50enni animati

L’Unicorno irrompe a spron battuto – nemmeno fosse l’immortale destriero bianco di una antica reclame – nelle nostre anguste stanze mentali e accende, ci porta in dono, reca seco (con sé), una salutare scia luminosa d’immaginazione.

Pochi giorni di anno 2026 – siamo sicuri? – e già agogniamo, in modo spasmodico, il prossimo, ma fingiamo, tentiamo di resistere agli urti della nostra vita mondiale; magari, poggiando, avendo fiducia in loro: eroi, eroine, nati dalla fantasia, “non dalla logica, o dai dogmi, per questo nessuna macchina, per quanto potente e evoluta, potrà mai fare davvero letteratura“.

Le donne e gli uomini, peculiarità rarissima, anzi, unica, annoverano un potere, il loro unico super potere, insito, non replicabile: come dice lo scrittore Julio Cortazar, “possiedono l’immaginazione, per sperimentare il mondo nella mente, prima di sperimentarlo nella carne“. Le flebili parole, la fragile narrazione, aiutano i bipedi a prepararsi, a strutturarsi, a organizzarsi per affrontare la vita, per escogitare soluzioni alle sue inevitabili difficoltà.

Nessun problema nel risolvere problemi, piccoli e grandi; solo l’imbarazzo della scelta: meglio il Golem o la ‘famigerata’ IA, meglio Pandora o gli algoritmi, con relative app? Tempo fa, avremmo ingenuamente scherzato: ai poster (i), l’ardua sentenza.

In realtà, meglio l’umano, fallace, ma dotato di formidabile creatività, limitato, ma capace di superare i limiti con la sua empatia, piccolo, ma capace di ritrovare la rotta anche sballottato dai marosi, grazie alla sua moralità. Alberto Manguel, altro scrittore, ci dice che le macchine non saranno mai in grado di concepire un personaggio “ineffabilmente complesso come Pinocchio“, potranno, al massimo, fornire una brutta copia, “una falsariga di pseudo Alice“, mai una copia dell’originale. Macchine, ottime ‘alleate’, non individui senzienti e indipendenti dall’uomo. Persino le ‘entità portentose’, “se gestite con noncuranza, possono rivoltarsi contro i loro inventori“.

Jeanette Winterson, scrittrice – curioso, citare solo persone che vivono e si occupano di ‘cose intangibili’ come le lettere – ci offre un punto di vista altro: “l’intelligenza alternativa, non artificiale visto che ci serviamo di miriadi di oggetti che sono artificiali, non naturali, è ciò di cui il genere umano ha bisogno ora, visto che il nostro modo di pensare ci sta conducendo verso l’estinzione, attraverso il collasso planetario o la guerra globale“.

Eppure, nonostante tutto, confidiamo ancora, forse chimericamente, nei 50enni animati; meglio, in chi, bambino, si è appassionato e, attraverso e grazie a loro, ha saputo costruirsi un’esistenza con priorità e valori morali, ineccepibili, indistruttibili.

Ape Maia – il più popolare insetto animato alle nostre latitudini – celebrato con una mostra, e, addirittura, con un musical; non solo, anche Heidi, Goldrake, Candy Candy, Capitan Harlock, Lupin III, Conan, Jeeg, Remi, Anna dai capelli rossi. ‘Anime’ fragili, come le parole cui accennavo più su, anime giunte dal sol Levante, diventate in breve, parte del nostro patrimonio culturale, “perché – come spiega Marco Pellitteri, professore di Media, nonché grande esperto di fumetto e animazione nipponici – queste serie hanno plasmato l’infanzia di una generazione, in un momento di trasformazione sociale e mediatica unica. La loro forza è stata la capacità di travalicare l’epoca della prima messa in onda, generando un codice affettivo e narrativo condiviso. Le storie di amicizia, lealtà e scoperta di sé, sono universali e atemporali“.

Non resta che travasare questi ‘anime’ nei governanti e plutocrati contemporanei e l’impresa sarà compiuta;

o, in alternativa, sostituirli: direttamente con questi personaggi di ‘fantasia’, o, per interposto interprete, con la comunità di noi, 50enni (suppergiù) ‘animati’.

Dilemmi

Ronzano nella testa, come api aliene impazzite; arrabbiate, molto arrabbiate.

Dilemmi arcani, ancestrali, dilemmi delle 100 pistole; pistole non come armi, come pecunia. In fondo, a guardare bene, sono la stessa cosa.

Non conoscere la musica, non saper suonare alcuno strumento, o equivalente, o equipollente; illudersi però di essere un calibro, 35: fare parte, essere parte, eseguire partiture insieme alla band, adorare la vita di musicista bohemien, meneghino (come base di partenza, senza arrivo: filosofia Cochi & Renato), sollazzarsi con le colonne sonore dei film poliziotteschi anni ’70 del 1900. Esplorare poi ambiti musicali alternativi, come le sigle delle trasmissioni televisive più popolari negli ’80, sempre del secolo trascorso, sempre con un tocco fintamente improvvisato, ruvido, soprattutto: vero.

Non conoscere la scrittura – lineare A, lineare B, geroglifica, greca antica – eppure esprimere la chiara, incontrovertibile volontà di scrivere: romanzi, saggi, articoli. Narrare storie. Fare parte – ancora – del mondo culturale, farne parte come il gentiluomo della letteratura italiana, messer Tullio Avoledo da Valvasone; a pieno titolo, diritti e competenze, ma con una voce originale, fuori dagli schemi e dalle strategie, vagamente distopica nella contemporaneità. Dire tutte le verità, come i giullari dei tempi antichi: gli unici che potessero permettersi di spiattellare ogni magagna, in forma di scherzo, scherno, burla; anche al cospetto e in faccia ai re.

