Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.

Fattore H

Fattore, di campagna: nel senso di direttore, anzi, facitore in prima persona, agricolo. Cos’altro, perbacco (soprattutto Bacco)?

Insomma, chi fa opere, il creatore; con la “c” minuscola, non montiamoci la testa: sul collo, dove per definizione, dovrebbe stare (come insegnava Totò).

Fattore, matematico, cioè, invertendo l’ordine degli stessi – non contadini – il risultato non dovrebbe mutare. Ma, signora mia, con questi chiari di Luna, con la scomparsa definitiva delle mezze stagioni, non si può mai dire: mai dire mai. Corretto, il caffè.

Fattore, tecnico scientifico: peggio mi sento, voi, non so. La spiegazione (o spiega) è talmente complicata che rinuncio in partenza – a priori, per così scrivere – a spiegare, capire. Anche se, di solito, chi non sa, chi non fa, si erge a professore.

Più che un fattore, qualunque sia il significato attribuito, mi sento a pieno titolo, sono: un fattorino; diminutivo, certo, senza dubbio, ma anche un impiegato subalterno, un garzone con incarichi minori – senza offese – un latore di messaggi o fiori, da parte del Cardinale Richelieu. Non per vantarmi, ma anticamente, quanto me, il lemma indicava svariati arnesi con funzione di sostegno. Un fattapposta foggiano, forse non uno strumento nobile, però utile. Utilizzandolo.

Fattore H, non la bomba, ripudiata per sempre insieme a qualsiasi tipo di arma, dai coltellini elvetici in su, da un’umanità finalmente umana. La H è muta, dicono come un pesce, ma non è mica vero. Forse afona, ma decisiva.

Attenti, poi, al folle esperimento del Dottor H; o si trattava del dottor K? In ogni caso, il ronzio delle mosche è inquietante e anche quello delle macchine ‘pensanti’ allo stato brado (non bradipo), non scherza. Fa maledettamente sul serio, soprattutto se l’uomo abdica e rinuncia al proprio cervello.

Fattore K, questo sì: trascorso un secolo dalla morte di Franz Kafka, non riusciamo ancora a capacitarci totalmente, pienamente del suo genio, della sua ironia che utilizzava in modo magistrale per descrivere la follia del potere (citate esempi, se vi aggrada: a bizzeffe) e la labile, incerta, traballante condizione umana. Se i processi industriali sempre più pervasivi, invasivi ci hanno reso alienati e hanno distrutto l’ambiente, tremiamo pensando a cosa potrebbe fare la sedicente ‘intelligenza artificiale’, mentre restiamo dei piccoli esseri fragili, tali e quali ci faceva vivere sulle pagine, tra le righe, con le sue parole: incompiuti, alla perenne ricerca di senso, che non raggiungeremo mai. Forse. Se non all’epilogo della storia.

Generazione Z, Fattore H, crucci contemporanei; H, non come hospital, semmai hospitale (latino antico, non perfido albionico) cioè ostello. Accogliente, confortevole: auspicabilmente.

Tralasciando, ahimè, la medicina immunologica, i classicisti al macero, vagheggiano ancora che il fattore H, humanitas – nel senso di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza – sia quello decisivo, definitivo;

per i Popoli, per il Pianeta.