Open storybook depicting a riverside village, cosmic sky, and magical forest

Universo onirico

Perdersi nei sogni, concedersi questa stravaganza – stra vacanza – ogni tanto: per ossigenare la mente, per riallacciare i contatti con la parte più vera, forse migliore di noi.

Deambulare nell’universo onirico, con passo leggero (incorporeo, meglio), ma sicuro, ansioso di meraviglie, scoperte, nuovi orizzonti.

Piombare, come avrebbe fatto il teutonico Barone di Munchhausen, non per emulare la sua attività militare, quanto per lo stile leggendario e, spesso, inverosimile dei suoi racconti, nella isolata, verde Irlanda; o nel Montana, o in entrambi i paesi in contemporanea.

Impossibile, dite? Non preoccupatevi, siamo, rammentatelo, nella dimensione ove l’irrealizzabile – apparentemente, per noi – diventa evento comune, quotidiano, naturale; come respirare.

Greco antico, antico, fraterno, irrinunciabile amico, dell’età dell’oro, ma anche del ferro e del bronzo, soccorrici Tu, con la tua sapienza, con la tua profondità, con la tua impareggiabile creatività. Del resto, sogno (o son desto?), somnium, ypnos, condividono la medesima radice e quindi sono irrorati dalle stesse fonti vitali.

Prima di smarrirmi nel labirinto dei pensieri – labirinto del Minotauro o del Fauno? preferirei di no – dichiaro, con atto di fiducia, in quanto ancora di lui e delle sue opere non conosco nulla (tranne poche, essenziali note biografiche): chiederei tanti, illuminati, luminosi consigli pratico vitali, al signor Kevin Barry, scrittore e giornalista, pluripremiato per i suoi quattro romanzi – fino a oggi – e per i suoi racconti (tre raccolte). Stimato e lodato dalla critica, non solo patriottica, ma internazionale.

Passo dopo passo, seguire la vicenda umana di Tom Rourke (Il cuore d’inverno), “persona tossicodipendente, alcolizzata, degenerata”, eppure giovane poeta e cantautore, cittadino di Butte, paese minerario del Montana, nel 1891, dove una ingente comunità di immigrati irlandesi, tra vizi e dissoluzione morale, tenta di sfangarsela. Tom, prossimo alla resa esistenziale, trova all’improvviso una sferzata di nuova energia, quando in città compare Polly Gillespie, sposata per corrispondenza a un probo e devotissimo “capitano di miniera”. Tra i due, non servirebbe nemmeno compulsarlo, divampa un amore travolgente e nasce la speranza di un’altra vita, diversa, lontana dalle brutture e dalla mediocrità, poco aurea.

Nel mio sogno scapestrato e irriverente, mi sono ‘allargato’ e saltando di palo in frasca negli Stati Uniti, agli inizi del 1900, mi sono reso conto che il sistema scolastico, non esente da difetti, certo, prevedeva l’accoglienza di tutti bambini; le norme per ottenere la cittadinanza erano più limpide e meno razziste di quelle in vigore su molte sponde dell’atlantico (a est, a ovest); sentirsi parte del progetto educativo era il modo migliore per integrare pueri provenienti o originari di decine di terre diverse, il modo più intelligente per formare cittadini responsabili e con un ottimo senso civico.

Convinto, poi, di proseguire, imperterrito e selvaggio, nella mia lunga fase REM – non il gruppo musicale di Michael Stipe, non solo – forse i folletti di Titania e Oberon (anche se l’estate non si trova a metà del suo percorso, ma è ufficialmente conclusa), mi hanno sussurrato che, mentre in Europa si accendono fatue, continue, sterili discussioni sull’inutile, altrove, in Cile, per esempio, badano al sodo, come si sarebbe considerato non troppo tempo fa. I “neurodiritti” sono reali e tutelati dalla legge; di fronte a una innovazione tecnologica sempre più invasiva – possibilità di collegare il cervello umano alle macchine, “per potenziarlo, ma anche per manipolarlo”, il professor Guido Girardi Lavin è riuscito a ottenere il loro inserimento in Costituzione, reputando che adesso essi debbano essere considerati “un principio universale”.

Con lo sviluppo sempre più massiccio e non regolamentato della ‘famigerata’ IA, stiamo rapidamente volgendo dall’obiettivo insano del super uomo, all’aberrazione dell’homo deus; “non è solo l’uomo a costruire la tecnologia – argomenta lo studioso – ma anche viceversa. Per preservarlo, dobbiamo arrestare l’evoluzione che ci vuole portare oltre l’umano stesso. Il corpo e la mente dell’Homo habilis erano ottimizzati per la giungla e la steppa, quelli dell’Homo sapiens non sono fatti per l’ecosistema digitale. Perciò dobbiamo tutelare i diritti umani e i neurodiritti: determinano chi siamo, impedendo la transizione postumana”.

Per scivolare dai sogni, nel tetro mondo degli incubi, ci vuole un attimo: di distrazione, o di troppa concentrazione.

