La solitudine, dei portieri e dei funamboli

Pagina – o paginetta, come quella di Didimo Chierico? – su Stradivari, Antonio.

Varie strade, strade varie, ma come avrebbe detto l’inimitabile Professor Alfio, Strativari, liutaio insuperabile e insuperato di Cremona, o forse cuoco sopraffino di una lasagna fenomenale, tra la via Emilia e il delta di Venere.

Entrambi, il liutaio e il cuoco, allievi misteriosi e straordinari di ottimi maestri; entrambi molto bravi – i ragazzi di bottega – poi, all’improvviso e anche in modo sorprendente, talenti senza pari. Alchimia alchimia, per arcana che tu sia, tu mi sembri una magia.

Soli, come portoni serrati – in assenza di ritmo – a doppia mandata, come portici deserti ove nessuno passeggia più conversando amabilmente, solitari come portieri d’albergo, durante desolati inverni urbani.

Caro Wim, sei un inguaribile, impagabile ottimista se davvero pensi che il simbolo della solitudine sia il portiere della squadra negli istanti che precedono la sfida contro un avversario sul dischetto del rigore. Per conferma, chiedi a Giuliano, finora l’unico – a livello di ipocrisia ufficiale – calciatore italiano sieropositivo della storia. Sesso droga rock and roll, nelle allegre combriccole dei vari Dieguitos manileste, alla fine della bisboccia però, nessuno tocchi – si avvicini, fisicamente, umanamente – all’appestato: non erano solo discolacci, bravi guaglioni, erano piccoli uomini, anzi: uomini piccoli, ominicchi. Forse. Un Giulio lasciato solo in più, che differenza potrebbe fare, rispetto alla fama e ai profitti garantiti dal sistema delle menzogne?

Sequenze frequenti di solitudini, più di undici, di sicuro: sequenze e frequenze, frequentazioni frequenti e frementi, menti in sequenza. Menti all’opera per decifrare una sequenza, quella di Fibonacci. Forse lui potrebbe spiegare come mai quegli strumenti a corda restino ad oggi i migliori mai creati da mano umana artigiana, perfetti nelle forme lignee, perfetti nella geometrica produzione di suono musicale, voce umana dell’armonia universale eterna. Dipingere ispirati dalle teorie del Fibonacci di cui sopra, nome di battaglia, anzi scienza, di Leonardo Pisano – sempre meglio un genio pisano alla porta che menti morte in casa – che a essere puntigliosi lasciò la successione – numerica e omonima, grande preziosa eredità – dopo essere stato il collettore e il fautore della sintesi tra la geometria euclidea e la scienza matematica di calcolo di origine islamica. Come minimo, meriterebbe una medaglia di traditore della patria europea, fosse vivo ai nostri mesti giorni.

Non confondere mai il Liber abbaci, con il libro degli abbracci – bello lo stesso, ma non della stessa materia trattiamo – o peggio con il romanesco Libro (di Sora Lella, forse) degli abbacchi. Silvia, rammenti ancora l’abaco elementare che ci insegnò a contare gli scandalosi numeri arabi?

Per espiare, per emendare, per perdonare le mie 11 solitudini personali (formazione completa, schierata con la tattica 3 – 4 – 3), vorrei imparare da un trattato enciclopedico l’arte del funambolismo e poi camminare sul filo teso tra una biblioteca civica poco frquentata e un campanile diroccato, dentro un cielo arancione e viola, insieme all’Uomo dell’aria e all’Uomo a colori; ognuno insieme agli altri, ognuno con il bagaglio comunitario delle proprie solitudini e dei propri limiti, in viaggio verso un apparente orrido cosmico oscuro, varco dimensionale per raggiungere sentieri siderali, lucidare stelle opache, salvare vecchi sogni, immaginarne e allevarne di nuovi.

Le mie lacrime nel vento del tramonto troveranno presto compagne di ventura:

in viaggio etereo, cureranno i mali del Mondo, cominciando dall’aridità delle anime, dalla desertificazione dei giardini sentimentali.

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