Crocevia degli Arcani

Crocevia, sperando prevalga la delizia (sulla via) rispetto alla croce. Chi vuole capire, ha recepito; il messaggio e anche il simbolismo.

Crocicchio, non un qualsiasi pezzo di legno dalle forme contorte, molto stilizzate se garba di più al pubblico pagante – inconsapevole? – quasi spregiativo, ma incrocio, incontro tra più vie, magari tra loro confliggenti, eppure con un punto condiviso, con un punto di contatto, con un punto comune.

Crocevia delle contrade del mondo, rebus elementare, ma assai di rado, semplice. Peggio mi sento, mi sembra, mi appare quando confluiscono gli arcani; e non ho compulsato corte sconta detta arcana – a proposito, buon mezzo secolo di esistenza a essa – e non ho compulsato arcana imperii, anche perché confesso la mia crassa, poco beata ignoranza. In materia e non solo.

Come da battuta, trita, ritrita, conosciutissima: non pronunciare codeste parole arcane; no, tranquilla, ar cane non jo detto gnente!

Non per insistere – come diceva il mio problematico, filosofico amico Paolo, quando fummo pueri: insistisci! – ma gli arcani, mi procurano ambasce, di rado piacevoli ambasciate.

Volendo essere pignoli – non pinoli, solo con le pigne in testa – il famigerato crocicchio sarebbe, anzi è, di etimo latino; forma diminutiva, senza mutare la sostanza, di crux (poche parole chiare per gli intenditori), luogo angusto – crocicchio, non croce – , raramente augusto, dove si incrociano più vie. Ora basta.

Gli Arcani, affascinanti, inquietanti; meno male che sono e restano celati alla vista, il più delle volte alla coscienza. Se ci penso – al netto citazionista dell’antico spot della reclame (pizzettine…) – mi tormentano, mi turbano, anche senza fomentare il mio appetito culinario. Occulti, misteriosi perché la loro natura ontologica lo prevede: devono restare intangibili, nascosti, conservati nell’arca, se prediligete, nello scrigno. Davvero ci illudiamo di svelare gli arcani della Natura, se non riusciamo nemmeno a interpretare i voti che eroghiamo nel confessionale dell’urna elettorale? Crediamo di sollevare qualche velo superficiale dalla realtà delle cose, quando lo stesso Giacomo Leopardi ammetteva sconsolato la propria sconfitta intellettuale?

Da non confondersi con il corpo para (non parà) militare romano omonimo: detto anche degli aerani o angariani – coloro che perpetrano angherie? – come testimoniato dallo storico Ammiano Marcellino; una sorta di polizia segreta con poteri illimitati che operava dunque senza vincoli giuridici e per perseguire fini mai del tutto chiari e, soprattutto, poco leciti. Per accrescere a dismisura perplessità – le mie, senza ombra di dubbio (ovvio) – e giustificate fobie.

Andrebbe meglio con gli Arcani maggiori, i tarocchi, la smorfia partenopea (non lo sberleffo infantile)? Non sono ‘efferato’ in cartomanzia, né un decodificatore/interprete di significati simbolici, esoterici; i minori, sempre Arcani, contribuiscono alla deflagrazione della baraonda personale e, secondo gli esperti (quelli veri), alla definizione del contesto. Annaspo, non so voi.

Mai potrei optare per l’Arcano senza nome – la Morte, troppo definitiva – o per l’Angelo – il Giudizio, lontano dalle mie corde – in ultima analisi (di cosa, non si sa) forse il Matto, il mattacchione, le Fou, The Fool, il villain, antagonista per vocazione dei supereroi (la confusione è grande in me, sotto il cielo, figuriamoci dentro i buchi neri):

assurto, nell’avvicendarsi dei secoli, al ruolo di caos primigenio, follia;

semplicemente: l’affacciarsi alla vita, per ricrearla di nuovo, senza credersi dei.

Possibilità o sogno?

Meglio, per tentare di evolversi verso l’agognato bene: progetto comunitario.