Meno male che le vicende di Tom e Polly immergono di nuovo la mente nell’atmosfera rutilante dell’onirico puro, al punto da provare ammirazione per l’autore, Kevin Barry, irlandese giramondo, giornalista free lance per sbarcare il lunario, capace di parcheggiare una roulotte ai margini di un campo, barricarsi all’interno per scrivere, dall’inizio alla fine, il suo primo libro. Fino a diventare il romanziere che oggi, senza imbarazzi o tentennamenti, viene con tranquillità accostato a James Joyce o a Oscar Wilde. Per citarne, due a caso.

Potenza funambolica:

dei sogni e della scrittura.

Presente remoto

Un milione di anni fa, o forse più.

L’incipit della sigla di chiusura della serie nipponica animata Ryu, ragazzo delle caverne resta bellissima, attuale, ma andrebbe forse aggiornata allo stato delle cose.

L’Umanità – ciò che ne resta – dispone di un nuovo potentissimo telescopio fotografico, capace di scrutare negli abissi oscuri dell’Universo per intercettare, recuperare, immortalare il presente che ci siamo lasciati alle spalle. Per ammirare la bellezza inquietante, ostile, poetica del cosmo distante da noi 4,6 o financo 5 – perché no? mi voglio rovinare – miliardi di anni ‘fu’; le luci, i colori di corpi celesti che non sono più tra noi fisicamente, ma che hanno lasciato tracce indelebili nella memoria storica, sulla lavagna della Volta. Uno alla volta, per carità: fatico a riesumare i fatti degli ultimi, recentissimi 365 giorni, immaginate il resto; il resto mancia, il resto del carlino oppure un decino di rame per acquistare un romanzetto stampato grossolanamente su carta riciclata; chissà mai che nel racconto popolare di un viaggio di uno o più eroi, si possano trovare se non le origini, almeno le ispirazioni.

Nei momenti peggiori, nei momenti oscuri, non di eroi ci sarebbe bisogno, solo e sempre di buoni esempi: fate quello fanno e non quello che vi predicano aedi di sventura, mercenari dei gangli del potere.

Francis Drake – lui sì, un vero drago dei mari – a bordo di un guscio di noce, con una ciurma di disperati ma cugini di primo grado dei sette mari, per primo realizzò l’impresa di circumnavigare questo nostro piccolo, pazzo, meraviglioso Mondo.

Attendiamo il primo circense, cioè, circumnavigatore del Cosmo, garantendo – almeno a lui – un salario non minimo, ma dignitoso equo commisurato alle esigenze della vita universale.

James Webb che soppianta e costringe alla pensione il vecchio Hubble ci costringe ad un ulteriore bagno di umiltà: credevamo di essere pulviscolo però geniale, invece forse siamo anche meno. In ogni caso, anche il potente e sofisticato Webb, per farsi lanciare in orbita, ha avuto bisogno necessità limite di appoggiarsi alla sua guida e musa Arianna.

Il Poeta scrive che il bianco e il blu sono mari, isole, natanti: le isole e le coste offrono riparo, riposo, ristoro ai marinai, ma una vela, piccola o grande, per sua intima vocazione e natura, prima o poi, continuerà a scegliere di navigare, anche controvento, anche contro corrente.

Nel presente remoto tutto accade nello stesso istante, senza soluzione di continuità (forse, senza soluzioni); la presa della Bastiglia, l’attentato a Palmiro Togliatti vicino a Montecitorio ma con la guerra civile evitata dalle imprese di Gino ‘il giusto’ Bartali al Tour, il debutto sul piccolo schermo di mio fratello Calimero, il ritrovamento grazie ai prodigi delle scansioni di un autoritratto di Van Gogh – Van Gogh, Vincent Van Gogh! – dietro una tela appartenuta al papà di Ian Fleming, padre letterario di James Bond.

Oppure credere di riuscire ad addomesticare e cavalcare l’Orca nel giorno dedicato alle sue celebrazioni; non un’orca qualsiasi, ma Horcynus Orca quella di Stefano D’Arrigo, unico capace di rivaleggiare in scarsa leggibilità con James Joyce: Oh, giovanotti, ma ve lo volete mettere in testa che quella non è una quilibet qualsiasi, ma è l’orca, orca orcinusa, la Morte in una parola, la Morte marina? Ma sul serio, sul serio pensate di poterla fare fessa, di incavallarla? Ma sul serio, sul serio pensate di poterci qualcosa, di influirvi, di cambiarle il principio?

Questo presente remoto logora più dell’inseguimento ai sogni, più delle utopie che non tramutiamo mai in progetti.

Questo eterno presente remoto, però iper definito nell’immagine, iper pre determinato dall’algoritmo supremo, è come un impietoso confronto tra il cinema muto in bianco e nero e quello del mondo dopo, infarcito di improbabili colori, effetti forse speciali, però algidi:

100 minuti negli ultra versi virtuali non valgono una sola, romantica dissolvenza nel seppia.