Tempesta e impeto, verso Sud

Pagina dell’Impeto.

Del petto in fuori, non per orgoglio, per migliorare il meccanismo della respirazione – bocca a bocca, senza boccaglio, optimum – , per ossigenare il cervello, anche lui recluso troppo a lungo, ormai incapace di spalancare nuove finestre.

Vorremmo una camera, con vista Mare; un tavolino che si affacci sulla promenade – non Cambronne – tavolino degli abbracci o che almeno consenta di abbracciare se non l’Umanità, almeno l’Orizzonte, il Panorama, il vasto Mondo, ideale fisico.

Impeto, impettiti verso il futuro, quale esso possa essere; un futuro, non qualsiasi, con personalità e intelligenza, possibilmente vera non artificiale, anche se il ‘noverrimo’ cervellone virtuale promette velocità di calcolo spaventosa – non si capisce se la velocità o il calcolo – e inusitata capacità di consentire il dialogo a banche storiche di dati, tra loro nemiche inique, senza canali di comunicazione, né transito, né Panama&Suez.

Con l’impeto – va da sé per tradizione storica – dovrebbe esserci, anche non in rima, l’assalto: di Balaklava (o dopo una bala alla furlana, con la clava carnica), ai bastioni, anche di Orione, servisse a recuperare il bene, soprattutto dell’intelletto; come sempre, appena cominciano i sussurri le indiscrezioni i pissi pissi bau bau su potenziali torte di danaro pubblico nei forni occulti delle istituzioni, parte l’assalto: alla diligenza, della Wells Fargo, o simili.

Quanto lavoro ci sarebbe oggi, nel Mondo Dopo, per gli intrepidi ranger del Texas, ai limiti della legalità, certo, ma per ristabilirla.

Corto, gentiluomo amico mio di mille e mille incredibili avventure, facciamo rotta con rinnovati impeti entusiasmi curiosità verso Shangai? O prediligi il punto più meridionale dell’Asia? Tiziano Terzani non amava Singapore, da raggiungere con battelli a vapore; Shangai porto commerciale o forse l’omonimo gioco da tavolo, meglio in effetti quello con i bastoncini di biscotto, ricoperti di cioccolato fondente. Eppure, dovremmo imparare da Singapore (cantare, sing, con ardore, come certe Ragazze di Trieste e non solo, il 25 Aprile), con animo senza paraocchi, dalla versione attuale: ordine esemplare, mezzi di trasporto pubblico efficienti e eliminazione esponenziale del traffico urbano, per guadagnare spazi da riconvertire al verde, floreale, l’unico sostenibile, costituito da miriadi di lussureggianti piante tropicali.

Giungere alla foce del Mekong, nel mare un po’ indo, un po’ cinese, veleggiare con e verso isole di Paracelso- chi mai sarà stato costui? – e finire tra le braccia di una terribile tempesta, ormonale emozionale onirica: chiedersi, come il brillante narratore Stephen Crane, perché i sette folli spiriti del Mare abbiano permesso di giungere fino a qui, per poi farsi beffe di noi, condannarci agli abissi più bui, più oscuri. Ultimi giri, siori e siore, poi la Giostra sarà rottamata, per raggiunti limiti di utilizzo, per obsolescenza programmata dal nostro DNA.

Che grandissimo para celso, quello scienziato medico astrologo alchimista, ma le 7 regole per una vita sana serena dignitosa restano valide, pilastri umani oltre ogni dimensione crono spaziale: perché diventare schiavi di qualcuno, quando potremmo essere con impeto, autorevoli padroni di noi stessi e delle nostre meravigliose esistenze?

Chiedi a una ragazza di 15 anni d’età chi erano mai questi Aborigeni, chi fu Chico Mendes; martire sindacalista ambientalista, difensore dei diritti dei popoli dell’Amazzonia – che qualcuno vorrebbe ammazzare per radere al suolo tutto, vendere legname, estrarre oro e petrolio – prima che inventassero il colore verde marketing pro distruttori; resistere con l’impeto di Chico, per salvare l’Alleanza dei Popoli, la sacra Foresta, identità culture e lingue che non troveremo mai più, né in rete né sul mercato globale.

