Cromorama (nella nebbia)

Vago nella nebbia, perso come un lampione sulla riva del fiume, cercando i colori; altri colori.

Un vecchio sapiente ci racconta che i colori conosciuti e disponibili a partire dagli incerti albori dell’umanità erano sostanzialmente tre (3): il nero della cenere una volta capita l’importanza e l’accensione del fuoco, l’ocra della terra (giusto per non obliare da dove siamo nati e cosa torneremo), il bianco dell’argilla, con tutte le sue implicazioni pratiche e artistiche.

Lo stesso vegliardo sottolinea come nell’antica Roma, per esempio, il porpora fosse appannaggio esclusivo dei più alti magistrati e dello stesso imperatore – non Giulio Cesare, per cortesia – perché quella tinta richiedeva una ricerca complicata e un procedimento lungo e costoso: impetrare lumi ai marinai e agli artigiani che rischiavano la ghirba per pescare i molluschi ‘porporofili‘ al largo dello stretto di Gibilterra e, in seguito, per produrlo con fatica e, come specificato, notevole dispendio.

Le brume e l’umidità delle lande nord orientali sono affascinanti, inquietanti; allo stesso tempo, avvolgono nel torpore – per qualcuno, uno scrittore, uno stato di grazia di cui si ha e non si ha coscienza – e stimolano alla riflessione sulle cose essenziali del mondo, nella speranza di giungere a stadi evolutivi avanzati.

Cromorama, vorrei esserne un cittadino; forse, lo sono già. Conoscere, nell’intimo, i colori, la loro natura, la loro teoria, la fisica e la chimica; riuscire a capire la sottile – o anche il contrario – differenza tra colori e tinte, la loro incredibile storia. Mi accontenterei (dovrei, dovrò), in alternativa, di leggere l’omonimo, dotto, documentatissimo saggio di Riccardo Falcinelli, grafico e designer, formidabile nel tracciare la traiettoria nei secoli delle amate nuance e la loro forza nell’incidere sul nostro umore, sulle nostre vicende, personali e collettive.

Mi accontenterei di inventare: un nuovo colore, conosciuti gli altri, donando voglia di ascolto e dialogo alla derelitta umanità.

Nelle mie divagazioni oniriche, viaggio di continuo attraverso il Giappone, non turistico, non esotico, non quello che da almeno due secoli scatena le insane passioni degli occidentali; vorrei deambulare per il Grande Yamato, ritrovarmi nei suoi arcani, venerare o, meglio ancora, ascendere/trascendere alla sua spiritualità di cui i complicatissimi riti sono solo la parte più visibile.

Aspirerei a diventare, dopo mille e mille prove, discepolo di Hokusai e Hiroshige, maestri, innovatori – nel solco della tradizione, ma con molte marce in più – pietre angolari di un modo originale di interpretare, di creare l’Arte; modelli inarrivabili per Monet, Van Gogh, Gauguin, per gli Impressionisti. Di questo è fermamente convinto Wahei Aoyama, fondatore a Tokio della galleria contemporanea A Lighthouse Called Kanata: “Il Sol Levante ispira ancora l’Occidente; dopo la seconda guerra mondiale eravamo cenere, ma dalla ricchezza del nostro passato siamo rinati“.

Nella nebbia penetrante, piccolo girasole nella notte, ruoto lentamente verso est, in attesa del nuovo Elio, che forse verrà.

A irradiarci tutti.

In the fog (no frog)

Pagina in the fog, per la precisione: no frog.

Nella nebbia densa e avvolgente, senza punti di riferimento né appigli, può accadere di tutto; in una rana, nelle interiora (con rispetto scrivendo) al limite puoi baloccarti con esperimenti elettrici o con quelli vitali, ma bisognerebbe incomodare il dottor Frankenstein. Auspichiamo non piova.

Essere privilegiati e fermarsi con la bici da corsa ai piedi della irta ascesa che conduce al castello di Caneva – inquietante, nella nebbia sembra di vivere in un romanzo gotico, oltre che nell’immancabile umidità – mentre il mondo, tutto il mondo e i suoi rumori, scompaiono all’improvviso e cominci a temere l’arrivo di sinistre creature inviate dal Signore degli Inganni. Basta la realtà e avanza, anzi, abbonda.

Sostare nei pressi di una gelateria artigianale mai notata in passato – distrazione, novità o scherzo birbone del destino? – come trovarsi (ritrovarsi) nella migliore cremeria, ma in Siberia, in attesa di cominciare lavori pesanti (pensanti?) finalizzati alla rieducazione, la propria. In attesa di novella, solida maturità: dei genitori, mestiere più delicato e complicato del pianeta; dell’umanità: intera e completa.

