Metempsicosi

Mi preoccupa la seconda parte della parola: psicosi.

Non so quanto incida sul significato completo, però leggerla lì, in agguato, mimetizzata, pronta a balzare in azione non permette di rilassarsi. Sono diventato complottista, in questi ultimi anni. Ultimi, per chi? Forse, senza forse, semplicemente accuso il naturale processo di senescenza: programmata, non gradita.

Certo, tra buddismo e karma – non occidentale, né musicalmente, né filosoficamente – , orfismo, platonismo (platonico? mancherebbe solo l’amore, per complicare la già difficile traiettoria umana), pitagorismo, plotinismo (esiste? Plotino, credo di sì) e, ‘abundantis abundantiam‘, ermetismo per esagerare nell’errore, il rischio concreto è di perdere non solo l’orientamento, ma la liberazione dell’anima – ammesso esista – dalla prigione opprimente della corporeità e di tutti i suoi limiti e difetti.

Meglio morti che oppressi! Auspicabile.

Gli Indiani – fare l’Indiano, forse si riferisce alla metempsicosi – , i Cinesi e perfino i Galli: ebbene sì, a prestare fede agli storici antichi anche i cugini transalpini credevano nella trasmigrazione delle anime (anime non giapponesi); così beffarono anche Giulio, Cesare che non fu mai – lo ribadisco nel pieno possesso di tutta la mia ignoranza – imperatore.

Metensomatosi, cos’era ‘costei’? Secondo alcuni dotti sarebbe la versione più corretta della metempsicosi; ovvero trasferimento dell’anima – di chi? non per irriverenza, o trasgressione: de li mejo mortacci tua (con dispetto parlando) – solo ed esclusivamente in corpi umani. Umani, si fa per dire. La psicosi e la somatizzazione, se vuoi essere o fare l’intellettuale devi accettare il ruolo di pallina da ping pong tra queste due racchette. Il materiale, a scelta. Delle racchette. Difficile ottenere la vita eterna, meglio accontentarsi di una migliorata coordinazione motoria, di una aumentata velocità, di un colpo d’occhio tipo aquila.

Se consideriamo accettabile, probabile, addirittura legge immutabile della vita la trasmigrazione delle anime tra i corpi, chissà perché reputiamo inaccettabile, intollerabile, addirittura un bieco attacco geopolitico di sostituzione etnica – ordito dal diabolico Fu Manchu – il migrare dei Popoli tra territori del pianeta più favorevoli alla prosperazione, alla cooperazione. Dall’alba incerta dei tempi, l’animale bipede si è evoluto, o è mutato, grazie agli spostamenti, alle esplorazioni, alle scoperte.

Difficile prevedere – vedere in anticipo, soprattutto: capire – la possibile reincarnazione, impossibile azzeccarla con calcolo computazionale; figuriamoci nel Go sopraffino gioco – davvero? siamo certi di questo? – praticato da più di 3.000 anni in Cina, Giappone, Corea, in seguito in tutto il resto del mondo. Equiparato in Oriente ad una vera e propria Arte – Filosofia? – tanto da rendere gli scacchi un passatempo per persone normali che hanno voglia di trascorrere qualche ora divertendosi. In fondo, le mosse possibili sulle 64 caselle della scacchiera sono limitate (per chi ha desiderio di calcolo, 10 alla settecentesima), mentre il campo del Go, griglia delimitata da 19 x 19 spazi da conquistare con pietre bianche o nere equipollenti, rappresenterebbe più un googolplex – 10 alla decima alla centesima, numero impossibile da visualizzare con la mente, figuriamoci su tutta la carta disponibile – che una semplice area per un gioco di strategia.

Forse, disponendo di molte vite, magari alcune geniali, potrei arrischiarmi, cercare con insistenza, infine accogliere una sfida, una disfida, una sottile contesa psicologica a Go. Con esito risaputo, ma in seguito a una bella, estenuante, sfibrante lotta. Non pretenderei di più; o di meno.