Non rompeteci i Polmoni, i nostri e quelli della Madre Terra.

Mit drung in Richtung Südseite, anche le entità metafisiche saranno con noi, finalmente complici comprensive benevole:

vivere più a Sud, con impeto passione gentilezza.

Vivere come Papaveri, tornare a vivere a Sud, in pianta e con piante stabili e sane, per ritrovare i propri astri, i destini, i sentieri, gli unici autentici.

In origine, Prima, dove eravamo Tutti?

Ombre, dentro e fuori dalla Grotta

Pagina della Decadenza.

Non una qualsiasi, all’italiana e scusatevi se vi pare poco.

Nel mondo, secondo vulgata mediatico popolana, Italì è sinonimo di pizza mafia mandolino – sedere a, ma non si può più vagheggiare nemmeno nei sogni musicali, altrimenti arriva il #miTu – forse, tra i sinonimi: Arte Cultura Cibo Eleganza. All’estero lo sanno, gli indigeni autoctoni auto scimuniti, non sono stati allertati avvertiti informati formattati.

Decadenza decaDanza, cadenza della decenza, decade, ognuna con la propria personale indecenza, guadagnata sul campo.

L’industria tricolore – la Bandiera un tempo che fu, quella dei tre colori (bianco rosso verde, rosso verde bianco, verde bianco rosso? libretti universitari in volo dalle finestre di antichi atenei facoltà giurisPrudenza) era sempre stata considerata la Più Bella – purtroppo ci riflette, uno specchio senza margini di errore: l’intrapresa nazionale sorge sugge assurge a simbolo totem icona del carattere popolare, con autentici cromosomi xyz, inconfondibili stimmate delle genti peninsulari, isole incomprese.

Nostalgia inguaribile inconsolabile incolmabile per il passato di Pomodoro; un passato a scelta, gli altri a pagamento su pay all, importante che sia lontano da noi Q.B. – quanto basta – perché l’avventuroso passato clandestino deve essere coniugato in modo giusto, ma a casa sua; placcato dal pacchetto di mischia, regali mischiati muschiati sciupati, passato placcato in oro finto per celebrarlo con cervellotici pistolotti mediatici, fastosi festosi addobbati con sciatti festoni.

Il Futuro nel Belpaese dei Decrepiti, dei dpcm come serie tv sostitutive (altro che Suburra e Gomorra…), dei prodotti da forno sostitutivi (sforniamo crostini come decreti! Ai Due Compari, Motta sulla Livenza), non suscita entusiasmi esaltazione, al limite esalazione: di gas tossici, di ultimi respiri al posto di primi vagiti, ultime cartucce rugginose pruriginose spuntate, invece di freschi semi da interrare in prati ancora vergini sperando un dì possano, con cura accortezza e dedizione, crescere piante: vigorose belle generose.

Logore logorroiche pergamene illeggibili in luogo di carta nuova di cartiera per disegnare/scrivere immaginare mondi futuri inaspettati sorprendenti diversi alternativi audaci, oltre ogni limite di Umanità.

Futuro è solo una mosca tze tze da scacciare maledire schiacciare, il solo pensiero del suono o sua potenziale esistenza innesca una grave forma di fastidio, odio senza iodio, local-pandemia narcolettica.

Gattopardi, Gatti Randagi in vicoli senza più miracoli, Viceré senza corone dobloni troni, Tigri della malora e del ribaltabile, anni ruggenti latitanti ai Tropici, anni struggenti, anni sfuggenti sfuggiti dal corral eoni fa, dunque ‘stacce!’. Sfuggiti dal senno del poi, dai fossi degli argini mai ripuliti accanto a fiumi carsici dunque incazzosi, anni fossi argini fiumi trascurati oscurati trasecolati dall’incuria nostra, però moderna tecnologica progredita.

Siamo fuori, dal tempo massimo/minimo, da ogni tempo. classificabile o meno.

