Ponti, veneziani (o anche meno)

Gomma del ponte, o per il ponte. Tanto, a questo punto.

Ponti veneziani, corsi d’acqua come ferrovie, anzi meglio; ponti segreti di Venezia, della Serenissima; ma forse, purtroppo, anche meno.

Pensare a un ponte, a un’isola e, con naturalezza, a una penisola; pensare spesso, sempre, allo stesso ponte, ma non trovare una soluzione. Colpa di Scilla e Cariddi certo, ma anche nostra, inadeguati. Forse, colpa di Ulisse, del suo tetragono e ostinato ignorare il canto delle Sirene, o, con rispetto parlando, colpa degli dei: un po’ dispettosi, un po’ burloni.

Il ponte, quel ponte, non si farà né oggi – Ferie d’Augusto a parte (vacanti, assenti più che pria) – né mai, però le discussioni resteranno sulle onde, soprattutto perché il caos soccorre e gli appetiti sono infiniti e indistruttibili.

Vorrei farmi ponte – in senso metaforico, nevvero – tra le opposte fazioni, gli schieramenti (quali siano), i Popoli; ma temo di non possedere la necessaria resistenza, né la stoffa. Il cemento disarmato e disarmante sarebbe utile. Anche i materiali naturali, se possibile.

Condannare alla pena di Prometeo – forse ho esagerato: Prometeo era intelligente, molto – chi insiste nel propagandare come fattibile, anzi prossimo, il fantomatico progetto del ponte di Messina; solo che invece di essere incatenati ad una roccia a farsi divorare ogni giorno il fegato da un’aquila mitica, i chiacchieroni da cocktail alcolici in litorali dovrebbero finire incatenati alle biciclette da corsa (muscolare) e pedalare quotidianamente e anche nottetempo sul pavé della Foresta di Arenberg. Basterebbe una settimana di pedalate coatte per convincersi che il suddetto cavalcavia – cavalcastretto, meglio – non si realizzerà: né oggi, né mai. Per i dettagli, rivolgersi agli esperti: quelli veri.

La spiaggia, poi, sarebbe quella della canzonissima tormentosa dei RigheiraVamos a la playa – ma sarebbe troppo lungo e complicato spiegare a lorsignori la sottile metafora popolare e atomica!

Ogni tanto nell’aere si diffonde anche qualche notizia bella e buona; a Spilimbergo (Spilimburg?), Friuli, Finisterre, la politica locale ha deciso di decidere, per una volta come un tempo: il raddoppio dell’inceneritore Eco Mistral (sigh) non s’ha da fare: impianto troppo vicino alle abitazioni e grande rischio per la salute umana. Dopo anni di proteste e carte bollate, da ambo le parti, sembrerebbe scritta la parola fine, ma l’epilogo definitivo sarà tale solo con il ritiro definitivo del programma da parte dell’azienda. La conclusione non è nota, ancora; resta la sensazione, spiacevole, che oltre ogni considerazione, sarebbero necessari, ovunque, studi epidemiologici costanti e politiche ambientali reali. O, semplicemente, politica, quella dotata di πρόνοια (prevedere in anticipo, per lo svolgimento delle cose nel modo migliore), senza ricorrere ad Atena o agli scongiuri partenopei.

A proposito di Spilimbergo e ponti, si celebrerà il 19 corrente mese, la nascita del ponte, un secolo fa, tra Dignano e Spilimbergo, sul fiume Tagliamento. Collegamento che per il medio Friuli non ha rappresentato solo una via di comunicazione più agevole e immediata tra diverse realtà commerciali, fonte di crescita e sviluppo economici, ma soprattutto legame tra comunità lontane, non solo geograficamente.

Un ponte, al di là delle tonnellate di cemento e dei metri cubi di calcestruzzo, non è solo (soltanto) uno strumento pratico; unisce, pone a confronto e cambiamento, usanze lingue culture: in sintesi, vite.

