Svolazzamenti (utopie, del fare)

Volare con le bici da cross, quelle anni ’80.

Non si esce vivi dall’eterno ritorno agli anni ’80 del 1900 – vero, Manuel? – ma nemmeno dalla vita in generale, quindi meglio baloccarsi fino in fondo.

Volare in senso figurato, nemmeno troppo: avrete notato anche voi gruppi di allegri sbarazzini in sella ai fidati destrieri, con occhi freschi, colmi di sete d’avventura e esplorazioni senza fine, senza tema: senza tema prestabilito, senza tema di smentita, senza tema di paura.

Bisognerebbe serbare tutta quella ricchezza nei forzieri dell’anima, senza sigillarli, pronti per essere riaperti da adulti, durante le crisi, durante i soventi sciocchi smarrimenti, di sé stessi, in primis.

Volare con la bici, come i ragazzini amici di ET, volare con le bici grazie alle gambe, certo, ma soprattutto grazie alla fantasia, essere disposti a ruzzolare per le terre in cambio della possibilità di librarsi: meglio un giorno da Icaro, con ali di cera e/o polistirolo – si potrebbe imparare a volteggiare anche in caso di fusione delle ali meccaniche – che una vita secolare ai piombi, più o meno veneziani.

Vogliamo il pane e anche il companatico, da condividere con tutti i compatrioti della patria unica chiamata Gea. Le rose sarebbero magnifiche anche senza nome, lasciamole lussureggiare dove vivono; coltivate tutte le speranze o voi che trasite nella Terra dei Papaveri selvaggi, sempre con rispetto. Parliamo di pane perché il lavoro nobilita l’uomo, ma il pane lo nutre (sacco vuoto, non sta in piedi, diceva il saggio), mentre la schiavitù anche con un tozzo di pane quotidiano, abbrutisce ogni vaga forma umana; consapevoli di questo non trascurabile dettaglio, consci che frumento e grano saranno parenti stretti, ma non sinonimi, possiamo arrischiarci a riflettere? Saranno state anche utili – perfino necessarie – acciaierie e raffinerie, ma l’Apulia, esempio poco casuale di regione cara agli Dei, è conosciuta nei secoli per il suo vero oro: il grano dal quale gli autoctoni sanno produrre almeno 100 tipi di pane squisito e gli ulivi, meravigliosi e generosi, fornitori sani di quell’olio che molti regnanti di tempi andati, anelavano, considerandolo il condimento più buono mai assaggiato.

Anche se non lo meritassimo, Madre Terra è prodiga con i propri figli: nutrimento ce ne sarebbe per tutti, senza mercato globale paleo liberista. Discutiamo di armi e guerre, di nuovi assetti geo politici come fossimo al Bar Sport, nessuno parla mai di come costruire la pace, smantellando istituzioni belliche per loro scopo, per loro innegabile natura snaturata: solo una nuova società globale dei Popoli, basta sul dialogo, sull’equità delle relazioni e su un’economia generativa e ri generativa, potrà scrivere di nuovo sulla lavagna del mondo la parola domani.

Bisognerebbe dimostrare, avere, dispiegare lo stesso coraggioso temperamento poietico di don Antonio Loffredo, parroco irregolare di Santa Maria della Sanità, in Napoli: uomo del fare che ama Gesù, non crede nelle teorie di Hobbes ma in quelle di Antonio Genovesi, dice con schiettezza da scugnizzo, ma con visione da autentico manager illuminato che non può funzionare una politica statale assistenzialista e ipocrita, da fine ‘800; serve una triplice alleanza virtuosa tra stato, società civile, forze economiche private e la volontà di edificare ponti e comunità, con le persone al centro dei progetti.

Nel potente film di Mario Martone, Nostalgia, il personaggio a lui ispirato (tramite sceneggiatura tratta dal romanzo omonimo di Ermanno Rea) dice durante l’omelia funebre dell’ennesima vittima di camorra: noi siamo come i raggi di sole che ogni giorno si posano sulla munnezza, restano luminosi e non si sporcano mai.

Se finalmente l’ennesima proposta di nuova direttiva dell’Unione europea sulla due diligence – la diligenza dovuta e non nel solito, polveroso Far West – sulla responsabilità delle imprese, soprattutto le grandi transnazionali, per la violazione dei diritti e l’inquinamento ambientale diventasse non solo teoria, ma pratica quotidiana, concreta, ineludibile, si realizzerebbe finalmente il sogno di porre persone e ambiente prima, sempre per sempre prima, del profitto.

Se cominciassimo a prendere a modello don Loffredo (o, a scelta, don Bosco, padre Zanotelli, don Di Piazza, don Gallo prete da marciapiede e via continuando) potremmo forse farcela, impareremmo di certo a fare, senza chiacchiere.

Svolazzamenti, appunto: di fervida, fervente Utopia.

El Bandolero no global, stanco

Meglio trovare, ritrovare in fretta il bandolo della matassa: di Arianna;

prima che qualcuno utilizzi una bandoliera – pallottole e/o siringhe – per stanarci, in modo definitivo.

Ancora una volta anche nel Mondo Dopo abbiamo dimenticato il Futuro, dietro le spalle, sotto i tappeti non più volanti, dentro discariche colme di monnezza, soprattutto immorale. La politica, ignava collusa, confidava prima sui fedeli manganelli di stato, adesso sul virus che impone sacrifici estremi in nome della salute.

