Tanto tuonò

Pagina agitata, nel senso: in ebollizione, non di qualcuno che la sventoli energicamente.

Potrei anche compulsare: tanto tuonò che piovve, ma parrebbe eccessivo. In fondo, ci garba essere il paese delle quasi rivoluzioni. Complete, accada ciò che deve – anzi, dovrebbe – mai; perché al momento culminante, decisivo, scatta sempre l’ora del pranzo principale, o, in alternativa, dell’aperitivo. Si sa.

Rivoluzione, poi, si può interpretare, costituisce termine, nonché concetto contraddittorio (discutibile assai): cambiare tutto per non mutare nulla – forse già udita da qualche parte – fare una bella giravolta su se stessi e tornare al punto di partenza, meglio dell’oca nel celeberrimo gioco; oppure, altra accezione, mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici, ma di solito non ci forniscono le istruzioni per l’uso, rischiando (raschiando?) di abbandonarci a violenze e distruzioni casuali e senza senso.

Siamo il paesello del “what if“. Mi è sgorgato in albionico, tanto, non capirsi per non capirsi, esiste almeno una ragione; se non buona, vera. Cosa sarebbe accaduto se: la ridda delle ipotesi è infinita, ci si può sbizzarrire. O imbizzarrire e poi smarrirsi. Ritrovarsi, è un’altra camicia.

L’epoca propizia avrebbe potuto – a proposito delle buone intenzioni e dei condizionali – essere quella degli anni 70 del 1900; al netto delle violenze terroristiche, ispirate da ‘oscuri’ parassiti che prosperano alla grande nello status quo, lontana dalla tristezza e dal grigiore con i quali è passata alla presunta Storia delle ricostruzioni ufficiali, fu animata, invece, da un popolo che si nutriva e cresceva con sentimenti comunitari molto accentuati e radicati, con una coscienza collettiva, civile sociale politica, invidiabile, con una insopprimibile voglia di libertà e democrazia che ci ha condotti a un passo dall’applicazione totale della Costituzione. Il piombo rovente e soprattutto la stupidità del consumismo liberista hanno ‘scongiurato’ il pericolo.

Accogliere e aiutare i fuoriusciti cileni o partecipare in massa alle adunate poetiche spontanee e gratuite furono solo ubbie, allucinazioni, illusioni. O no? Per esempi.

Tanto tuonò, Rombo di Tuono 1970, che piovve, sul serio; oggi, quando anche gli dei rientrano negli spogliatoi, servirebbe come manna, come benedizione dal Cielo, un uomo come lui; anzi, esagerando, una squadra di uomini come lui. Non presunti duri da pellicola hollywoodiana: duri veri, ma buoni, per non citare spot pubblicitari. Gente temprata da eventi vitali crudeli, divenuti adulti consapevoli, colmi di dignità, generosità, umanità: poche parole essenziali, solo fatti, determinanti, decisivi. Gli imbroglioni seriali sono facili da smascherare: quello che (non) fanno, chissà perché e per come, è sempre catalogabile negli eventi rivoluzionari. Secondo loro.

Gigi Riva non ne aveva necessità; sardo per scelta, scudetto con il Cagliari dei ‘pecorai’ allenato dal filosofo Manlio Scopigno, uomo nazionale: 35 reti in 42 presenze, due arti inferiori fratturati da interventi criminali di difensori che non sapevano come difendere e difendersi.

Quel tuono servirebbe, altroché:

come un miracolo meraviglioso.

Archivista alchimista cerusico: mestieri del domani

Archivista della memoria, archiviare, magari senza secretare o inavvertitaMente bruciare.

Alchimista della materia ché una qualche riserva aurea potrebbe tornare buona, anche se il giorno della fine non ci serviranno né l’albionico idioma né i suoi consimili e nemmeno oro, incenso e birra (quella sì, a fiumi).

Cerusico dell’Umanità e del Pianeta, magari con rimedi e cure più sensati rispetto a certi riti stregoneschi apotropaici e ritrovati spacciati al volgo per miracolosi prodotti della scienza, una a sorte.

Giustizia, più giustizia per tutti – più? Con visione ottimistica significherebbe partire da una base consolidata – anche se sarebbe importante tenere a mente che la povera giustizia è una leggera leggiadra delicata farfalla con ali trasparenti, mentre i miseri omuncoli hanno confuso come sempre concetti e valori: incapaci di rendere forte il giusto, si sono accontentati di credere il forte sinonimo/equipollente del giusto. Combinando solo disastri e perpetrando crimini: grazie a Andrea Molesini, intellettuale e scrittore, per le ampie sciabolate di luce che ogni tanto ci aiutano ad annientare le tenebre volgari in cui brancoliamo. Grazie ai suoi romanzi, autentici capolavori di ‘narrativa poetica’.

