Ombre Rosse

Nel tiepido, insolito preludio primaverile, siamo ancora sospesi – non da qualche preside inflessibile – tra color che son… sospesi.

Tra la speranzosa gioia di una stagione migliore, fruttifera, foriera di lieti, lievi, anche minimi, doni e il lungo, rigido inverno dei nostri scontenti. Per così dire.

Crogiolandoci nei raggi più luminosi di Elio sorridiamo, beati, ma non riusciamo, non possiamo ignorare le lunghe, al momento indelebili, ombre rosse che ci perseguitano. Ombre rosse, non cito né l’epico lungometraggio diretto da John Ford, né la bevanda più in voga nei bacari veneti, per innaffiare con brio i golosi cicchetti.

Come riflette Yasmina Reza, drammaturga e scrittrice, francese di nascita, il nostro passato è, come sottoscriverebbe Gianrico Carofiglio, una terra straniera: lei si riferisce al dilemma di “non avere nessuna tradizione, né luogo d’origine, né patria” (parola ormai abusata, consunta, senza più significato); più modestamente, anche molto mestamente, invece, per il sottoscritto, da qualche anno – dalla pandemia in poi, ‘tutto non è andato per niente bene’ – non abbiamo un bagaglio, un rimasuglio, fosse solo un frammento, di ieri.

Lei, almeno, trova cittadinanza e voce nella grande letteratura, noi, chissà: un tempo, eoni fa, utilizzavamo i libri come soprammobili, ora, chi sa cosa siano e può permetterseli, come ciocchi per il caminetto, come coriandoli, come oggetti contundenti.

Siamo senza memoria, vaghiamo su terreni instabili, friabili, senza coordinate, senza punti di riferimento; mentre tecnologie e presunte intelligenze artificiali compiono balzi evolutivi giganteschi, noi barcolliamo e non possiamo nemmeno esclamare, come i ‘ciocchettoni’ (senza perifrasi, ubriaconi) più tenaci, “barcollo, ma non mollo“. Il fiasco, inteso come bottiglia che custodisce il nettare alcolico e come insuccesso, sconfitta, debacle, clamoroso.

Molto rumore per nulla; saturiamo l’etere di dissonanze, ma non riusciamo a creare nulla di sostanziale, di decisivo, di veramente innovativo, per la comunità umana, per il piccolo Pianeta che ci ospita. Sempre più scontento di noi, sempre più sfigurato dalla nostra dabbenaggine, poco ingenua, molto criminale.

Come fossimo prede di un virus, inatteso, infettivo, viscido, che ci confina, idealmente, a letto, con l’illusione sinistra di fare mille cose, di essere oberati da impegni, obblighi, incombenze impossibili da evadere, opprimenti.

Per trovare senso, per affibbiarne uno, ci siamo perfino ‘inventati’ passati recenti – ormai abbiamo una mente più labile, debole delle amebe (da bambino, conoscevo a menadito la sua definizione scientifica) – ai quali attribuiamo la dignità di età dell’oro, ma dopo ventiquattrore, siamo di nuovo al palo e ricominciamo, schiavi della falsità dei social, della realtà virtuale, financo di quella aumentata. Aumentata, di sicuro.

Potrei blaterare delle ipocrite olimpiadi invernali – tregua (meglio pace, se proprio volessimo compiere molti passi in più) olimpica, cos’era ‘costei’? – , delle decine di guerre sul globo che ci stanno devastando, in tutti i modi. Giusto per limitarmi. Potrei, non voglio, non sono capace. Contengo moltitudini, non sapienza, né saggezza. Magari.

Se fossi, se potessi, emulare, somigliare, anche solo un pochino, a Guido Paduano, docente emerito alla Normale di Pisa – filologo, storico del pensiero antico e moderno, scrittore – mi tufferei arditamente nelle opere di Shakespeare, nelle sue tragedie, nelle sue commedie, nelle sue poesie: per ammirare una volta di più la “celestiale armonia tra bellezza sublime e disperazione“. Per capire, carpire “dall’impressionate ventaglio di caratteri umani e passioni“, dall’incredile “varietà di registri che all’improvviso sfocia nella metafisica, per poi scartare nel campo filosofico e in quello antropologico“, cosa sia quel mistero ancora irrisolto chiamato ‘essere umano’.