Genova per noi era una magnifica Cassandra che aveva indicato in modo chiaro e indiscutibile tutte le degenerazioni criminali di un modello di sviluppo economico marcio all’origine; degenerazioni cristallizzate, cui hanno solo cambiato nome e colore sulla copertina dei dossier riservati, nei palazzacci del potere.

Genova ribelle, abbarbicata sul Mare, Genova caleidoscopio di vite affamate di equità e giustizia, Genova multietnica ché il dialogo il confronto l’incontro non sono – mai – il problema, Genova da marciapiede, sotto braccio a Don Gallo il prete della strada: solo se cammini nel Mondo abbracci tuoi simili, calpesti i sentieri nelle loro stesse scarpe, lo osservi con i loro occhi; Genova musicale, eravamo tanti lillipuziani ma un Pianeta diverso era ancora possibile, danzando insieme, mai clandestini sulle note delle canzoni di protesta di Manu Chao.

Si dice, dopo 20 anni: è cambiato tutto, la rete da pesca virtuosa che connetteva i movimenti popolari e i collettivi degli attivisti si è dissolta, è rimasta solo quella virtuale, becera volgare foriera di odio sociale; la tragedia non greca, moderna: tutto è cambiato per restare fermo, non siamo cambiati noi quanto e quando avremmo dovuto, abbiamo ceduto, siamo regrediti, ripiegati in ordine sparso dalle piazze, ripiegati su noi stessi, dentro il nostro guscio vuoto di valori, monadi egolatriche, terrorizzate, a sciami vaganti uggiolanti, con un orizzonte che non supera il tinello di casa o il terrazzino, affacciato su conglomerati urbani, disumani; già solo il quartiere di residenza – appartenenza no, troppo impegnativa – appare un’inaffrontabile prateria celeste, immensa sconfinata pericolosa, come la nazione dei Nativi nordamericani.

I semi di Porto Alegre, Seattle, Napoli, Genova non moriranno, la memoria resta, non si uccide la Vita; non si canta l’Amore, perché l’Amore è il canto stesso.

Vent’anni dopo non è solo un romanzo di Dumas, ma una festa celebrativa, declinata nelle forme e nei modi più stravaganti e personali: nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere – esempio non casuale – servitori con una idea distorta e malsana della funzione rieducativa della pena, hanno organizzato una mattanza contro i detenuti, forse con il pensiero fisso alla Scuola Diaz (macelleria messicana) e al carcere ligure (lager) di Bolzaneto. Peccato che alcuni pseudo politici quando devono scegliere con chi schierarsi, scelgano sempre il lato oscuro della forza e mai, nemmeno per sbaglio, la grande bussola chiamata Costituzione (nella quale tra l’altro troverebbero le argute risposte a ogni dubbio laico, ma non sono adusi alle letture buone e giuste).

Il vecchio Bandolero rivoluzionario è stanco, gli pesano la bandoliera le botte le ferite – soprattutto dell’Anima – le mille battaglie, quelle perdute e forse più amare quelle vinte, quando poi attorno ai falò sotto la grande Luna piena rossa d’orgoglio e meraviglia, si riponevano progetti comuni e comuni ideali, per azzuffarsi sulle virgole e gli aggettivi dei racconti e dei poemi, poco epici, piccini assai nelle miserrime rivendicazioni personalistiche. Il decrepito ribelle per scaldare almeno le budella se non antiche passioni, vorrebbe ora scolarsi in pacifico silenzio almeno un ottimo whisky, ma con l’aumento impetuoso della febbre terrestre, l’inopinato scioglimento di poli e ghiacciai gli ha annacquato anche l’ultima consolazione, quella super alcolica (grazie, Massimo Bucchi).

Una notarella ambientale merita sempre un po’ di spazio: altro che spillover – salto di specie dei virus, ormai il bistrattato Pipistrello cinese è stato scagionato – il vero problema resta lo spill, tradotto in gergo popolare: il continuo sversamento in cielo mare e terra delle schifezze inquinanti derivanti dalle attività insostenibili e criminali – nonostante l’ampio utilizzo di vernice verde – a cura delle multinazionali dell’energia fossile. A cura dei loro profitti. Stop.

Voi g8, noi 8 miliardi: uno degli slogan dei gruppi no global, così etichettati dai soliti sciatti impresentabili media, andrebbe rispolverato e tenuto a mente oggi, per mandare a monte, in soffitta definitivamente il liberismo criminogeno; coniare sciocche classificazioni è un empio, scellerato tentativo di liquidare senza pagare l’opportuno dazio del caso: idee o persone foriere di idee altre dal conformismo imperante, dallo status quo dei soliti famigerati: così gli anni ’70, fermento prezioso e variegato, sono stati bollati nelle cronache dei dominatori nell’ombra, quali anni di piombo, confinando nel dimenticatoio i grandi progressi sociali, le molteplici iniziative e correnti solidali culturali artistiche.

Come scrivono in questi giorni gli emeriti infaticabili mai arrendevoli amici di Altreconomia, da Genova ripartiremo per rammentare rammendare riannodare con nodi marinareschi il Futuro, prenderemo il largo da Genova, su bastimenti carichi traboccanti stracolmi: di Futuro, stavolta indelebile come i Sogni di Piazza Alimonda, come i piani di viaggio di Brignole stazione centrale, salpando e veleggiando grazie all’energia dei Giovani che non hanno bisogno di spiegazioni sul mai estinto conflitto sociale cre-attivo (Popoli versus Regime multinazionale), perché lo incarnano.

Come diceva il mai troppo citato, seguito Don Andrea Gallo:

Le parole di Gesù sono tremende: maledicono tutti coloro che non lavorano per la giustizia sociale e il bene comune.