Analessi, prolessi

Ottobrata friulana, bighellonando senza meta nelle cinte murarie di Spilimbergo.

Un aggraziato colombo – non un piccione lagunare, quale sarà la differenza? – plana sul bordo del ponte in muratura che conduce al Castello, osserva con calma la situazione e poi, incurante, riprende il suo volo mattutino.

Medito, azionando con lentezza gli arti inferiori e mi sovviene il dubbio – o la certezza comprovata – che il moto, il mio, favorisca le sinapsi, la connessione delle cellule neuronali; scritto questo, non garantirei sulla bontà dei pensieri partoriti. Un divertimento piccolo in una giornata autunnale che somiglia troppo alla primavera, ingenerando confusione, più del consueto.

Analessi, prolessi: dubito siano riconducibili al passato remoto del verbo leggere, anche se non escluderei possibilità imperscrutabili. Patologie? Figure retoriche? Lemmi che rimbalzano, rimbombano, percuotono la mente, o ciò che resta.

Stamattina mi son destato e li ho trovati lì; quieti, indifferenti, mi osservavano senza proferire – anche senza ferire, meno male – parola, ma evidenziando clamorosamente la mia grossa, crassa ignoranza, greca e non solo. Purtroppo.

Incontro persone, le saluto con un sorriso convinto: indigeni indaffarati o indolenti, turisti attirati dalla grande bellezza del borgo, dai suoi mosaici apprezzati in ogni angolo del globo terracqueo, stranieri curiosi di cogliere – non in fallo, auspico – il segreto di siffatta armonia, di questa nostra Storia, unica e preziosa.

Non so prevedere l’effetto – analessi, prolessi? – che farebbe su chi mi scrutasse con sorpresa, ma per non annegare (un corpo solido immerso in un liquido, non dovrebbe ricevere una spinta dal basso verso l’alto pari al suo peso? rimembranze fallaci?) mi abbarbico volentieri, con solerzia, al salvifico etimo, spesso fautore, promotore, motore di ispirazioni, se non illuminazioni; lo splendore solare irradia senza posa.

Analessi somiglia ad analfabeta – a me pare (forse?) – mentre prolessi, da dizionario (mi fido senza obiezioni), significa anticipazione, figura retorica – appunto – che previene la risposta, anzi, meglio, l’opposizione.

Indagando nel fantastico – non ho compulsato fantasmatico – mondo delle parole, la mia insignificante indagine, mi suggerisce che potrei nominare la prolessi flashforward, mentre l’analessi, viceversa, potrei – se volessi – nomarla flashback; ricorrerei all’albionico idioma per atteggiarmi, al greco antico per pavoneggiarmi, del resto, con il piacevole tepore esterno, non resta che compiacersi e esibire la ruota di penne sgargianti, multicolori.

Se qualcuno – non l’inadeguato sottoscritto – manifesta l’ardire di cimentarsi dottamente nel racconto di eventi passati o di eventi futuri, cedo senza resistenze il letterario testimone.

Brindare al Bachero con un Cabernet Franc e gustare il baccalà mantecato locale, suggella il soddisfacente epilogo di una giornata particolare:

una giornata da flaneur friulano.

Ponti, veneziani (o anche meno)

Gomma del ponte, o per il ponte. Tanto, a questo punto.

Ponti veneziani, corsi d’acqua come ferrovie, anzi meglio; ponti segreti di Venezia, della Serenissima; ma forse, purtroppo, anche meno.

Pensare a un ponte, a un’isola e, con naturalezza, a una penisola; pensare spesso, sempre, allo stesso ponte, ma non trovare una soluzione. Colpa di Scilla e Cariddi certo, ma anche nostra, inadeguati. Forse, colpa di Ulisse, del suo tetragono e ostinato ignorare il canto delle Sirene, o, con rispetto parlando, colpa degli dei: un po’ dispettosi, un po’ burloni.

Il ponte, quel ponte, non si farà né oggi – Ferie d’Augusto a parte (vacanti, assenti più che pria) – né mai, però le discussioni resteranno sulle onde, soprattutto perché il caos soccorre e gli appetiti sono infiniti e indistruttibili.

Vorrei farmi ponte – in senso metaforico, nevvero – tra le opposte fazioni, gli schieramenti (quali siano), i Popoli; ma temo di non possedere la necessaria resistenza, né la stoffa. Il cemento disarmato e disarmante sarebbe utile. Anche i materiali naturali, se possibile.

Condannare alla pena di Prometeo – forse ho esagerato: Prometeo era intelligente, molto – chi insiste nel propagandare come fattibile, anzi prossimo, il fantomatico progetto del ponte di Messina; solo che invece di essere incatenati ad una roccia a farsi divorare ogni giorno il fegato da un’aquila mitica, i chiacchieroni da cocktail alcolici in litorali dovrebbero finire incatenati alle biciclette da corsa (muscolare) e pedalare quotidianamente e anche nottetempo sul pavé della Foresta di Arenberg. Basterebbe una settimana di pedalate coatte per convincersi che il suddetto cavalcavia – cavalcastretto, meglio – non si realizzerà: né oggi, né mai. Per i dettagli, rivolgersi agli esperti: quelli veri.

La spiaggia, poi, sarebbe quella della canzonissima tormentosa dei RigheiraVamos a la playa – ma sarebbe troppo lungo e complicato spiegare a lorsignori la sottile metafora popolare e atomica!

Ogni tanto nell’aere si diffonde anche qualche notizia bella e buona; a Spilimbergo (Spilimburg?), Friuli, Finisterre, la politica locale ha deciso di decidere, per una volta come un tempo: il raddoppio dell’inceneritore Eco Mistral (sigh) non s’ha da fare: impianto troppo vicino alle abitazioni e grande rischio per la salute umana. Dopo anni di proteste e carte bollate, da ambo le parti, sembrerebbe scritta la parola fine, ma l’epilogo definitivo sarà tale solo con il ritiro definitivo del programma da parte dell’azienda. La conclusione non è nota, ancora; resta la sensazione, spiacevole, che oltre ogni considerazione, sarebbero necessari, ovunque, studi epidemiologici costanti e politiche ambientali reali. O, semplicemente, politica, quella dotata di πρόνοια (prevedere in anticipo, per lo svolgimento delle cose nel modo migliore), senza ricorrere ad Atena o agli scongiuri partenopei.

A proposito di Spilimbergo e ponti, si celebrerà il 19 corrente mese, la nascita del ponte, un secolo fa, tra Dignano e Spilimbergo, sul fiume Tagliamento. Collegamento che per il medio Friuli non ha rappresentato solo una via di comunicazione più agevole e immediata tra diverse realtà commerciali, fonte di crescita e sviluppo economici, ma soprattutto legame tra comunità lontane, non solo geograficamente.

Un ponte, al di là delle tonnellate di cemento e dei metri cubi di calcestruzzo, non è solo (soltanto) uno strumento pratico; unisce, pone a confronto e cambiamento, usanze lingue culture: in sintesi, vite.

La ricchezza, non il profitto dei soliti sospetti, diventa virtù: di tutti, per tutti.

Come diceva don Minzoni: negli esseri umani fluisce intrinseca la socialità, ergo il diritto di associazione e riunione. E tutte le naturali conseguenze.

Prima fra tutte: il rispetto della dignità della persona umana.

Questo è il mio ponte.