Cadere nell'(I)sacco, con estasi

Pensare bene a quello che si ha da fare, fare bene – magari meglio – quello cui si è pensato.

Niente è come appare – il niente può apparire? – ma così è, o sarà, se vi appare; resterebbe da stabilire la cosa mirabile, soprattutto comprenderla, apprenderla, non appenderla quale fatuo trofeo di caccia della presunta ragione.

Cadere nell’estasi, cadere come corpo morto – a corpo morto, dritti come un piombo: fuso – cade, precipitare nel vuoto: esiste il vuoto, esiste assenza di materia, energia negativa, anti materia, materia oscura, esiste davvero la nostra essenza? Forse, come tentano di spiegare i mistici ai profani (troppi profani, troppi, davvero in esubero i profanatori della vita): non siamo mai nati, non possiamo morire, siamo piccole anime migranti, viaggiatori anomali in dimensioni universali mistiche.

Ciao cara, esco un attimo, vado a cercare l’era del Cinghiale Bianco, poi torno, forse; spesso sono proprio certi ritorni le fasi più perigliose, più insidiose, talvolta letali; come Pollicino, spero di avere lasciato tracce adeguate e intelligibili lungo il percorso, o almeno briciole per il sostentamento (nel caso, confidare nel Pan di via degli Elfi, auspicando di incappare in loro durante giornate di lieto umore).

La realtà, le realtà, la verità, le verità sono fluide: attenzione però, i fluidi si mescolano spesso e volentieri, allegramente, con ineffabile sollazzo, tra di loro. Tutto molto bello, tutto assai caotico. Kaos, imparare dal kaos, imparare da quel trattato di filosofia dei fratelli Taviani, intitolato Kaos, per puro caso, per caso in purezza, scritto come fosse – lo è – un capolavoro cinematografico, con l’attiva complicità di messere Luigi Pirandello.

Forse in Trinacria, come sostengono gli stolti, non accade mai qualcosa, non si produce mai qualcosa, almeno non nell’ottica deviata della società globale dominata dall’insostenibile mercato – a proposito se le parole sono pietre, come mai verba volant? – ma solo nella sicilianitudine puoi rinvenire, puoi ritrovare, capire te stesso, magari rispondere alla fatale domanda: io chi sono? Se e quando ti presenterai alla tua autentica identità ontologica, dovrai ringraziare la magia, l’alone metafisico dell’isola di Scilla e Cariddi; più che essere ricordato come fulgido esempio, peggio, come simbolo, dovresti temere il ricordo dei posteri e anche dei postumi: di certe, invereconde sbronze.

Quel ragazzo bislacco, una sorta di hippie post litteram – anche compagnone, a saperlo prendere – ci aveva avvisati: riposate nel giardino, ma il vostro sia sempre un riposo vigile. Invece, ci siamo distratti e soprattutto addormentati, anche perché l’essenziale resta invisibile agli occhi mortali. Sentinelle inutili, noi sedicenti uomini; del resto, nonostante tutte le incombenze responsabili, solo le madri non dormono mai.

Le metamorfosi sono parte integrante dei nostri codici genetici: più che un grande classico, una necessità dettata dalla volontà di sopravvivenza; per conferma, chiedere lumi a Dafne e Apollo, anche quelli immortalati dal Tintoretto veneziano. In fondo, i classici, non solo si adattano a ogni epoca, restando grandi e inimitabili, ma come scrive acutamente Melania Mazzucco, suscitano, oltre il tempo, nuove interpretazioni e nuove domande, perché a fornire risposte alla carlona sono bravi tutti; il vero genio riesce a porre di continuo, a getto continuo, nuove domande. La vita è un’eterna interrogazione: alla lavagna, davanti alla cattedra, in piedi al centro della classe o camminando amabilmente nel peripato ombreggiato.