Mentre i lampioni in riva ai fiumi – reali, immaginari, letterari – vengono inghiottiti, chiedersi se Marco Pantani quel giorno (poi sera, infine notte profonda, senza fine) avesse pedalato sulle sue salite, se si fosse fidato senza riserve, ancora e per sempre, della sua amica della vita, invece di annegare nei tranelli dei demoni, quelli personali, quelli a due zampe che lo braccavano, per invidia e lucro sporco. Se avesse potuto issarsi sui pedali contro l’orizzonte senza confini, contro la meschinità e la grettezza: non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Eppure, restano indelebili, immarcescibili, inscalfibili le imprese sportive, le emozioni, tutte le emozioni, la purezza del cuore e dell’amore.

Noi, imperterriti, mentre come nel video Billie Jean le brume accolgono un’improvvisa accensione di segnali luminosi terrestri, continuiamo a pedalare, senza pavesare bandiera bianca:

in questa nebbia.

Incontro (no boxe) tra Titani

Pagina dell’incontro, non dello scontro.

Scontro nel senso di conflitto, polemica, diatriba. O giù di lì.

Incontro inteso come conoscenza di qualcuno o contesa sportiva, mai bellica. Incontro tra persone, possibilmente raziocinanti, non belluine né belligeranti. Non sarà un incontro tra Titani, ma tra esseri pensanti, proprio sì.

Nel 2024, fra poche ore, la radio compirà il suo primo – glorioso? – secolo di vita, mentre Happy Days, telefilm statunitense che ebbe l’ardire di superare Star Trek e Hazzard nel cuore e nell’attenzione degli spettatori italici (nonché, nell’indice di gradimento), festeggerà con soddisfazione i 50 anni; forse i due eventi non sono in relazione, non hanno punti in comune (sicuri?), però meglio segnalare, anche perché, riflettendo con calma, accuratezza, analiticamente, forse elementi di contatto si trovano. Almeno ci si prova, tra fenomeni culturali popolari.

Appunto un incontro che parla di noi, ci descrive, delinea tratti salienti e peculiari delle trasformazioni sociali e dei gusti comunitari, anche i più sfumati e meno evidenti, che hanno caratterizzato la gens tricolore negli anni rivoluzionari del ’70 , per poi sfociare inaspettatamente in quelli gaudenti e molto sciocchi dell’80. Del 1900, un’era geologica fa. Evviva gli italopitechi, direbbe il leggendario tennista letterato Gianni Clerici (per tacere dell’informatissimo e preparatissimo amico: Rino Tommasi).

Nei fossi sulla Pedemontana l’acqua è allo stato liquido (non ghiacciato) questo incoraggia i ciclisti; anche se, come purtroppo capiterà agli appassionati della montagna e dello sci, il dettaglio in apparenza favorevole, non sarà foriero né messaggero di prossime, liete sorprese.

I lampioni scompaiono sulle rive dei fiumi, ma rifrangono la luce del Sole, capace di prevalere anche sulla fastidiosa, insistente, penetrante nebbia; i Titani restano attoniti e perplessi. Non solo loro.

Abbiamo inventato e sganciato la bomba atomica, ce ne siamo vantati, gloriati, ne abbiamo fatto un fantasma (più ordigni accumulo, minacciando di farli esplodere, più ottengo la sicurezza e la pace; davvero?), scriviamo la fallace, falsa storia indicando l’occidente come civiltà progredita, evoluta, avanzatissima. Pensa fosse il contrario.

Rincuora che i Titani, seduti in un inverno vero accanto a un focolare vero, si raccontino ancora la leggenda di Andrés Aguyar, il Moro di Garibaldi (Giuseppe, spaccamontagne nizzardo, lui): nato da una famiglia di schiavi di Montevideo, analfabeta, “cavaliere eccellente, formidabile domatore di cavalli” (scrive di lui Gian Antonio Stella), salvò la vita al condottiero dei Mille almeno un paio di volte, grazie al suo coraggio, alla sua straripante vigoria fisica, alla convinzione di amare due patrie, quella natia e quella prescelta: le repubbliche d’America e quella di Roma. Morì a Trastevere, falciato da una granata francese, il 30 giugno 1849, eroe dimenticato in fretta – o oscurato con fretta sospetta – della troppo breve stagione della repubblica romana.

Ci sarebbe poi la piccola vicenda personale di Sam Allison, arbitro di colore nella ricca Premier League inglese post Brexit, ma questa è davvero un’altra storia, una di quelle che si raccontano i Titani, quando s’incontrano e sono di buon umore;

come quella dell’Uomo che decise di salvare il Pianeta, le generazioni future e se stesso.

