L’invasione, della meraviglia

Arriveranno da tutto il mondo.

Ci invaderanno. A scanso di equivoci sovranisti e di pulsioni nazionaliste fuori tempo massimo, non si tratta dell’attacco militare di una ‘nazione’ nemica, o, peggio (per qualcuno), di poveracci migranti. In cerca di fortuna, almeno di una vita dignitosa.

Coltivare non il pollice verde e la flora, ma una sana, insopprimibile voglia di Roma.

Sognare di passeggiare per le sue strade – della Capitale – chiare e inconfondibili di giorno, contorte e misteriose dal crepuscolo in poi. Il segno del comando docet.

Sognare di incontrare non i fantasmi delle persone tumulate al cimitero degli Inglesi – anche, magari – ma una masnada di bari professionisti (evento casuale, quanto mai); stanno tornando a casa, per abbandonarsi a un rigenerante, meritato riposo. Se così posso compulsare.

Sognare di lasciarsi sequestrare dalla Città Eterna, tra il 7 marzo e il 6 luglio, sognare di imbattersi (intrupparsi, per essere più vicini agli autoctoni) in un arzillo vecchietto – molto energico e giovanile – conosciuto dai più con il nome di Michelangelo Merisi; fidarsi e affidarsi a lui, lasciarsi condurre nei meandri e negli anfratti più oscuri dell’urbe, ma dove un portentoso (miracoloso?) raggio di luce illumina sempre facce o situazioni memorabili.

Invasione, ribadisco senza tema di smentita: di capolavori da ogni dove del Pianeta, capolavori mai ammirati prima, capolavori che saranno ospitati a palazzo Barberini. Meriterebbe una capatina, anche se lo avete già visitato; più e più volte, come capitato al sottoscritto. Quisquilie, pinzillacchere.

Le religioni (Losing my religion?), la loro degenerazione, saranno certo una grave patologia umana; peggio, però, i moderni ultra arricchiti (i cui conti cifrati nei vari inferi fiscali superano di gran lunga molti pil nazionali) che credendosi onnipotenti per interposta pecunia – mai olet – riscrivono a proprio uso e consumo, non solo precetti secolari, ma ontologia e intenti del divino. Se credete loro, ‘problemacci’ vostri. Senza acredine.

Lo spazio è donna, spazio nel senso di cosmo. Religioni e cosmo, vi starete chiedendo, da quali nessi sono interconnessi? Chiedetelo al Merisi, lui sì, saprebbe rispondervi; del resto un impenitente di talento (non nello stesso ordine, non nella stessa scansione), che forse ai suoi tempi detestava la chiesa, o meglio, il potere ecclesiastico, ma ne era dipendente per le commissioni artistiche e poi per ottenere la riabilitazione sociale, avrebbe saputo, potuto discettare di tutto lo scibile umano, comprensibile e incomprensibile. Anche Samantha Harvey, vincitrice del premio Booker Prize (non per caso), potrebbe dirci qualcosa; e lo racconta bene, benissimo attraverso il suo romanzo Orbital, pubblicato per noi dai tipi della Nn: astronauti e cosmonaute di varie nazionalità e varie estrazioni sociali ed esperienze, in missione sulla Stazione spaziale internazionale, poco a poco, scoprono – o riscoprono? – di essere, forse a causa del moto orbitale e della distanza dalla Terra, elementi diversi di un unico popolo; non conquistatori, colonizzatori dell’universo, ma umani che vogliono proteggere la casa comune, fragile, eppure l’unica che abbiamo nel vuoto siderale.

Mercoledì delle ceneri e come diceva quello: “ricordati che devi morire” (cenere sei e cenere ritornerai); rispondeva il saggio: “mo’ me lo segno“. Forse, tra apocalittici integrati e pseudo guru del bengodi e della disgregazione sociale, attendiamo ancora gli equilibrati, meglio ancora gli equi – anche equini – senza eccessi.

Non sappiamo se Caravaggio stia tornando a casa, soprattutto, se ne abbia intenzione; la sua arte è semplicemente patrimonio dell’umanità, senza etichette né sigle.