Vorrei disegnare, una storia, le storie. Partendo da situazioni reali, per sfociare, approdare rapidamente in mondi fantastici, onirici, immaginari, immaginati, immaginabili. Lo sta già facendo la IA, o le varie IA che stanno proliferando incontrollate, colonizzando rapidamente le nostre menti, limitate, eppure, se solo volessimo, senza argini, senza confini. Ghiblizzazione dell’universo creativo, sulla scia dello stile, delle opere, dell’ingegno del Maestro nipponico, Hayao Miyazaki. Non credo sia stato interpellato, ma ormai lo sfregio – o l’omaggio, come sostengono i favorevoli ottimisti? – del plagio, replicabile all’infinito, è avviato, compiuto, inarrestabile. Fino a quando la stessa umanità sarà ricreata dalla IA e nemmeno se ne renderà conto. Click.

Miyazaki San no: per pudore, per rispetto, eviterei – ne fossi capace – di replicarlo. Opterei per Vittorio Giardino, anche nel suo caso con deferenza e venerazione massime. Entrerei in punta di piedi nel giardino lussureggiante delle storie, mi aggirerei con la più totale curiosità, tenterei di apprendere l’arte con gli occhi, per poi trasferire bravura e creatività alle mani, al cuore. Prima al muscolo cardiaco. Come direbbe lui, nella prefazione al suo più recente romanzo disegnato (I cugini Meyer – Rizzoli Lizard), metterei “la vita dento una valigia“. Partire, con paura e speranze, verso l’ignoto; sapendo che forse una meta reale non verrà mai raggiunta. Disegnare storie, senza limiti temporali.

Dilemmi, arcani; comuni, naturali, purtuttavia angosciosi.

Oltre le passioni, gli interessi, le simpatie: chi sono? Cosa so fare, in grado di caratterizzarmi, descrivermi?

Se potessi, mi trasformerei nel lettore tipo del già menzionato Avoledo:

non in un nominativo dell’elenco telefonico di Atlantide, ma in una persona che non vuole e non cerca spiegoni all’esistenza, ma briciole d’ispirazione elargite dai Narratori, in grado di attivare immaginazione e creatività;

invece della solita, rassicurante ripetitività: sciatta e banale.

Bestie (bestiario)

Pagina delle bestie: magari fossero gli Animali.

Animali, siamo noi: in teoria e nella filosofia di livello, sociali. Nella realtà, tutto un altro paio di maniche, rimanendo nell’allegoria modaiola e senza citare guerre, inquinamento, mercato. Tutto un altro bestiario, parlando chiaro: anzi, a muso duro.

Giusto scriverlo, considerando l’argomento.

Bestiario mitico, quello che nei tempi andati – belli, nelle rimembranze dei nostalgici, anche se mi permetto di essere scettico – fu libello (o tomo?) medievale che trattava in modo didattico le ‘nature’ e gli ‘animali’, per trarre insegnamenti di tipo morale o religioso.

Prendere spunto dalla Natura, dalle cosiddette bestie perché esse assurgono (assurgevano) a simboli di quanto il Creatore (per chi crede o anche no) vuole – vorrebbe (avrebbe voluto?) – comunicarci tramite tutte le sue creazioni, le sue creature.

Da qualche parte, il meccanismo si è inceppato: non impariamo più niente, siamo refrattari, oppure renitenti; abbiamo abbandonato i remi, non voghiamo più, lasciamo che il natante, la fatidica zattera prosegua senza rotta, preda inconsapevole delle correnti, dei flutti, della nostra dabbenaggine. Per bontà. Magnanimità. Nei confronti della dabbenaggine.

I bestiari riccamente illustrati con preziose miniature ebbero grande popolarità, soprattutto in area anglosassone, e furono di ispirazione anche per l’arte pittorica e scultorea; oggi le bestie e le miniature siamo noi, noi bianchi occidentali nordici. Non necessariamente in quest’ordine, anche sparso va bene, cioè male.

Il Pianeta e gli altri Popoli non ringraziano.

Sarebbe bello, opportuno se dedicassimo quotidianamente delle belle mezzore al pensiero, alla cultura considerata ormai cosa superflua, con cui non ci si nutre; sarebbe meraviglioso ingaggiare la Signora Elvira Sellerio in qualità di tutrice/educatrice di quella parte di umanità che ha obliato sé stessa, i valori fondamentali della vita, per imparare, stavolta per sempre, a campare in armonia con gli Altri, con la Natura e i suoi cicli. Impareremmo a leggere (o acquistare) ogni libro presente in casa, impareremmo a creare un giardino ‘cosmogonico’, impareremmo a infondere la grazia e l’incanto degli scritti migliori nei nostri gesti più comuni, impareremmo che forse il confine tra la parola scritta e la realtà è solo convenzione. Perché siamo spuri, di coraggio, di occhi, di braccia. Accoglienti.

Uscire dalla nostra ferinità, dal nostro “homo homini lupus” (da Plauto a Hobbes), spogliarci dal nostro egoismo liberista e pervasivo, divenire – noi nord occidentali, quelli di prima – Donne e Uomini. Semplicemente.

Come asserisce il professor Nello Cristianini, “ci pensavamo eccezionali, ma è arrivata l’IA“; l’abbiamo creata noi. “Dobbiamo decidere quale ruolo assegnarle: marginale o preponderante, quindi con potere su di noi. Amiamo chiamarci vincitori, ma dimentichiamo i costi. Dimentichiamo la vastissima platea degli sconfitti che la nostra storia purtroppo ha reso invisibile“.

Meglio intervenire adesso, ieri, che sorprendersi come Tristan Bernard (giurista, giornalista, commediografo):

per l’intelligenza degli animali (la fauna), per la bestialità degli uomini (in teoria, l’umanità)“.