I Giovani? Un’invenzione del ’68 o forse era il ’48, una bolla di sapone spaziale: untorelli spacca marron glacè, adepti della Trap Music, senza fischio con dita in bocca – Strunz!!! – né boccetta di acqua benedetta da aspergere in caso di bisogno, cioè spesso, vista la congiuntura astrale sfavorevole; ‘addivanati’ cui abbiamo rubato perfino il divano in promozione permanente annuale, sostituendolo con banchi a rotelle davvero smart, anche se, all’ultimo giorno di lezione in remoto, remota sarà la possibilità di sottrarsi ai Giudizi Universali, rigorosamente decretati dal web.

I Giovani? Non sono quelli dei Venerdì scioperati sciroppati sciroccati scioperanti, show operanti per la salute del Pianeta Terra? Poveri ingenui, i vostri genitori non vi hanno ammoniti sui rischi relativi all’instaurazione di un Rinascimento Ambientalista? Niente più smartphone, tablet, scarpe ginniche firmate, con inchiostro ematico degli sfruttati. In fondo, morti di fame erano già, cosa ci sarebbe di male nel garantire loro un po’ di sano lavoro con contratto a tempo per forza indeterminato, almeno nell’aldilà?

Ripartiamo dal risiko cadreghe, tanto il futuro è solo una ridda una rissa una riffa – abbiamo una riffa che fa così, caro Ivan Cattaneo! – Raffa nazionale da Trieste in giù, di ipotesi, una risma di nomine accumulate in orrenda pira, di kriminal azioni finanziarie e di risorse naturali da incenerire fino all’ultima stilla e oltre.

Integratevi cribbio, alla tribù alla tv al pc: ballate su balconi barconi carponi! Tornerà l’Estate, garantito con pistacchio e limoni trinariciuti certificati dal buon Bio, noi bagnanti bagnati bagolanti, chissà. Le rotonde sul mare sono stinte stanche estinte, sostituite con crudele ingratitudine da quelle stradali per i grulli spennati – c’è sempre uno spenna grulli ex machina ex cathedra Excalibur, per fortuna! – fanatici della congestione da idrocarburi; oibò, non è il nick name social dei Carboidrati???

Un uomo può distinguersi da un’ombra, dalla sua ombra, dalle ombre – magari rosse! – dentro la caverna di Platone? Come canta il Poeta maledetto, potrebbe: se, e solo se, condizione siamo qua noi, fosse causa consapevole di quanto gli accadrà.

Non preoccupiamoci troppo, anche i fallimenti totali non sono mai per sempre.

Oltre Godot

Il Tempo non si è fermato.

Ha solo deciso di procedere con un ritmo nuovo, in nuovi modi non definibili, al momento indecodificabili.

Immobile in piedi davanti alla fermata del bus, quella vicina all’ingresso dell’ospedale civile, moderno antico teatro sanitario di resistenza, di tragedie, di umane miserie ma anche di resurrezioni e monstruose imprese..

Un manifesto sulla parete sinistra della cabina di attesa del mezzo pubblico, annuncia un imminente spettacolo teatrale. The Deep Blue Sea, un titolo che – come sempre a posteriori – pare una illuminante profezia.

Il volto della protagonista, Luisa Ranieri, appare nel mondo dopo con una luce e un’espressione vagamente enigmatiche, come sapesse una verità che non si può raccontare, come fosse sacra custode di una narrazione indicibile, nemmeno sulle tavole lignee di un teatro senza più spettatori.

Uno spettacolo che già era stato rimandato per piccola indisposizione della protagonista, rappresentazione poi definitivamente annullata causa pandemia, per assenza di umanità.

Fermo alla fermata osservo, in attesa di uno spettacolo che non arriverà mai in scena, non più; circondato, fagocitato dall’ambiente circostante, dal desertico silente grigiore delle arterie d’asfalto.

Oltre ogni immaginazione, oltre ogni Godot. Superato. Anche l’autobus oggi non passa.

Il mondo prima si è congedato così, senza l’ultima battuta, senza mattatori né mattatrici, spurio dell’ultimo applauso o illusoria ovazione.

Il Futuro? Una terra straniera, senza nemmeno il conforto di un’ipotesi.