Invasione totale, sì: di meraviglia.

Cosimo, a cavallo

Pagina degli eterni ritorni.

Nella città del Giglio e di Durante degli Alighieri, dopo anni.

Perbacco! Realizzare all’improvviso, all’impronta e financo all’impiedi (la posizione eretta, verticale, favorisce o ostacola l’attività cerebrale? Una teoria si regge sui presupposti?): il tempo è una dimensione anomala, soprattutto se noi sedicenti umani attribuiamo allo stesso – o stessa? – caratteristiche non sue o imprecise. Il tempo è un gigantesco, immane – infinito? – brodo primordiale nel quale tutto galleggia, prima o poi lungo le varie rotte concentriche esistono le possibilità di imbattersi, intrupparsi in cose, persone, eventi che galleggiavano sulla superficie, lontano da noi.

Perbacco, scontrarsi con Bacco adolescente – Bacchino? Di certo, non Bacone – dalle parti degli Uffizi; il Bacco di Michelangelo Merisi da Caravaggio – caro viaggio, ti adoro – per realizzare che quell’immagine, quel giovinetto, quel ritratto era rimasto custodito a nostra insaputa nella memoria visiva e nell’anima e da quei luoghi, di sicuro misteriosi, spesso inaccessibili, se non attraverso arcane procedure, aveva continuato in modo incessante a solleticare fantasia, immaginazione, rapimento estatico per la Bellezza: nasce così, origina da lì la fatale ossessione per il genio Caravaggio?

Fare il perdigiorno presso Piazza della Signoria e notare – impresa poco ardua, in verità – un cavaliere in groppa al proprio formidabile destriero: cavaliere con destrezza. Cosimo, iccome tu stai, bischero d’un bischero. Fo’ la mia parte per mia contrada e mia patria, perché spero che li miei concittadini mi proclamino un giorno padre della patria e tu, maremma impenitente, bada bene: padre e patria de li tempi miei. Ridestato da un colpo di zoccolo o dal fastidioso trillo del cellulare di un turista penso al mio fortuito, fortunato incontro: il Cosimo de’ Medici, nonno di quel Lorenzo che fu magnifico, davvero e anche sul serio. Entrambi furono magnifici, entrambi capirono la strategica importanza nel tessere fitte trame di relazioni per poter realizzare progetti, entrambi fecero ampio utilizzo di risorse bancarie per incentivare cultura, arte, magnificenza: anche in questo caso, non nella concezione deviata e utilitaristica – se non in minima, trascurabile parte – che ne abbiamo noi moderni, noi evoluti, noi bipedi:

quelli che hanno appaltato il proprio futuro – non esiste il futuro senza il presente, non esiste il presente senza memoria dei presenti andati; il futuro, come diceva la Saggia nella sperduta foresta montana dei Sogni, è di chi se lo piglia – a droni e applicazioni, ma hanno deturpato, desertificato il proprio patrimonio delle parole a non più di 100 superstiti.

Un altro colpo di zoccolo, la capa gira: stavolta è il fiero, imponente quadrupede a parlarmi direttaMente, Oh grullo, rammenta la umana commedia, mica un ghiribizzo di mente geniale tanto quanto bislacca, ma un compendio dello scibile umano, dalla poesia alla retorica, dalla filosofia alla matematica all’astronomia alle più raffinate questioni teologiche, oh grullo, e voi?

Peccato, perbacco. Stordito, ammutolisco. Allibisco, nell’etimo originale, di allividire, restare livido:

causa scorno, vergogna, palese inferiorità.

Chiedo venia all’Arno, biondo schiumoso come birra, non da luppoli e fermenti passionali ma inquinamento antropico; un fiume non deve, non può, morire, ma un bipede sì.

In più, in peggio, quale rappresentante dell’involuto Mondo Dopo: indegno di posare le proprie membra – come fosse il Gange – più indegno di sciacquare i panni (e l’inadeguata glossa) nelle sacre acque.