Sulla metempsicosi o metensomatosi che pulsare si voglia, sono combattuto tra le riflessioni di Katharine Hepburn, attrice straordinaria di Hollywood – Non credo nella reincarnazione, e sarei molto triste se dopo la morte non ritornassi polvere – e il ragionamento positivo del sociologo Francesco AlberoniGli esseri umani hanno il dono di molte vite. Di molte morti, e di molte rinascite. Non nel senso fisico della reincarnazione, ma in quello psichico e spirituale di un rinnovamento profondo di loro stessi e del loro modo di vedere il mondo.

Chiederei alla polvere;

se poi la polvere, il pulviscolo fossi io, comincerei a posarmi da lucifero, portatore sano di luce, su cose e esseri senzienti, per un mondo infine pacificato, equo, accogliente.

Per tutti.

Venere privata

Mi prostro, striscio e chiedo perdono al Maestro: Giorgio Scerbanenco;

non posso spergiurare né promettere di non farlo più – rubare impunemente un titolo a un Suo romanzo – ma onorarlo e adorarlo sempre, questo sì. Senza esitazioni o dubbi.

Venere o Afrodite (non ditelo all’Africano): privata, in quanto personale, o privata, in quanto defraudata di qualcosa di proprio e prezioso? Un mistero, un dilemma, un giallo.

Del resto, mi ispiro alle lande del nord est: sono virtuose, nelle parole dei politici e in certe misteriose classifiche nazionali, per quanto concerne la tutela, la conservazione, la cura del patrimonio naturalistico, eppure gli alberi sani vengono falciati di continuo, in nome del progresso (?) e, soprattutto, della schifosa pecunia.

Spesso mi capita di pensare quali traumi infantili possano essere collegati al Popolo degli Ent, ma Tolkien dimora tra gli immortali – arduo, chiedergli lumi – e io, se mi soffermo troppo su riflessioni impegnate e impegnative, rischio un lacerante male alla capa. La mia, nel senso di testa.

Da più parti, poi, parti disparate in lungo e in largo, Artisti e rappresentanti della Cultura a frotte – molti, moltissimi – si schierano in modo deciso per proteggere la Flora e la Fauna (non fauni, credo) contro progetti biechi, malevoli; qui a Portus Naonis, sarò certo distratto, non avviene; ma possiamo sempre auspicare che il De Sacchis intervenga, secco e preciso. O almeno, tiri i piedi a certa gente mentre dormendo sogna lauti, meschini profitti, alle spalle nostre, della Natura e delle proprie famiglie: anche se non lo sa, con verde evidenza.

Non per calzare i panni dello sputa sentenze o del menagramo – Scerba e Duca Lamberti lo sanno, visto che denunciavano l’inquinamento industriale del Lambro molto prima del 1970 (!) – ma non è colpa mia se Pianura Padana (2P, per evitare spiacevoli fraintendimenti) e dintorni restano costantemente, da decenni, zone più deturpate, malsane del globo; se gli abitanti spesso muoiono in anticipo non di morte naturale, ma colpiti da malattie terribili a causa dei veleni, dei miasmi che le industrie, le fabbriche, i rampanti dello sviluppo diffondono tranquillamente nei territori. Senza incomodare la leggendaria Padania o fantasiosi guerrieri padani.

Il vero, gigantesco problema, mai rimosso, resta il processo di decolonizzazione, di civilizzazione degli occidentali, bianchi e ricchi; gli esempi deleteri, nefasti sono migliaia: nel modo di considerare gli altri umani che non sono noi (reputati guasti, incidenti di percorso, esseri sub umani, inferiori e sacrificabili!), nel modo di agire, nel modo di decretare proprie le risorse limitate di tutti, nel modo di considerare le conquiste economiche e ora tecnologiche, inarrestabili e senza limiti: etici, concreti. Lo scrive in un articolo su Altreconomia il professor Tomaso Montanari e forse sarebbe ora, anzi, trascorsa da decenni, di prenderne coscienza, senza accampare scuse, senza scaricare la responsabilità su poche, illuminate persone, senza, come sempre siamo abituati a fare, delegare ad altri, come se la questione delle questioni non ci riguardasse.

Non sarebbe opportuno, né salubre, come capitò a Janos Jancsi, uno degli scienziati del ‘gruppo MANIAC della bomba atomica’, giungere alla fine della vita (o Vita?) per concludere con inestirpabile amarezza:

“Per il progresso (sviluppo), non esiste cura“.