Se caduta sarà, speriamo si concluda nell’Isacco, juta mistica di Ninive – con spuntino a base di pistacchi e datteri berberi – tentando di tradurre testi mesopotamici; quando ci affrancheremo dalla soma corporea, dalla schiavitù e dal peso incatenante dei desideri e delle passioni, ascenderemo di nuovo a realtà, quote più elevate, abbandonandoci a quell’ignoranza estatica, superiore ad ogni conoscenza empirica: la mente e soprattutto l’anima saranno finalmente libere, purificate, pure, senza bisogno di immagini e/o dimostrazioni, spesso contraddittorie, ipocrite, fuorvianti.

Francesco Franco Ciccio (uno e trino? al bando, al netto della blasfemia: però l’Uno al di sopra del bene e del male, sì), ci hai davvero spezzato il cuore – grazie Morgan, pirata navigante con pianoforte sull’Oceano di Silenzio – ci manca tutto della tua vita mortale:

eppure, la tua partenza è stata un bacio, un respiro ampio armonico salvifico:

con e verso l’Infinito.

Kaos, rave party siderale

Pagina Bianca, Pagina su cui campeggia un gigantesco 8 simbolo dell’Infinito, leopardesco leopardato leopardiano, o meno, e un mezzo, simbolo del mezzo, mezzo uomo, mezzo da non confondere con il fine la fine alla fine resterà qualcUno? Mai pasticciare l’aspetto teleologico poco teologico molto pratico.

8 e mezzo, ottimo voto (scolastico, quando ancora esistevano le iScuole), un gioco di carte, un romanzo, un romanzo a fumetti, forse un film.

Kaos, Pirandello imprigionato in una giara fessa, rattoppata con mastice miracoloso, intento a scrivere novelle, mentre i fratelli Taviani circumnavigano placidi l’aia prospiciente il casolare degli Ulivi ad Avola, benedetta dagli Dei. Sciascia e Stassi assistono compiaciuti. Fichi d’india superbi ornano insuperabili muretti a secco su mulattiere segrete, varchi riservati a pochi adepti per esplorare nuovi Cieli d’incanto.

Federico da Rimini, saltimbanco saltimbocca alla romana o alla riminese, letteratura cinematografica o disegnata (fumettaro!), curatore cantore cultore di api regine e bellezza muliebre, arti circensi per apprendere l’arte della Vita: celebriamo insieme la gioia di essere vivi.

Kaos alato di ‘Nice’, Samotracia o Federico Guglielmo, perché al di là del bene e del male, Dio sarà morto, ma anche nel Mondo Dopo non stiamo troppo bene e l’inarrestabile crepuscolo di dei idoli influencer ci rende tutti più soli, apolidi, ma innegabilmente schiavi della cittadinanza mondiale.

Partire senza morire, per un mitico mitologico filologico (filo di Arianna) viaggio con mappe del Sillogismo, viaggio all’inizio della Notte nera più della Foresta e della Freccia, pedinando Celine, anime nere senza colpa, disperse in un cuore di tenebra, per fortuna senza gelati industriali.

Serraglio 451, in Nuova Odessa, bruciare libri o autori di libri (retaggio pirico del Mondo Prima), allertare i Pompieri di Viggiù, di quiggiù, di costaggiù, affidare gli estintori a Truffaut e Kubrik, solo per osservare sullo schermo l’effetto che fa.

Le istruzioni, cribbio, le istruzioni per vivere nel Mondo Dopo, andrebbero bene anche quelle in formato ikea.

Il Kaos necessario alla Vita, dal Kaos la Vita, cullare dolceMente il proprio Kaos interiore, organizzare rave per Firmamenti Danzanti: Danging Queen Stars, depurate da copie carbone di stelline teleEvasive, libere da grigi reality, reati da codice penoso.

Viva la Pandemia (de mia di Pan? Trattato sul possesso pre alessandrino, autore Pan!)) che ha eliminato ogni imbarazzo, questa folla di Fantasmi, queste tribù di incipit senza praterie romanzesche, questa splendida confusione, non sono il Male, sono io, io non come vorrei o dovrei essere, ma solo io con tutte le domande inevase, le ombre prigioniere del teatro nipponico, le mille luci:

della ribalta, della ribaltina e della tastiera.