Forse, come ci dice il Professore: “tutti i sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo“;

teniamo presente che due grandi folli – solo letterari? – Re Lear e Don Chisciotte, “sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità“.

Come se il compulsatore si immergesse nella Fossa delle Marianne per ripescare e donare la Primavera all’Umanità.

Altra, ennesima follia, o sogno?

Meazza

Pagina di Peppin fu Meazza G., un calciatore o un uomo? Una figurina, un balilla, un Italiano da raccontare? Pagina di un sogno con le fattezze del centravanti.

Pagina degli uomini sportivi, belli come divi di Hollywood, attori a loro modo, eroi delle domeniche popolari, perché un popolo, in catene o liberato (schiavo di altre, nuove, modernissime invisibili catene) ha sempre bisogno di eroi e dei; da acclamare e poi tradire, distruggere, annichilire con violenza, nella polvere dell’oblio o in quella di cruenti fuochi ormai spenti.

Chiedi chi era Meazza e non troverai risposte. Un uomo elegante, amante della vita e delle passioni, raffinato ballerino di tango e impareggiabile seduttore, giocatore di pallone e soprattutto d’azzardo, perché i dribbling più difficili e più spettacolari sono sempre quelli al proprio destino, alla propria vita, perfino a Dio: se ti credi fenomeno paranormale, prova a uccellare il Creatore con un tunnel o con un pallonetto!

Pagina del pallone, sgonfio, lacerato, abbandonato. Sfera senz’anima, predata della gioia, dispersa nel grigiore di un tetro cortile d’asfalto; privato il cortile, privato il pallone di imprevedibili rimbalzi, orbato da traiettorie magiche, incapace ormai di scovare spazi insondabili dalla percezione umana, là dove non esistono spazi, né rotte plausibili. Giardino desolato e brullo, sfera desolata, senza moto naturale, nostalgica perfino di quei calci ricevuti, nostalgica di quelle voci che incitano alla vita e al gioco, si inseguono e seguono partiture invisibili, forse inesistenti, forse metafisiche, voci che sono cassa di risonanza e eco per altre, infinite voci. Tutto immobile, tutto spento. Il pallone che non rotola, il cortile senza più i Bambini, nova suprema Lex.

Ho sognato, forse deliravo, i piloni dello Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro, a Mediolanum.

Sindrome di Stendahl davanti alla cattedrale laica del balun, come la prima volta che la vidi e la visitai, un senso di spaesamento al cospetto del gigante, ebbrezza, timore reverenziale e ammirazione per un luogo che dai racconti dei miei familiari e dai filmati d’epoca, nella mia percezione e nella mia immaginazione si era tramutato in un castello fiabesco, in un teatro leggendario di gesta pedatorie, da tramandare alle future generazioni, profane e ree, non per colpa o dolo, ma per crudeltà d’anagrafe, di non aver vissuto le epoche epiche.

Stadio vuoto, senza squadre schierate sul prato, né ululanti masse di tifosi; partigiani e campanili, massa e potere, massa è potere (?), potere alla massa, o potere carnefice delle masse?

Stadio Meazza, anche Tu appartieni ormai al Mondo Prima, relegato davvero in un universo mitologico, non più reale, non più disponibile, non recuperabile neppure attraverso l’invasione degli ultrafilmati, caricati carichi d’immagini a bizzeffe su youtube; nel Mondo Prima del prima, senza rete né imbarcazione né Nautilus, navigavi e vogavi su oceani di fantasia: le enciclopedie, tutti per una Utet per tutti, per i rari fortunati possessori o nelle rare occasioni di consultazione, fornivano indizi, spunti; il resto, il mancante, i dettagli più interessanti e ghiotti, le coordinate, omissioni opere parole missioni, venivano elaborati e aggiunti copiosamente lavorando d’immaginazione. Immaginando di lavorare.

Meazza Titanic, condannato a restare inabissato per sempre nell’oscura fossa delle Marianne – non floride campagnole, né ardite rivoluzionarie – ma ostili dee delle profondità, regine dei recessi inviolabili, del Mondo e della Memoria; condannato, non sappiamo ancora se si tratti di una maledizione o dell’ultima occasione per l’Umanità, a scivolare con lentezza inesorabile sempre più giù, verso l’epicentro e l’origine stessa della Tenebra.

E quel cortile intanto seguita a restare un deserto d’asfalto con un mesto pallone squarciato…