La pandemia è per sua stessa origine ontologica autoritaria, in sé stessa né buona né cattiva; si ha la vaga sensazione che qualcuno abbia approfittato, per cogliere il virus al balzo – di specie – e rendere virale oltre ogni limite e confine, l’autoritarismo ché sempre – come la furbizia con l’intelligenza – è la negazione dell’autorevolezza pacata e competente; per tacere di democrazia ed equità. Servirebbero come ossigeno dibattiti, confronti anche aspri a livello globale sulla ridefinizione e preservazione delle libertà individuali e costituzionali nel Mondo Dopo, volenti o nolenti, Era delle Pandemie.

Siamo solo all’aperitivo e non sarà happy hour forever.

Sarebbe importante anche ripensare la Memoria, in quanto la memoria stessa – storica o meno – non è più quella di una volta; troppe celebrazioni ormai divenute solo spettacolini senza capo, coda, sostanza, troppe giornate mondiali dedicate a, ché se devi dedicare una giornata a un valore a un tema a qualche categoria umana o popolo, il risultato concreto sarà sempre uno solo: non dedicherai mai nemmeno una giornata, nemmeno un minuto del tuo anno a perseguire quei nobili ideali.

Ripensare davvero, ripensare con serietà al ruolo e al contributo del sedicente uomo nel sistema chiamato Universo: per l’economia – quella di Madre Gea – più importanti le Api o i bipedi? Le industriose Api con i loro 960.000 neuroni sono in grado non solo di auto organizzarsi e svolgere in modo magnifico ed esemplare il benemerito lavoro che conosciamo, ma anche di riconoscere volti e discriminare quadri: ebbene sì, opportunaMente educate all’Arte – Esse stesse opere d’arte e dell’ingegno della Natura – sono capaci di distinguere un dipinto di Picasso da uno di Monet (se non credete al famigerato bugiardo Mercurio, prestate fede a Giorgio Vallortigara, autorevole, lui sì, neuro etologo di vaglia mondiale).

L’uomo fatica a organizzarsi per il Bene Comune, fatica a riconoscere le opere di Picasso o di Monet: come utilizza, al dunque, i suoi presunti 86 miliardi (BUM!!!) di neuroni? All’algoritmo l’algida sentenza, finale.

Vorrei vivere chiedere cittadinanza a un orto botanico: magari quello dei Ragazzi della via Pal, ma auspicabilmente a quello di Padova; per coltivare la vera vita accanto alla Palma – non quella di Sciascia, con rispetto e senza offesa – quella di Goethe, osservata durante il suo celeberrimo Viaggio in Italia; esemplare unico sul globo, la palma e l’orto. Palma nana presente dal 1585, orto botanico fondato e sempre rimasto nello stesso luogo dal lontano lontanissimo 1545. Pietra angolare, pietra filosofale e ispiratrice di tutti i suoi emuli negli altri paesi, “perché – come scrivono Alessandra Viola e Manlio Speciale, nel saggio Andare per orti botanici – rappresenta la culla della Scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra natura e cultura”.

Un concentrato di saperi per imparare a tutelare davvero la preziosa biodiversità.

Ah quelle sane antiche emozionanti leggende metropolitane sulle Rivoluzioni. Nel Mondo Prima, almeno, ti ritrovavi intruppato in una piazza stracolma di ingenui come te (oggi pare sia vietato, non è chiaro in base a quale legge di riforma costituzionale, rivoluzionaria per definizione!), poi certo alle 12.00, con il languore allo stomaco – non si trattava né delle farfalle d’amore, né della fame di giustizia – scattava l’inesorabile rompete le righe, tutti a magnà. Oggi, nel fantastico Mondo Dopo, le Rivoluzioni – tutte epocali, naturalmente – sono un’infinita serie senza soluzione di continuità né praticità, di annunci gonfiati con parole vuote. L’ultima colossale presa per il bavero color zafferano, a pari merito con la transizione verde, riguarda le terribili gabelle imposte alle multinazionali. Ma no, ma dai.

Castelli di rabbia, repressa o meno, cartelli di sabbia, quelli che annunciano appunto rivoluzioni e creazione di nuovi lavori, adatti al Mondo Dopo per umani disadattati a vivere; senza sella né sellino, cavalcare a pelo d’acqua sui cavalloni marini creati dagli Tsunami, frequenti a breve come gli annunci quotidiani.

Chissà se un giorno, da un Hortus Simplicium, qualcuno potrà ancora twittare: e il naufragar m’è dolce in questo mare.