da un esperto meneghino di tecnologia e metaverso, pensando ai Pokemon, già immaginavo che questi sedicenti metaversi, multiversi, onniversi – potrei trasformarmi in un divoratore onnivoro di siffatte realtà – avessero in realtà un’origine in comune con i personaggi e i mondi creati dalla letteratura; paragone impegnativo, forse azzardato, ma non lontano dal vero. Siamo o non siamo esseri fantascientifici postcyberpunk? E dunque, occhio allo Snow Crash (1992), non solo potente stupefacente, ma anche e più letale virus informatico, in grado di avvelenare computer e cervelli con cui entra in connessione.

Mi contraddico? E allora? Mi contraddico, contengo multiversi, sono vasto: non sono sicuro che il pensiero di Walt Withman fosse proprio identico, però ci siamo capiti; almeno, lo spero. Potrei diventare il più grande difensore, sostenitore, propugnatore del metaverso, appena qualche anima pia di buona volontà mi tradurrà cos’è. Lo giuro.

Non esageriamo: potrei prometterlo.

Comunque, a me piacciono i libri;

sostengono i mobili claudicanti, arredano meglio.

Cime e tempeste

Pagina delle Cime, tempestose; non trascurando, né sottovalutando, quelle di rapa.

Rapa Nui e i suoi faccioni; Raperonzolo forse era una principessa, non in attesa di principe (o con nodoso mattarello occultato nella veste purpurea del Cairo); rapper ormai fuori moda fuori tempo fuori classifica, ché anche parole e loro connessioni sul mercato non acchiappano più, né like, né acquirenti.

Cime in tempesta di Alberi, fusti alti, alti fusti, rami, un tempo si stagliavano imperiosi contro il Cielo, oggi somigliano a braccia e mani imploranti, protesi arboree di questuanti, postulanti che non emettono postulazioni dotte, ma invocano pietà: le bestie umane, mentre insistono a fabbricare ributtanti campagne markettare su inesistenti transizioni ecologiche, abbattono a tutto spiano, in favore della solita schifosa economia fossile e cementizia.

Vorrei la cittadinanza onoraria di Alessandria, nobile urbe che fornì nobili natali a Umberto in arte e scienza Professor Eco, acclamato da Rose di nome, di fatto, di personalità e pendolini cosmo vaticinanti, più e meglio di quelli incerti confusi confusionari, ma divertenti, del Professor Trifone, amico del giornalista investigativo Tin Tin: con la lente deformante, soprattutto ipocrita e stupida del Mondo Dopo lo avete censurato per razzismo? Peggio per voi, ignobili fallocefali, non sapete cosa vi siete persi, cosa avete deturpato. Alessandria ironica, Alessandria davvero grande con e senza biblioteca, civica, capace con giusta distanza di dissacrare educatamente miti leggende pretesi pretestuosi pretenziosi sedicenti eroi.

Se non puoi spiegarlo razionalmente, devi narrarlo, il segreto è sempre tutto qui.

I cardini dell’Universo o Multiverso, sono ancora e sempre: atlantismo – Atlante resisti, non scrollare le spalle, Ti prego, almeno Tu nell’Universo; giustizia con la g minuscola, minuscola essa stessa, ridimensionata a beghe bagatelle di cortile tra comari non solo chiozzotte; Ambiente, il quale, come quel facoltoso veterano in punto di morte, mentre parenti più o meno prossimi, più o meno stretti, bisticciavano al suo capezzale per spartirsi l’eredità, in punto di orgoglio e di trapasso, disse: “Facciamola breve, datemi i calzoni, al Camposanto vado da solo!”.

Si sciolgono i Poli – non quelli del politicume italopiteco, purtroppo – si sbriciolano Ghiacciai e Montagne, però, come diceva il grullone toscano “state sereni”, nel 2050, o giù di lì, noi non ci saremo, ma avremo annullato ogni emissione, missione marziana, massone complottardo dinamitardo. Evvai!

Oggetti battono uomo più esseri viventi 10 a 0: 0 in condotta esistenziale per l’uomo che nel Mondo Dopo ha raggiunto il mesto traguardo di soffocare il Pianeta con miriadi di cose per la maggior parte inutili, però dannose, continenti di plastica tossica alla deriva nei Mari, automobili arrugginite, aerei dismessi, infiniti dispositivi elettronici accatastati alla rinfusa ovunque; tutta ‘robba’ (i Malavoglia e l’ossessione per l’accumulo) con obsolescenza programmata, non con smaltimento incorporato. Ottimo lavoro, uomo. Verrebbe da esortare: continua così, ma la sensazione è che la pacchia cominciata dal duo kriminal Margareth/Ronald sia giunta davvero ai titoli di coda e nella coda, si sa, c’è sempre il veleno, quello più letale, l’ultimo.

Sempre per la losca tradizione ‘vai tranquillo’ ché tanto l’ultima campanella trilla per tutti: potremmo affidare la distribuzione dei magici rimedi a giganteschi vaccinodotti planetari, le infrastrutture esistono – idea geniale non mia, di Massimo Bucchi, intellettuale figurAttivo – badando però a non scadere nel rischio di variante, bulgara.

Ipotesi alternativa: fondare l’ultimo grande partito di massa, Prima le Cose, considerato che sono in schiacciante maggioranza sul Globo; ipotesi alternativa bis, farebbe molto trend topic: l’elisir traumaturgico sia totale appannaggio – per menti appannate, imbarazzo della scelta – di chi lo troverà, custodito in un antico forziere, su misteriosa arcaica isola, non segnata su mappe di pergamena, sconosciuta perfino a Gogol Maps.

Può cominciare quest’Avventura andremo là, andremo là nella Natura, il Capitano Flint sorride a tutto sprint, forse il tesoro sta sognando già;

(L’Isola del Tesoro, Lino Toffolo)

scoprire, infine, che si trattava di una beffarda burla – forziere vuoto e/o inesistente, già trafugato – tipico divertimento di pirati corsari bucanieri, o peggio, verificare su sé stessi, con imbarazzanti effetti indesiderati, che l’agognato farmaco è solo una potente mistura tra dolce Euchessina, il confetto Falqui – basta una parola e sarai evacuato – e le salvifiche gocce di Guttalax:

se non debellerà l’idiozia, almeno purificherà gli organismi.