Dilemmi

Ronzano nella testa, come api aliene impazzite; arrabbiate, molto arrabbiate.

Dilemmi arcani, ancestrali, dilemmi delle 100 pistole; pistole non come armi, come pecunia. In fondo, a guardare bene, sono la stessa cosa.

Non conoscere la musica, non saper suonare alcuno strumento, o equivalente, o equipollente; illudersi però di essere un calibro, 35: fare parte, essere parte, eseguire partiture insieme alla band, adorare la vita di musicista bohemien, meneghino (come base di partenza, senza arrivo: filosofia Cochi & Renato), sollazzarsi con le colonne sonore dei film poliziotteschi anni ’70 del 1900. Esplorare poi ambiti musicali alternativi, come le sigle delle trasmissioni televisive più popolari negli ’80, sempre del secolo trascorso, sempre con un tocco fintamente improvvisato, ruvido, soprattutto: vero.

Non conoscere la scrittura – lineare A, lineare B, geroglifica, greca antica – eppure esprimere la chiara, incontrovertibile volontà di scrivere: romanzi, saggi, articoli. Narrare storie. Fare parte – ancora – del mondo culturale, farne parte come il gentiluomo della letteratura italiana, messer Tullio Avoledo da Valvasone; a pieno titolo, diritti e competenze, ma con una voce originale, fuori dagli schemi e dalle strategie, vagamente distopica nella contemporaneità. Dire tutte le verità, come i giullari dei tempi antichi: gli unici che potessero permettersi di spiattellare ogni magagna, in forma di scherzo, scherno, burla; anche al cospetto e in faccia ai re.

Vorrei disegnare, una storia, le storie. Partendo da situazioni reali, per sfociare, approdare rapidamente in mondi fantastici, onirici, immaginari, immaginati, immaginabili. Lo sta già facendo la IA, o le varie IA che stanno proliferando incontrollate, colonizzando rapidamente le nostre menti, limitate, eppure, se solo volessimo, senza argini, senza confini. Ghiblizzazione dell’universo creativo, sulla scia dello stile, delle opere, dell’ingegno del Maestro nipponico, Hayao Miyazaki. Non credo sia stato interpellato, ma ormai lo sfregio – o l’omaggio, come sostengono i favorevoli ottimisti? – del plagio, replicabile all’infinito, è avviato, compiuto, inarrestabile. Fino a quando la stessa umanità sarà ricreata dalla IA e nemmeno se ne renderà conto. Click.

Miyazaki San no: per pudore, per rispetto, eviterei – ne fossi capace – di replicarlo. Opterei per Vittorio Giardino, anche nel suo caso con deferenza e venerazione massime. Entrerei in punta di piedi nel giardino lussureggiante delle storie, mi aggirerei con la più totale curiosità, tenterei di apprendere l’arte con gli occhi, per poi trasferire bravura e creatività alle mani, al cuore. Prima al muscolo cardiaco. Come direbbe lui, nella prefazione al suo più recente romanzo disegnato (I cugini Meyer – Rizzoli Lizard), metterei “la vita dento una valigia“. Partire, con paura e speranze, verso l’ignoto; sapendo che forse una meta reale non verrà mai raggiunta. Disegnare storie, senza limiti temporali.

Dilemmi, arcani; comuni, naturali, purtuttavia angosciosi.

Oltre le passioni, gli interessi, le simpatie: chi sono? Cosa so fare, in grado di caratterizzarmi, descrivermi?

Se potessi, mi trasformerei nel lettore tipo del già menzionato Avoledo:

non in un nominativo dell’elenco telefonico di Atlantide, ma in una persona che non vuole e non cerca spiegoni all’esistenza, ma briciole d’ispirazione elargite dai Narratori, in grado di attivare immaginazione e creatività;

invece della solita, rassicurante ripetitività: sciatta e banale.

Across The Universe (astenersi cosmonauti perdiTempo)

Pagina della para fuliggine cosmica.

Pagina del para flù, para sole, para vento, para tutto, meglio di certi gloriosi Ragni Neri dell’Antichità.

Zamora, Jashin, Cudicini, dove siete?

Facile vivere, potendo contare sulla certezza della Rinascita; o Rinascente, quella del Mondo Prima, a Roma.

Facile uccidere il Proprio Pianeta, depredarlo di ogni risorsa, violentarlo e offenderlo con le più furfantesche predatorie criminali strategie economiche, credendo di cavarsela con una bella migrazione dei soliti famigerati pochi – i peggiori, quelli autentici – su altre sfere celesti.

La fuga nello spazio non sarà un’opzione, resterà un’illusione per ricchi beoti: troppo comodo, filibustieri di bassa lega, risma dei sargassi, parassiti senza decenza.

Potremmo spostare la Terra, ma solo dopo averla risanata – cara vecchia Amica – doverosa opzione, imperativo categorico, sorta di equo spartito da suonare con contrabbasso, però dantesco.

Duemila miliardi di galassie, basteranno per trovarne una nuova adatta a noi? Senza prima cambiare l’Umanità, sarebbe comunque inutile ogni viaggio interstellare.

Qualcuno ha decretato la decrepitezza di Isaac Asimov, ma forse il padre della Fantascienza avrebbe qualche fondato motivo per obiettare, forse le date di certi romanzi le abbiamo superate, ma il contenuto, dubito. Anche sui reali progressi della tecnologia, resto scettico algido altero, un pessimo ottimista: resistono templi e cloache edificate millenni fa, crollano ponti gallerie autostrade ultra moderne, forse perché moderne all’eccesso.

Le legioni romane partivano per le campagne belliche – no allegre scampagnate, né follie da villeggiatura – e avanzando, mano a mano, costruivano strade ponti acquedotti; pare che alcuni di questi manufatti ancora resistano, bello sberleffo ai nostri computer ai nostri droni alle nostre intelligenze, materie molto artificiali, poco grigie.

Stiamo sgretolando anche l’Himalaya, i meno fantasiosi hanno incomodato, in comodato: facili paragoni – Pappagoni? Magari! – pronti all’uso e consumo, tanto tutti scrivono, nessuno legge, nessuno riflette si flette come arco mitologico; stessa tragedia del Vajont.

Di identico, restano l’avidità acefala del dio mercato, del profitto come unico comandamento, dello sfruttamento come unico strumento, vano suicida idiota; nell’illusione di domare soggiogare comandare a piacimento la Natura.

Allestite i vostri razzi, sarà più utile la zattera, quella della Medusa: gambe braccia fiato, e via andare, perché le miglia cosmiche fino alla prossima galassia saranno quasi infinite.

Qualcuno intanto per tenere alto il morale della ciurma e dei vogatori, legga ad alta voce Il vagabondo dello Spazio, mentre l’orchestrina recuperata dal Titanic – o dal Nautilus – strimpelli meglio che può Space Oddity.

Forse un giorno, arriveremo.

La vil razza umana arriverà a destinazione, ma come profetizzavano Cochi&Renato: dove arriva, se parte?