Anche l’eventuale intercessione di Venere/Afrodite risulterebbe vana.

Far East e/o altre storie

Pagina dell’assenza di pensiero, pagina della strada – meglio, delle strade – mai della meta; come direbbe la scrittrice Lidia Ravera. Infatti, si corre il rischio di fossilizzarsi sull’epilogo: triste, solitario (anche no, per i più fortunati), definitivo.

Pagina di Prometeo, partito un giorno per il lontano est – anche per altre infinite contrade, infatti potrebbe divagare raccontandoci innumerevoli storie – tornò indietro per sottrarre il fuoco agli dei e donarlo agli uomini. Quella scelta fu fatale, lo è ancora oggi. Per lui, per noi – non l’abbiamo saputa gestire nel modo corretto, anzi, giusto – per gli stessi dei, minacciati dalla fine fiammeggiante del Tutto.

In teoria e anche nella pratica (continua e senza soste), l’uomo nel corso e nel correre più che nello scorrere, dei secoli, si è affrancato dalla propria corporeità, fisicità; un bene o un male? Un potenziale progresso trasformato dalle sue stesse mani, dalla sua cupidigia materiale, dalla sua volontà di presunta potenza in potenziale suicidio collettivo e globale, anche per quei popoli dell’umanità che poco o nulla hanno da condividere con la separazione dalla Natura. Prima grazie al fuoco la abbiamo illuminata, poi riscaldata, infine bruciata. Per carità di cuore, non parliamo dell’ipocrisia delle chiacchiere che dovrebbero spiegarci la rivoluzione verde, mentre grande parte di noi è colpevole della corsa spasmodica alle fonti fossili.

Se solo potesse, Prometeo ricorrerebbe alle arti divinatorie e abbandonerebbe l’idea di offrirci quell’omaggio; non è colpa sua se siamo così stupidi. Come filosofeggia però concretamente Peter Sloterdijk, non realizzeremo mai un nuovo, vero equilibrio ecologico fino a quando – forse grazie alle nuove generazioni post prometeiche? – non denazionalizzeremo le fonti energetiche per renderle patrimonio di tutte le genti della Terra.

Sarebbe fondamentale valorizzare la memoria, sarebbe vitale abbracciare la cultura, non per abbarbicarci al passato – di solito, poco felice e beatificato dal ricordo – ; come ci ha insegnato Alfredo Castelli, fumettaro per dirla alla Hugo Pratt e letterato, fuoriclasse senza pari nonché creatore di Martin Mystere e Omino Bufo, per citarne solo due. Precisione, serietà, perfino puntigliosità, ma capacità di ridere di ogni argomento, scherzosità, ironia bonaria. I buoni Maestri non moriranno, mai.

Oppure, essendo “troppo tardi per credere, per credere in qualcosa… è troppo tardi, siamo arrivati tardi o forse troppo presto, comunque il nostro tempo non assomiglia al vostro“, affidarci a dei veraci cattivi maestri emiliani, i CCCP (Ferretti, Zamboni, Negri, Giudici: in formazione delle origini), perché è, sarebbe se solo volessimo fermamente salvezza, giustizia, equità, necessario “tifare rivolta“. Auspicando non sia l’ennesima piroetta leziosa su noi stessi.

Nel frattempo, Prometeo, frustrato da noi e dalla nostra inadeguatezza, si è rassegnato e, per restare in tema, ha rassegnato le dimissioni, immediate e irrevocabili.

Anche l’aquila.

Weltanschauung

Pagina della Weltanschauung, pagina di questa bellissima parola teutonica: non è un’offesa, sia chiaro, anzi limpido.

Lemma filosofico, difficile – in tutti i sensi – del quale, per sintetizzare, riesco solo a pronunciare “uu“; giornata splendida splendente, citazione involontaria a parte, mi riesce più agevole; del resto, noi ferrovecchi che ancora considerano con un po’ di affetto gli anni ’80 del 1900 siamo ignoranti e superficiali. Fatto conclamato, anche quando non siamo figli di Bingo Bongo.

