Se fossi un dipinto

Vorrei essere un dipinto, dotato, però, di pensiero e parola.

Avrei intanto una qualità in più rispetto ai miei doni – ottimista senza limiti – natali.

Creato per essere appeso e fissato, potrei osservare, riflettere, interloquire: salace e sagace, come il calabrese Vincenzo Talarico. Nessuno o pochi lo rammentano, eppure fu uno degli intellettuali, protagonista della stagione capitolina più bella, tra Via Veneto e Piazza del Popolo.

I grandi si sono estinti, abbiamo saputo sostituirli con brutte copie e i luoghi stessi, inorriditi, hanno imboccato il viale – se così si può scrivere – della rovina; effetto finale, non cause strutturali: sulle quali prima o poi, dovremo piangere lacrime amare, sulle quali dovremo intervenire. Senza alcuna certezza sulla nostra futura salvezza. O redenzione.

Il tempo non esiste, forse; il problema è che non ne abbiamo più per trastullarci, dividerci (ancora?), polemizzare sulle cause della crisi climatica e sugli interventi immediati che dobbiamo attuare: tutti, oltre i paesi nazionali, oltre gli egoismi personalistici. Alimentati, nemmeno troppo in segreto, dai ribaldi storici.

Dovremmo fidarci di chi, ad esempio, ci sprona ad un primo cambiamento importante, quello prospettico; che ci trascinerebbe in modo naturale verso il mutamento retorico. Parlare non più di Pianeta Terra, ma di idrosfera e di pianeta d’acqua, ci aiuterebbe subito a ideare proposte concrete e individuare visioni di un futuro che sta bussando in modo prepotente alla nostra porta. Come del resto fa Jeremy Rifkin con il suo saggio più recente, Pianeta Acqua, affermando senza perifrasi che “sarà il cambiamento climatico – e non le manovre geo militari economiche di poche multinazionali o folli (non sono la medesima cosa?) – a stabilire le regole del gioco“.

Ulteriori illuminazioni potremmo rintracciarle – cito spesso libri, non credo sia un caso – grazie alla storia degli Uomini Pesce, rettili anfibi antropomorfi, avvistati a Ferrara e nel Delta del Po; come fu avvistato in seguito H. P. Lovecraft, desideroso di appurare l’esistenza degli strani esseri e di scriverne racconti. Leggende, forse, ma che innervano il nuovo romanzo di Wu Ming 1 che a questa vicenda molto personale, una saga familiare sui generis, ha pensato per 10 anni: vergando poi di resistenza partigiana, amicizia, famiglia e altri misteri, compresi quelli – segreti di Pulcinella – ambientalisti, con tutte le loro drammatiche ricadute. Lo documentiamo, purtroppo, ogni giorno.

Un romanzo su un territorio cyborg, il basso ferrarese, esito di immani bonifiche, ingegnerizzato, dipendente da tecnologie che lavorano costantemente per tenerlo emerso. Impresa che, col clima che muta rapido e drastico, sarà sempre più difficile. Gli uomini pesce è anche una fotografia dell’Italia appena uscita dalla pandemia di Covid. È l’estate del 2022, tutti i personaggi sono ancora feriti e traumatizzati per quanto accaduto a loro, al Paese e al pianeta nel biennio 2020-2021“, disserta Roberto Bui, alter ego umano dell’autore. O viceversa.

Vorrei essere un dipinto, ma non tramutarmi nell’Urlo di Munch: non essere quell’uomo sul ponte che subisce la rabbia, il livore della Natura – i fiordi norvegesi irrequieti durante un tramonto rosso fuoco – e reagisce con angoscia, disperazione, solitudine; sottolineata dall’indifferenza dei due personaggi sullo sfondo. Tetri. Rammenta qualcosa?

Se arte devo diventare, preferirei Venere che nasce dalle acque (La nascita di Venere): sarei un essere superiore, una donna, una dea, sarei tetragona custode, grata per sempre alla fonte della Vita;

non solo la mia.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.