Abominevole uomo delle nevi

Uomo non saprei – inteso come genere umano, non come sesso – abominevole, senza dubbio alcuno.

Delle nevi, auspicabile: con questo caldo estivo – finalmente – afoso. Solito lamento, dell’esule; dall’intelligenza.

Yeti, chi era (o è tuttora) costui? Ammesso esista, ammesso bazzichi la Mongolia o l’Himalaya, perché classificarlo quale spregevole, detestabile, addirittura odioso?

Mi rammenta Tintin e l’abominevole Yeti (Tintin in Tibet, 1960 Hergé) – questo il suo nome d’arte – anche se, per onestà intellettuale (non io, intellettuale: l’onestà), ammetto che l’albo di Hergé forse non possiede le basi scientifiche adatte per descrivere il soggetto; una bella, appassionante avventura, con tutti gli ingredienti giusti.

Del resto, se artisti contemporanei immaginano pavoni che somigliano ai pinguini, di cosa dovremmo sorprenderci? Della disumanità dilagante? Dell’intelligenza artificiale che con svariati algo (algidi) ritmi decide i nostri gusti, le nostre pseudo convinzioni, le nostre vite?

Accogliamo con letizia e spirito critico le opere provocatorie, ma illuminanti che ci esortano a riflettere sulla crisi climatica, sulle sue conseguenze, sull’impatto che noi stessi, dopo averla scatenata, siamo chiamati, volenti o nolenti, ad arginare.

Dovremmo abbandonarci alla danza, non per insensata, scriteriata euforia – come sulla tolda del Titanic – ma per rendere visibile ciò che ci rifiutiamo di percepire, ciò che è ormai incontrovertibile.

Potremmo seguire l’esempio del Mozambico, lontano anni luce dalla canzoncina manierista – purtroppo sì – di Bob Dylan, che con pazienza e duro lavoro costante, anche grazie alla coltivazione del prezioso caffè, sta tentando di ricomporre una comunità a livello ecologico; le cui basi portanti poggiano sui contadini nei campi e sui magnifici, dispensatori di vita sana, alberi (ditelo a certi borgomastri italopitechi).

Ci sono gli scettici, i complottisti, anche tra le persone in teoria dotte, tra quelle di scienza; non credono all’antropocene deleterio, non credono ‘all’età del fuoco’, sono convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, mentre il ‘catastrofismo climatico’ non aiuterebbe il Pianeta e renderebbe i poveri sempre più poveri. Per costoro – gli scettici, non i poveri -, il ‘santissimo’ mercato globale si auto regola (mah). Non essendo Alberto Angela, non avendo i super poteri per trasformarmi in Telmo Pievani, inviterei queste persone a dialogare con i vigili del fuoco dell’Alberta, regione petrolifera del Canada; li esorterei a recepire con la dovuta attenzione cosa accadde il I maggio 2016 e quanti mesi impiegarono quei pompieri, a costo di sforzi e sacrifici immani, a domare in modo definitivo il rogo infernale.

A qualcuno, poi, piace il caldo. Molto, troppo caldo.

Guardando la celebre foto dell’astronauta William Anders, speriamo di poter ancora brindare a una nuova Earthrise:

alba della Terra.

Across The Universe (astenersi cosmonauti perdiTempo)

Pagina della para fuliggine cosmica.

Pagina del para flù, para sole, para vento, para tutto, meglio di certi gloriosi Ragni Neri dell’Antichità.

Zamora, Jashin, Cudicini, dove siete?

Facile vivere, potendo contare sulla certezza della Rinascita; o Rinascente, quella del Mondo Prima, a Roma.

Facile uccidere il Proprio Pianeta, depredarlo di ogni risorsa, violentarlo e offenderlo con le più furfantesche predatorie criminali strategie economiche, credendo di cavarsela con una bella migrazione dei soliti famigerati pochi – i peggiori, quelli autentici – su altre sfere celesti.

La fuga nello spazio non sarà un’opzione, resterà un’illusione per ricchi beoti: troppo comodo, filibustieri di bassa lega, risma dei sargassi, parassiti senza decenza.

Potremmo spostare la Terra, ma solo dopo averla risanata – cara vecchia Amica – doverosa opzione, imperativo categorico, sorta di equo spartito da suonare con contrabbasso, però dantesco.

Duemila miliardi di galassie, basteranno per trovarne una nuova adatta a noi? Senza prima cambiare l’Umanità, sarebbe comunque inutile ogni viaggio interstellare.

Qualcuno ha decretato la decrepitezza di Isaac Asimov, ma forse il padre della Fantascienza avrebbe qualche fondato motivo per obiettare, forse le date di certi romanzi le abbiamo superate, ma il contenuto, dubito. Anche sui reali progressi della tecnologia, resto scettico algido altero, un pessimo ottimista: resistono templi e cloache edificate millenni fa, crollano ponti gallerie autostrade ultra moderne, forse perché moderne all’eccesso.

Le legioni romane partivano per le campagne belliche – no allegre scampagnate, né follie da villeggiatura – e avanzando, mano a mano, costruivano strade ponti acquedotti; pare che alcuni di questi manufatti ancora resistano, bello sberleffo ai nostri computer ai nostri droni alle nostre intelligenze, materie molto artificiali, poco grigie.

Stiamo sgretolando anche l’Himalaya, i meno fantasiosi hanno incomodato, in comodato: facili paragoni – Pappagoni? Magari! – pronti all’uso e consumo, tanto tutti scrivono, nessuno legge, nessuno riflette si flette come arco mitologico; stessa tragedia del Vajont.

Di identico, restano l’avidità acefala del dio mercato, del profitto come unico comandamento, dello sfruttamento come unico strumento, vano suicida idiota; nell’illusione di domare soggiogare comandare a piacimento la Natura.

Allestite i vostri razzi, sarà più utile la zattera, quella della Medusa: gambe braccia fiato, e via andare, perché le miglia cosmiche fino alla prossima galassia saranno quasi infinite.

Qualcuno intanto per tenere alto il morale della ciurma e dei vogatori, legga ad alta voce Il vagabondo dello Spazio, mentre l’orchestrina recuperata dal Titanic – o dal Nautilus – strimpelli meglio che può Space Oddity.

Forse un giorno, arriveremo.

La vil razza umana arriverà a destinazione, ma come profetizzavano Cochi&Renato: dove arriva, se parte?