Giornata meravigliosa per consentire alla leggendaria Pina (alias Pinarello) di scarrozzarci su e giù per i ponti immaginari, eppure reali, della Pedemontana pordenonese, ove fiorellini bianchi rupestri sbocciano già – ho smarrito qualche mese o la Primavera e i suoi prodromi sono molto in anticipo? – ; ove l’ascesa al Castello di Caneva, più attento che mai, favorisce incontri speciali: Marco, 20 anni dopo e non si tratta del Visconte di Bragelonne; Paolo Magno, talmente intelligente da porsi troppi perché, troppo pesanti, ma capace di domandarmi ancora: “Perché insisti, anzi, insistisci?“; Mustafà, l’uomo del Maghreb, lui che senza troppe parole ampollose, solo con il suo comportamento, riusciva a renderci più accoglienti, più saggi, migliori, anche da occidentali, sotto ogni punto di vista.

Non a caso il loro silenzio è assordante, non a caso si sono trasferiti tutti e tre – numero perfetto, dicono – nell’iperuranio e brillano intensamente di luce eterna, non per caso sono presenti più che mai ora che non sono più prigionieri della corporeità; li cerco come un assetato cerca un brandello di oasi nel deserto, li cerco e mi abbagliano all’unisono, mi mancano in modo straziante, ma gioiosamente li abbraccio tra le nuvole, dialogo con loro nel mio cuore.

Questo mi conforta, mi consola, mi fornisce un’ampia vigorosa iniezione di fiducia e forza morale; anche perché, a proposito di incorporeità, il mondo appartiene in spicchi ogni anno più grossi – almeno, in apparenza – a pochi, misteriosi fondi internazionali, le cui sedi fanno base in stati (hanno importanza?) a fiscalità agevolata, molto agevolata: in pratica, come dicono gli esperti più esperti, “accumulano, non guadagnano”. Nel silenzio complice della politica e delle istituzioni democratiche, quelle che rivendicano radici cristiane. A insaputa di Cristo e delle vite, umane.

Quando scherzando si dice: “Sei un pozzo senza fondo“, le mie poche, molto confuse idee, si annebbiano sempre più. Difficile immaginare San Patrizio – solo un semplice esempio – che affida le proprie prerogative miracolose a BlackRock (non Black Sabbath, troppo ingenui), per giungere infine a raschiare il fondo del barile, per scrivere banalità. BlackRock nuovo (de) genere horror poco musicale, nome adatto a un’entità malefica in un romanzo fantasy; molto horror, zero fantasy.

Visione del mondo, importante averne: almeno una. Se poi fossimo capaci di coltivarne molteplici (attenti ai trattori, o tempora o mores), saremmo anche più attrezzati per fronteggiare i rovesci della immancabile malasorte, degli immancabili farabutti; eppure dovremmo essere corazzati e intangibili, ormai.

Rammentiamo che il povero San Valentino da Terni, nonostante fosse santo e cristiano, finì decollato;

più semplice – per noi, di sicuro – pensare ai tanti racconti che sfociano nelle leggende, visualizzare immaginette stereotipate dal marketing più bieco che riducono la panchina di Peynet a uno scaffale per inutili, ammorbanti carabattole da rifilare a ingenui romanticoni creduloni: altro che le perline colorate dei conquistadores.

E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo
.

Forse Neruda ci risulta alieno, ma, quando possibile, rammentiamolo.

In the fog (no frog)

Pagina in the fog, per la precisione: no frog.

Nella nebbia densa e avvolgente, senza punti di riferimento né appigli, può accadere di tutto; in una rana, nelle interiora (con rispetto scrivendo) al limite puoi baloccarti con esperimenti elettrici o con quelli vitali, ma bisognerebbe incomodare il dottor Frankenstein. Auspichiamo non piova.

Essere privilegiati e fermarsi con la bici da corsa ai piedi della irta ascesa che conduce al castello di Caneva – inquietante, nella nebbia sembra di vivere in un romanzo gotico, oltre che nell’immancabile umidità – mentre il mondo, tutto il mondo e i suoi rumori, scompaiono all’improvviso e cominci a temere l’arrivo di sinistre creature inviate dal Signore degli Inganni. Basta la realtà e avanza, anzi, abbonda.