La ricchezza, non il profitto dei soliti sospetti, diventa virtù: di tutti, per tutti.

Come diceva don Minzoni: negli esseri umani fluisce intrinseca la socialità, ergo il diritto di associazione e riunione. E tutte le naturali conseguenze.

Prima fra tutte: il rispetto della dignità della persona umana.

Questo è il mio ponte.

Stamberga: longobarda? Sempre in pietra

Percorro contrade, a braccia spiegate, contando solo su gambe e piedi, avendo perduto le Ali – mi sono cadute – nel corso della vita terrestre; corso principale, del centro storico.

Avrei bisogno di un centro di gravità, immanente.

Assordanti sirene trafiggono le trombe – meglio di tombe, sicuro – d’Eustachio, Sirene spiegate, forse con testo a fronte, mentre la testa resta saldaMente ancorata tra le Nuvole? Servirebbe un ottimo caffè, alla leggendaria antica torrefazione San Eustachio.

Da non confondere con altre trombe, dette tube, di Falloppio.

Non abbiamo rinvenuto una Stele di Rosetta per decifrare l’alfabeto delle Sirene o le note arcane del loro canto incantevole incantatore, chissà, forse dio Poseidone con il suo tridente potrebbe donarci prima o poi uno scoglio di Scilla e Cariddi, con inciso di suo pugno, una triplice versione della Playlist di Odisseo: lingua del Mare (talasso glottologia?), greco antico, nuova koine umana.

Se invece di recitare da demagogo, sai cosa sia il demotico, dillo!

Vele spiegate, su cui leggere testi: almeno in teoria – ché, per la navigazione in mare aperto, sono necessari anni di pratica e talento innato – appare operazione semplice; a meno di non trovarsi in compagnia degli occhi del ciclone, di una procella – non pulzella – a bordo di un vascello dell’Olandese (Olonese?) volante, condannato per sedicente eresia al perenne periplo universale, anche se la prima lettera è in entrambi i vocaboli la P (non p2, doppia p).

Spiegare o dispiegare la falcata – speriamo che presto, magari subito, Falchi e Colombe possano amabilmente volare dialoganti insieme – dispiegare le forze, mai armate, ma le proprie, le migliori, per imparare l’Arte di Vivere, per edificare, non triti edificanti discorsi acchiappa applausi, solo utopie trasformate in progetti concreti.

Lo spiegamento degli eserciti sia degli eserciti di Cultura Bellezza Armonia, una volta per Tutte, per Tutti, da qui all’Eternità, anche se nel Mondo Dopo ogni concetto andrebbe rivisto rivalutato riscritto; palinsesto per palingenesi, viceversa funziona lo stesso, allegramente dal palo – per non restare più fermi – alla fresca frasca accogliente, verde, senza fanfaluche sul green – torneo di golf? – né sulla fuffa resiliente.

Ché l’uomo non è geneticamente programmato per dimorare in una putre stamberga, di origine più o meno tardo longobardesca, nemmeno se le pietre aguzze e la putredine le ha scelte lui.

Mi spezzo, siamo già tutti spezzati e speriamo anche risanati con la nipponica tecnica del mastice d’oro che ripara e valorizza le cicatrici, mi spezzo e però tendo pro tendo sono tendenzioso verso l’identità spiegabile: capace di appianare contrasti e malintesi intellettuali o anche meno, comprensibile, a tutti da tutti per ognuno. Che la forza del Kintsugi sia con noi.

Magari spezzarsi, come un grissino al cospetto di un tonno rosso impetuoso della Trinacria, ma spiegarsi, sempre.

Infine alfine come fine ultimo, ma di partenza, dispiegare: non so se ali, vele o solo panni stesi su fili, neo funambolismo post urbano, verso un Mondo, non dopo, Nuovo.

p.s. mejo n’uovo oggi che finì da gallo spennato, allo spiedo, domani.