Masked warrior in ornate armor standing among swords on a stage

Bardo Manga

William (Shakespeare, scuoti lancia, se gradite), lo sconosciuto più celebre della poesia e della letteratura mondiale.

Il samurai delle tragedie, se volessimo sconfinare nelle iperboli contemporanee.

Eppure, come accade spesso nello sconfinato universo della cultura – senza incorrere nel peccato di blasfemia, o, peggio, lesa maestà – , autori ‘paralleli’ (non dovrebbero incontrarsi mai), grazie alla sensibilità visionaria di qualcuno, si sfiorano, si annusano, realizzano connubi impensabili.

Cosa direste voi, ad esempio, se al Bardo, venisse accostato Go Nagai – celebrato autore della saga dei Mazinga, di Devilman, de La Divina Commedia ispirata dalle celebri tavole di Gustave Dorè – o l’irregolare del fumetto italico, Andrea Pazienza?

Appunto, eppure.

Roberto Recchioni, fumettaro di vaglia e non solo, ha osato l’inosabile, realizzando una versione che i tipi di Robinson hanno definito ‘dark’ di Romeo e Giulietta, Questi piaceri violenti (Feltrinelli Comics).

Definizione seducente, ma riduttiva, forse, rispetto al progetto partorito dalla mente dell’autore, per dieci anni curatore di Dylan Dog, con incursioni anche nelle avventurose vicende di Tex, Topolino, Diabolik, Catwoman, Batman (lui sì oscuro, per davvero); i suoi disegni sono conosciuti, apprezzati, pubblicati a tutte le latitudini del pianeta.

Se Shakespeare pensava e scriveva opere per attori maschi che dovevano impersonare ruoli femminili – “questo è uno dei motivi per cui sono appassionato del Bardo“, rivela Recchioni – l’artista romano ha cominciato una dismissione del vecchio fumetto, “basato su convezioni tipiche e intoccabili“, per giungere e raggiungere una forma ancora più diretta, immediata, d’impatto.

Ancora presto per chiamarla rivoluzione, certo un’evoluzione cominciata già negli anni 70 del 1900, da autori quali Giancarlo Berardi (Ken Parker) e Will Eisner (The Spirit, Contratto con Dio); “sono stanco del solito fumetto, forse perché lo leggo da troppi anni; il lettore è più abituato a leggere in verticale che da sinistra a destra, ecco perché invito gli occhi ad andare ancora più in verticale. E poi mi sembra che i baloon, nuvola bianca che galleggia attorno alle teste dei personaggi, siano diventati un ostacolo alla lettura“.

Giovani e giovanissimi saranno sicuramente attirati da una comunicazione visiva simile a quella dei social, ma anche adulti e anziani, ormai, si sono spesso rassegnati, o adeguati, alle ‘intemperie’ tecnologiche.

La rilettura di Romeo e Giulietta, con stile basato su primi piani, grandi immagini, frasi brevi o disegni accompagnati da una sola parola, serve a Recchioni per mettere in luce che questa storia pullula di persone cattive e che “spesso chiamiamo storie d’amore, vicende di rara tossicità“. Insane, letali.

Il manga giunge all’improvviso (nemmeno troppo) come il sol levante, se permettete: si manifesta perché l’autore confessa sinceramente di essere “un ammiratore di Go Nagai, per la maniera in cui riusciva a trasformare la china in sangue che gronda letteralmente dalle pagine. In fondo, le mie fonti d’ispirazione sono sempre tre: Pazienza, Miller e Nagai“.

“Ho utilizzato iPad tablet e il programma Procreate per realizzare la storia, perché mi hanno permesso di non rimanere bloccato al tavolo. Per me, lo spirito puro del fumetto, è anche l’urgenza di comunicare“.

Molte innovazioni, niente cedimenti alle consuetudini consunte, niente tabù: Recchioni rivendica con autenticità e tranquillità che una pagina di sesso esplicito “fosse necessaria per una riflessione sull’identità. Era importante che quella scena arrivasse con forza“.

Con la forza delle idee precise, con l’impetuosità dell’arte, con la convinzione che i temi decisivi per la natura umana possano essere disquisiti anche grazie al fumetto;

chissà, forse oggi il Bardo leggerebbe con soddisfazione manga in The Tube (metropolitana di Londra).