Sostare nei pressi di una gelateria artigianale mai notata in passato – distrazione, novità o scherzo birbone del destino? – come trovarsi (ritrovarsi) nella migliore cremeria, ma in Siberia, in attesa di cominciare lavori pesanti (pensanti?) finalizzati alla rieducazione, la propria. In attesa di novella, solida maturità: dei genitori, mestiere più delicato e complicato del pianeta; dell’umanità: intera e completa.

Mentre i lampioni in riva ai fiumi – reali, immaginari, letterari – vengono inghiottiti, chiedersi se Marco Pantani quel giorno (poi sera, infine notte profonda, senza fine) avesse pedalato sulle sue salite, se si fosse fidato senza riserve, ancora e per sempre, della sua amica della vita, invece di annegare nei tranelli dei demoni, quelli personali, quelli a due zampe che lo braccavano, per invidia e lucro sporco. Se avesse potuto issarsi sui pedali contro l’orizzonte senza confini, contro la meschinità e la grettezza: non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Eppure, restano indelebili, immarcescibili, inscalfibili le imprese sportive, le emozioni, tutte le emozioni, la purezza del cuore e dell’amore.

Noi, imperterriti, mentre come nel video Billie Jean le brume accolgono un’improvvisa accensione di segnali luminosi terrestri, continuiamo a pedalare, senza pavesare bandiera bianca:

in questa nebbia.

Bizzarra obliterazione della conoscenza (coscienza?)

Pagina della validazione, meglio – più colto – dell’obliterazione;

intanto, per evitare sanzioni: del biglietto. L’obliterazione.

Sola andata, perché ogni vero viaggio è così; sperando non si riveli una sòla, alla romana. Meglio, alla romanesca.

Obliterare, non blaterare vane e arcane parole alla Rosa dei Venti; annullare, cancellare. Se si tratta di un titolo (documento), convalida mediante apposita macchina automatica. Salvo errori, orrori o guasti; della coscienza, soprattutto. La nostra esile, fallace, posticcia conoscenza non scherza, se proprio volessimo essere pignoli. Meglio pinoli, ma tant’è.

Anche perché, non scusante o sciocca motivazione, nelle epigrafi – chiamo in aiuto i sapienti – nelle iscrizioni datate si possono verificare parziali o totali cancellature a causa dell’ineluttabile usura del Tempo. Tempus fugit, fosse solo lui il gran maratoneta.

Noi sedicenti umani siamo molto versati nell’obliterazione storica, un modo come un altro per mondarci, spesso e volentieri, l’ingombrante, fastidiosa coscienza; meglio una sbrigativa, risolutiva martellata al Grillo Parlante e la vita diviene – di colpo! – un Bengodi. Largo alla fantasia, alle fantasie, alle intuizioni (da ignoranza molto reale, poco artificiale), alle voglie; gli inferni sono tanti, infiniti.

Prevista e prevedibile anche la scomparsa, prematura o meno, di usi e costumi; evento inevitabile in questa vorticosa, confusa baraonda di tempi stretti, indecifrabili, impazienti: chissà perché.

Potrei aggiungere l’obliterazione medica, ma non essendo ‘efferato’ in materia, rischierei il ridicolo (questo il meno) oltre all’imprecisione ‘chirurgica’ (davvero inaccettabile, imperdonabile); un bel tacer non fu mai scritto, quindi mi astengo da patetici conati.

Sapremmo, in soldoni, dire qualcosa sulla Storia del Friuli antecedente la fondazione di Aquileia e di Cividale, da parte di Roma caput mundi? Sapremmo noi Friulani raccontare qualche episodio risalente all’epoca delle glaciazioni, della civiltà cavernicola, della sfida non certo indolore tra Neandertaliani e Sapiens? Farei fatica a declinare – i verbi greci, senza dubbio, caro Don Mosca – le mie generalità, immaginiamo il resto. Eppure, il lodevole, bravissimo giornalista e scrittore Walter Tomada ha ritenuto importante, fondamentale scrivere, riscrivere aggiungendo, la nostra storia, molto più ricca, imprevedibile, sorprendente, non solo perché da 40 anni o giù di lì, nessuno più si cimentava, come se l’argomento fosse chiuso, esaurito, definitivo; soprattutto perché se un popolo (oltre l’orgoglio e il prestigio, eventuale) non conosce, oblitera il proprio passato, non sarà mai in grado di orientarsi nel presente, né, a ragione maggiore, di edificare i pilastri di un futuro, concreto e sostenibile. All’altezza della Storia.