Questa però è davvero una fiaba, auspicando sia solo fantasia e non frutto di fandonie.

Sentieri.

Doppelganger?

Quando ti appresterai a metterti in cammino, nella tua bisaccia non manchino mai lo yo-yo magico e la bussola; tutto il resto, lo troverai lungo i sentieri”.

Avevo un appuntamento? Come quello di HP, il Maestro Hugo Pratt?

Mi sembrava di sì. Un appuntamento al buio? O nel buio? Un appuntamento del Mondo Prima?

Un rimasuglio, una frattaglia, una ferita del Prima? Retaggi psicologici, some spirituali di epoche lontane irrecuperabili?

Appuntamento con qualcuno o per fare qualcosa? Forse mi ero anche scritto un appunto, un richiamo mnemonico a base di vecchio inchiostro sulle pagine di quelle antiche agende cartacee che le banche del Mondo consunto fingevano di consegnare in omaggio alla fine di ogni anno ai clienti migliori? Omaggi, dalle banche… Omaggi, esclusivi, solo ai clienti migliori.

Oppure avevo segnato questo presunto impegno nell’epoca delle follie digitali sulla memoria virtuale di qualche “fattapposta” elettronico?

Nebbia di Londra, nebbia padana, confusione nella testa, kaos neuronale, respiro affannoso, ancora, di nuovo, forse ero preda di un delirio da febbre equatoriale? Ero all’equatore?

Sempre, martellante, quella voce interna (coscienza? grillo sparlante? grillo mentale?) che impartiva ordini inesorabili indifferibili che rendevano categorico il ‘dover andare’.

Andare dove se l’ordine dall’alto era rimasto lo stesso: – Non muovetevi! E’ vietato ! E’ pericoloso! Tutelate voi stessi e i vostri concittadini! Chiudetevi in casa, mettetevi la museruola!

Pensavo ogni tanto, sempre più di rado, agli altri, ai sedicenti concittadini: esistevano ancora? erano ancora Persone? Da tempo non ne rilevavo tracce, non ne incontravo e del resto, come avrei potuto, senza possibilità, senza diritto di movimento?

Non udivo più da molto (o almeno questa era la mia convinzione) nemmeno i classici rumori del vicinato: il rasaerba dal giardino della villetta confinante, una assordante canzoncina commerciale ululante da qualche finestra del condominio dietro casa, o i toni sempre sopra le righe e sopra l’umana sopportazione di qualche battibecco tra coniugi smemorati ormai di avere scelto un tempo una sorte comune.

Non credo passassero più per le vie nemmeno i mezzi rumorosi e inquinanti e maleolenti della cosiddetta nettezza urbana per la tutela del decoro e dell’ambiente!

Tutto e tutti scomparsi, fagocitati dal grande, incombente, innaturale Silenzio assoluto.

Il mio doppelganger si annidava nel buio? Era lui il mio appuntamento con il destino, del destino?

Lo chiedevo ad alta voce a me stesso, per capire se avevo ancora una voce, se ero vivente.

Nessuna risposta. Silenzio, solo una sorta di respiro quasi impercettibile, un respiro interrotto, nelle tenebre senza soluzione di continuità e senza cuore. Ché un cuore di tenebra resta comunque un cuore. Era lì davvero o si trattava di una potente auto suggestione? Attendeva me? Per aggredirmi, ghermire la mia anima sdrucita e ormai quasi inutile? Inerte, intransigente, mi scrutava.

L’appuntamento era forse a Venezia, la patria adorata di HP? Serenissima un tempo, ora spettrale, senza più le offese di orde di turisti incontrollabili e senza auto controllo, senza la patetica rassegnazione degli sparuti indigeni, senza mastodonti meccanici a minacciare l’esistenza stessa della Laguna.

Tra calli piazzette giardini segreti sotoporteghi misteriosi mai segnati sulle mappe o semplicemente cancellati dalle memorie umane, forse avrei potuto finalmente incontrare Corto Maltese, gentiluomo di fortuna, e il padre nobile creatore, Hugo Pratt.

Forse, passeggiando in modo indo-lento, conversando amabilmente e senza la sciocca frenesia del dover fare e/o dover raggiungere, trio quanto mai improbabile e negazione di ogni geometria euclidea (geometria arcana e mercuriale, senza ombre ma con molti dubbi), con ponderate e giuste soste conviviali, tentare di risolvere l’enigma più astruso:

quello relativo alla scomparsa dell’Umanità.