Competizione

Mentre ovunque trionfano ingiustizie e crudeltà, noi – oh, anime pie e sensibili – ‘correggiamo’ le fiabe, le riscriviamo (davvero siamo in grado?) in versione edulcorata e politicamente corretta. In attesa di essere sgozzati dagli stessi pargoletti che crediamo bisognosi di iper protezione, di iper rassicurazione.

Comunque, bando alle malinconie, se non siamo morti, siamo ancora vivi. Lapalisse è vivo, lotta e resiste insieme a noi. Forse. La competizione è globale e non prevede aiuto per chi è debole, o, peggio mi sento, per gli eventuali perdenti.

Quanto vorrei essere lo scrittore mozambicano Mia Couto, un autentico creatore di parole, mestiere più difficile ma più bello del mondo, un uomo capace di restituire una lingua, scritta e parlata, a chi non ne ha più; per scelta, più spesso perché qualcuno ha deciso di negargliela. Per impossessarsi della terra, del paese. Senza più una koinè culturale, in fretta svaniscono anche le speranze, anche i sogni. Non resta nessuna prospettiva: diventare schiavi, peggio, automi.

Come si chiede l’autore: la bellezza esiste o la creano i nostri occhi? Dunque, l’uomo può inventare un’altra, altre, realtà; alternative a questa, tremenda e crudele, profittevole solo per i pochi che possiedono già quasi tutto, tranne l’immaginazione, tranne – ancora per poco – le parole.

Dovremmo essere come Batman, con la consapevolezza di Frank Miller (“è molto più di uno psicopatico“), con la lucidità di Jeph Loeb (“sa che il bene può anche fare male“); ha giurato da ragazzino sulla tomba dei genitori che avrebbe liberato la sua città dal male e persegue questo obiettivo anche quando si rende conto che dopo ogni malvagio assicurato alla giustizia – quella fallace degli uomini, meglio di niente – il giorno successivo ne dovrà affrontare un altro. Eppure, nonostante le sofferenze, le sconfitte brucianti, è convinto ne valga la pena. Del resto, come sentenziano le persone sagge e colte, nulla riesce senza duro lavoro. Nemmeno compulsare poche, inutili righe.

In alternativa, potremmo aspirare all’emulazione dell’avvocato Vittorio Contrada, creato dalla fervida mente di Tullio Avoledo da Valvasone (Pordenone), avvocato che all’improvviso decide di cambiare marcia e segno alla propria vita: stop con il diritto societario, largo alle cause ambientali o comunque “eticamente valide“. Non si vive di solo successo economico. Una piccola comunità montana a rischio per colpa di una spregiudicata speculazione edilizia – fatto ormai consuetudinario – che potrebbe però rivelare quali grandi e occulti poteri si muovano dietro le quinte. Anche se “molto più pericolose sono piccole cose, come le idee“. Confermando quanto il Pianeta sia un formidabile impasto di “inquietudini e speranza“.

In fondo, come direbbe la cantautrice, poetessa e illustratrice romana Giulia Anania: “siamo tutti figli dello stesso smog“, per spiegare come, nonostante ormai a livello globale tutto ci spinga verso il cinismo e l’egoismo, in realtà l’orizzonte verso cui tendere si chiama multiculturalismo; “siamo tutti nati per amare, il tram è il mezzo pubblico che meglio ci rappresenta, l’umanità variegata si mescola a ogni brusca frenata“. Le sue rotaie sono quelle che ci conducono o ci consegnano all’amore, “sentimento che spaventa perché foriero di verità“.

Come una scrittrice solitaria – Virginia Woolf, Emily Dickinson, Dolores Prato, per citare un trittico ‘perfetto’ – in una stanza solo per sé, per i suoi pensieri, per le sue parole, affronta e vince la competizione; non quella economica, l’unica possibile per l’imperialismo neoliberista globale. Sul piano della guerra e dello sfruttamento, non esiste confronto possibile, né antidoto. La stessa democrazia, con il suo sistema di contrappesi tra poteri, langue ovunque.

L’unica speranza per la Terra, lo scrive il professore di teoretica all’università di Macerata, Roberto Mancini, “viene sostenuta dalle comunità interetniche e interculturali di persone comuni, di giovani di donne che danno vita a movimenti sociali e costruiscono risposte alla negazione dei diritti umani e degli equilibri della natura“.

In alternativa, attacchiamoci al tram.