Obliterare la Storia o stravolgerla per meri fini immediati e utilitaristici? Staccare un francobollo storico e ricavarne, magari a causa della IA (idiozia artificiale), una narrazione ipocrita e invasiva; Piano Mattei, Piano Mattei: esisteva, in cosa consisteva davvero? Ah, potessimo saperlo; al massimo, mi sono spinto fino al piano Mattel, perché i giochi comunitari sono preziosi, quando veri e sinceri.

Dunque, cosa resta di noi, tra obliterazione della conoscenza e della coscienza?

Come filosofeggiava Hannah Arendt:

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma le persone per le quali non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso“.

Da quando “il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre“.

Tanto tuonò

Pagina agitata, nel senso: in ebollizione, non di qualcuno che la sventoli energicamente.

Potrei anche compulsare: tanto tuonò che piovve, ma parrebbe eccessivo. In fondo, ci garba essere il paese delle quasi rivoluzioni. Complete, accada ciò che deve – anzi, dovrebbe – mai; perché al momento culminante, decisivo, scatta sempre l’ora del pranzo principale, o, in alternativa, dell’aperitivo. Si sa.

Rivoluzione, poi, si può interpretare, costituisce termine, nonché concetto contraddittorio (discutibile assai): cambiare tutto per non mutare nulla – forse già udita da qualche parte – fare una bella giravolta su se stessi e tornare al punto di partenza, meglio dell’oca nel celeberrimo gioco; oppure, altra accezione, mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici, ma di solito non ci forniscono le istruzioni per l’uso, rischiando (raschiando?) di abbandonarci a violenze e distruzioni casuali e senza senso.

Siamo il paesello del “what if“. Mi è sgorgato in albionico, tanto, non capirsi per non capirsi, esiste almeno una ragione; se non buona, vera. Cosa sarebbe accaduto se: la ridda delle ipotesi è infinita, ci si può sbizzarrire. O imbizzarrire e poi smarrirsi. Ritrovarsi, è un’altra camicia.

L’epoca propizia avrebbe potuto – a proposito delle buone intenzioni e dei condizionali – essere quella degli anni 70 del 1900; al netto delle violenze terroristiche, ispirate da ‘oscuri’ parassiti che prosperano alla grande nello status quo, lontana dalla tristezza e dal grigiore con i quali è passata alla presunta Storia delle ricostruzioni ufficiali, fu animata, invece, da un popolo che si nutriva e cresceva con sentimenti comunitari molto accentuati e radicati, con una coscienza collettiva, civile sociale politica, invidiabile, con una insopprimibile voglia di libertà e democrazia che ci ha condotti a un passo dall’applicazione totale della Costituzione. Il piombo rovente e soprattutto la stupidità del consumismo liberista hanno ‘scongiurato’ il pericolo.

Accogliere e aiutare i fuoriusciti cileni o partecipare in massa alle adunate poetiche spontanee e gratuite furono solo ubbie, allucinazioni, illusioni. O no? Per esempi.

Tanto tuonò, Rombo di Tuono 1970, che piovve, sul serio; oggi, quando anche gli dei rientrano negli spogliatoi, servirebbe come manna, come benedizione dal Cielo, un uomo come lui; anzi, esagerando, una squadra di uomini come lui. Non presunti duri da pellicola hollywoodiana: duri veri, ma buoni, per non citare spot pubblicitari. Gente temprata da eventi vitali crudeli, divenuti adulti consapevoli, colmi di dignità, generosità, umanità: poche parole essenziali, solo fatti, determinanti, decisivi. Gli imbroglioni seriali sono facili da smascherare: quello che (non) fanno, chissà perché e per come, è sempre catalogabile negli eventi rivoluzionari. Secondo loro.

Gigi Riva non ne aveva necessità; sardo per scelta, scudetto con il Cagliari dei ‘pecorai’ allenato dal filosofo Manlio Scopigno, uomo nazionale: 35 reti in 42 presenze, due arti inferiori fratturati da interventi criminali di difensori che non sapevano come difendere e difendersi.

