Sono nato il 25 Aprile di 80 anni fa.
Vulgata sostiene che da adulti non sia possibile rammentare gli eventi dei primi tre anni di vita, ma non è vero; per me, almeno.
Rammento il momento esatto, preciso, quando vidi la luce, quando emisi il primo di tanti vagiti.
Come scrisse Giuseppe Ungaretti, pensando ai caduti per la Resistenza: “Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti alla luce per sempre“.
Forse per questo tento di dormire a occhi spalancati, come consigliava il buon Cerini (è un’altra storia, eppure, sempre la Storia).
Nonostante l’età, resto ingenuo, vorrei essere saggio e profondo come i detenuti di San Vittore; loro sì sanno cosa conti davvero, quali siano i valori universali, quali le parole giuste per esprimerli:
“L’indifferenza è ciò che più ferisce. Da Ponzio Pilato che se ne lavò le mani, la storia è costellata di morti e sofferenza a causa di questo atteggiamento e tutti ne siamo vittime e carnefici. Se non comprendiamo e ricordiamo, non possiamo evitare gli stessi errori e così la storia si ripete“.
“Indifferenza trasuda dalle mura di questo carcere, dove sono miriadi le storie di persone abbandonate, dimenticate, nella solitudine di tragedie personali a cui molto spesso chi è fuori da tutto questo è indifferente“.
“Il veleno della società è l’indifferenza, il frutto del pregiudizio, siamo abituati a vedere una persona a terra e a calpestarla piuttosto che tenderle la mano, criticare le scelte di una persona piuttosto che ascoltarla, emarginare una classe sociale per i suoi usi e costumi piuttosto che comprenderli, giudicare l’etnia, l’orientamento sessuale o il credo religioso. Cosa faresti se fossi tu a essere emarginato? A causa del pregiudizio, per non essere schiacciati dalla responsabilità, si preferisce essere indifferenti“.
Sono sciocco, eravamo giovani, forse inesperti della libertà, ma ci siamo ridotti, abbiamo permesso che ci riducessero a monadi indifferenti, egoiste, facili da controllare e asservire al potere (presunto, come sempre nella storia della varia umanità).
Dovremmo uscire nelle piazze, incontrarci, dialogare; viviamo tempi orribili e confusi (“di transizione“, dicono quelli bravi, ma non sanno spiegare verso cosa; lo temiamo). La tentazione umana, ma fallace – l’abbiamo esperita migliaia di volte nel percorso multi millenario – è sempre la medesima: affidarsi a un capo solitario, carismatico, autoritario, consegnarsi acriticamente a una ideologia semplicistica e salvifica. Non funziona così, non ha mai funzionato, né funzionerà mai, nemmeno con l’IA.
Dovremmo pensare a cosa ci ha uniti: l’antifascismo, nella resistenza in un nuovo Aventino, nella lotta di liberazione dal giogo nazifascista; integerrimi, coriacei, nonostante convinzioni politiche e provenienze eterogenee, le più diverse e disparate. Anche disperate, talvolta, ma inscalfibili.
Dovremmo istituzionalizzare l’ora quotidiana di gioia repubblicana;
per sentirci di nuovo popolo, per edificare convinti il domani.
Oggi.