Quel tuono servirebbe, altroché:

come un miracolo meraviglioso.

Per aspera ad… boh

Pagina delle imprese, ma grandi.

Grandi imprese o imprese grandi? Da non confondere con il famigerato pennello di cinghiale – oggi, non esiste problema, vista la proliferazione incontrollata dell’ungulato – con cui dipingere vaste pareti.

Impresa dunque nel senso di azione umana notevole, non di intrapresa economica; anche se poi, a essere pignoli, rispettando regole leggi e persone, in un certo senso, si somigliano. Si sa, chi si somiglia, si impiglia. O giù di lì.

Non per saggezza da umarell – anziano in pensione che vagabonda per cantieri urbani, commentando lo stato dei lavori (o i lavori di stato) – ma risulta complesso assai giudicare l’effettiva o presunta grandezza di un’impresa; giudicare di per sé diventa una impresa, ardua e notevole. Spesso chi la compie, chi ne fa parte a pieno o parziale titolo, non possiede la necessaria lucidità, l’essenziale terzietà, l’imprescindibile lontananza. La lontananza sai, è come il vento. Il resto, mancia (è Storia).

Ditelo a Kali – non KalìFajardo Anstine, scrittrice; nel suo romanzo d’esordio narra le gesta di cinque generazioni di una famiglia nomade, in viaggio – in tutti e con tutti i sensi, possibili e immaginari (immaginabili) – tra Messico e Colorado. La Donna di luce dell’opera illumina, per giusto dire, la trama ma dispensa luce intellettiva e onirica anche per noi, poveri mortali analogici, lasciandoci intuire che nessuna terra, nessun popolo sono conquistati fino in fondo, fino a quando la memoria sopravvive. Vive, viene custodita come gemma preziosa e salvifica.

I nostri giorni a disposizione saranno stati forse happy – perché siamo stati giovani? pensa quando non esisteva la gioventù come categoria – resta la sensazione che quel telefilm, in apparenza così innocuo e di successo (bingo), veicolasse, in modo nemmeno troppo subliminale, un solo messaggio ‘forte’: aderite al sistema capitalistico (a stalle e strisce) e sarete per sempre invincibili e felici. Un’illusione, una menzogna: criminale. Mentre i loro aerei da guerra – ancora? nel 2024? – insozzano cieli e umanità, giorno e notte.

Per aspera – che poi sarebbero le difficoltà, le brutture, perfino le crudeli ingiustizie che ognuno di noi affronta durante la vita terrena – ad astra, dicevano gli avi Latini; auspicabile, ma chissà: la luce delle stelle, così affascinante e misteriosa, è luce di corpi ormai decaduti.

Meglio, più realistico se non altro, per aspera ad boh; consolante leggere, rileggere, leggere ancora i racconti di Osvaldo Soriano, i suoi Artisti, pazzi e criminali che non passano mai di moda, perché delle mode se ne infischiano. E se l’esito conclusivo, di tutto, deve essere Triste, solitario y final, almeno, per merito dell’autore, saremo in grado di osservare il mondo – perfino le dittature – con sguardo sognante e poetico.

Imago (non) mortis

Pagina davanti all’immagine, immagine portentosa, magica, caleidoscopica – chissà cosa significa – che produce immagini; anche oltre la nostra volontà, la nostra immaginazione. Appunto e virgola.

In fondo, ci nutriamo di immagini, viviamo di esse (non la sinuosa lettera, non solo), il nostro immaginario – Barnum (bar nume?) – personale è zeppo, su di loro si origina, trae costantemente energia.

Immagine: imitatore, per meglio spiegarsi ritratto, sembianza, ombra, spettro (nel senso di fantasma), perfino – come se le opzioni non fossero ampie, articolate, non bastassero – idea. Immagine è ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che non vediamo, eppure reputiamo essenziale per individuare in modo certo una persona o un oggetto, per stabilirne, al netto degli errori di concetto e percezione, le caratteristiche esclusive, identitarie.

Dovremmo poi maneggiare con cura e attenzione – all’etimo – anche il verbo che comporta da parte nostra azione, cioè immaginare (parente diretto di imago – non – mortis, ove possibile): configurare, costruire immagini nella nostra mente irrequieta, fantasiosa, mai satolla – anche un atollo incantato non sarebbe male, magari non atomico – , fingere, supporre. Di infingimenti e supposizioni, in tempi di ignoranza poco artificiale e molto crassa, rischiamo di morire, soffocati. Anche se alla fine, per quelle colonne , erculee o meno, saremo chiamati a transitare. Senza eccezioni.

Nel frattempo, siamo in transito, come sosteneva con la forza delle proprie fragilità (accettate) e della propria libertà Holly Goligthly (Truman Capote, per interposta persona); come scriveva nei suoi diari inediti, riscoperti dall’adorata consorte Dori Ghezzi, Faber De Andrè: way point, eternamente in transito, non solo durante i viaggi in mare, sempre, come condizione esistenziale, basilare dell’essere umano; anche se cerca affannosamente dei momentanei, salvifici appigli – illusione? auto illusione? – cui ancorarsi.

Del resto, la premiata – con il Nobel per la Letteratura 2019, ammesso abbia ancora valore – acclamata, “mistica” scrittrice polacca Olga Tokarczuk annota con saggezza e armonia che tra i doni naturali – della Natura, cui facciamo parte, apparteniamo e alla fine, torneremo – il più grande e prezioso è l’immaginazione.

Quello che ci consente di congetturare vite infinite, ci consente di vivere.

Inizio, non nuovo

Pagina dei mutamenti.

Il più importante: cambiare radicalmente noi stessi, ma pare sia impossibile.

Pagina dell’arretramento delle terre emerse: le acque dal mare avanzano e la terra ferma – ammesso esista – diminuisce sempre più velocemente, perché i cambiamenti climatici sono ormai irreversibili, anche avessimo un interruttore in grado di bloccare da subito la produzione dei gas serra. Potete tranquillamente non crederci, questo intimo convincimento non migliorerà la realtà, né noi stessi.

Dovremmo pianificare l’utilizzo delle nuove tecnologie per contenere, limitare quanto più possibile gli stravolgimenti che ci minacciano e non imperniare la nostra pia illusione di salvezza globale su modelli che si basano sul passato; la Terra è entrata a velocità luce dentro una nuova era, per colpa nostra: sarebbe meglio attuare le opportune contromosse. Invece di ‘trastullarci’ con impossibili ponti di Messina – non ho scritto Messalina, con rispetto compulsando – , con armamenti, con combustibili fossili. Optate voi cosa sia peggiore.

Per chiarezza e onestà – non so se sia intellettuale, o globale – non lo sostengo (solo) io, ma lo dice con energia, argomentazioni, convinzione lo scienziato Marco Marani, responsabile Centro studi sugli impatti dei Cambiamenti climatici dell’Università di Padova a Rovigo; il tentativo, molto concreto poco velleitario, è quello di progettare un mondo a prova del clima che verrà. Magari se i popoli, tutti gli scienziati, i politici collaborassero, si potrebbe fare: prima e meglio.

Nuovo inizio è bello, confortante, ottimista; di origine latina – ammesso abbia una valenza – non significa solo cominciamento, ma andare in, entrare: affondare alla radice delle cose, capirle intimamente, applicare il massimo impegno per modificarle, se e quando necessario. Nuovo inizio come fondamento, base, occasione, per edificare un pianeta davvero bello, davvero giusto.

Come scrive il saggio Maurizio Maggiani non adiriamoci con il mondo: sporco mondo, mondo boia, porco mondo; tutto nasce dalla nostra vanagloria, dal crederci superiori, migliori di tutto e superiori a tutti i viventi e non. Invece mondo, tornando al nostro prezioso latino è duplice, per sua natura, è sostantivo – universo – e aggettivo, pulito lindo splendente.

Anche Nada Malanima, cuore di ragazza in inverno, neve di un giorno, lo digita, per combattere il buio stringente, soffocante: ci crediamo i primi, i privilegiati, i padroni, ma siamo poi così diversi da coloro e quanti dipendono dai cicli della ineffabile Natura?

Le paure, le fragilità, un po’ di freddo o, tanto per insistere sul tema, di alta marea, ci scaraventano di nuovo, sempre per sempre, al nostro posto:

quello giusto.

Sul fondo, molto in fondo.