Weltanschauung

Pagina della Weltanschauung, pagina di questa bellissima parola teutonica: non è un’offesa, sia chiaro, anzi limpido.

Lemma filosofico, difficile – in tutti i sensi – del quale, per sintetizzare, riesco solo a pronunciare “uu“; giornata splendida splendente, citazione involontaria a parte, mi riesce più agevole; del resto, noi ferrovecchi che ancora considerano con un po’ di affetto gli anni ’80 del 1900 siamo ignoranti e superficiali. Fatto conclamato, anche quando non siamo figli di Bingo Bongo.

Giornata meravigliosa per consentire alla leggendaria Pina (alias Pinarello) di scarrozzarci su e giù per i ponti immaginari, eppure reali, della Pedemontana pordenonese, ove fiorellini bianchi rupestri sbocciano già – ho smarrito qualche mese o la Primavera e i suoi prodromi sono molto in anticipo? – ; ove l’ascesa al Castello di Caneva, più attento che mai, favorisce incontri speciali: Marco, 20 anni dopo e non si tratta del Visconte di Bragelonne; Paolo Magno, talmente intelligente da porsi troppi perché, troppo pesanti, ma capace di domandarmi ancora: “Perché insisti, anzi, insistisci?“; Mustafà, l’uomo del Maghreb, lui che senza troppe parole ampollose, solo con il suo comportamento, riusciva a renderci più accoglienti, più saggi, migliori, anche da occidentali, sotto ogni punto di vista.

Non a caso il loro silenzio è assordante, non a caso si sono trasferiti tutti e tre – numero perfetto, dicono – nell’iperuranio e brillano intensamente di luce eterna, non per caso sono presenti più che mai ora che non sono più prigionieri della corporeità; li cerco come un assetato cerca un brandello di oasi nel deserto, li cerco e mi abbagliano all’unisono, mi mancano in modo straziante, ma gioiosamente li abbraccio tra le nuvole, dialogo con loro nel mio cuore.

Questo mi conforta, mi consola, mi fornisce un’ampia vigorosa iniezione di fiducia e forza morale; anche perché, a proposito di incorporeità, il mondo appartiene in spicchi ogni anno più grossi – almeno, in apparenza – a pochi, misteriosi fondi internazionali, le cui sedi fanno base in stati (hanno importanza?) a fiscalità agevolata, molto agevolata: in pratica, come dicono gli esperti più esperti, “accumulano, non guadagnano”. Nel silenzio complice della politica e delle istituzioni democratiche, quelle che rivendicano radici cristiane. A insaputa di Cristo e delle vite, umane.

Quando scherzando si dice: “Sei un pozzo senza fondo“, le mie poche, molto confuse idee, si annebbiano sempre più. Difficile immaginare San Patrizio – solo un semplice esempio – che affida le proprie prerogative miracolose a BlackRock (non Black Sabbath, troppo ingenui), per giungere infine a raschiare il fondo del barile, per scrivere banalità. BlackRock nuovo (de) genere horror poco musicale, nome adatto a un’entità malefica in un romanzo fantasy; molto horror, zero fantasy.

Visione del mondo, importante averne: almeno una. Se poi fossimo capaci di coltivarne molteplici (attenti ai trattori, o tempora o mores), saremmo anche più attrezzati per fronteggiare i rovesci della immancabile malasorte, degli immancabili farabutti; eppure dovremmo essere corazzati e intangibili, ormai.

Rammentiamo che il povero San Valentino da Terni, nonostante fosse santo e cristiano, finì decollato;

più semplice – per noi, di sicuro – pensare ai tanti racconti che sfociano nelle leggende, visualizzare immaginette stereotipate dal marketing più bieco che riducono la panchina di Peynet a uno scaffale per inutili, ammorbanti carabattole da rifilare a ingenui romanticoni creduloni: altro che le perline colorate dei conquistadores.

E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo
.

Forse Neruda ci risulta alieno, ma, quando possibile, rammentiamolo.

Futuro? Vegetale

Pagina dei viaggiatori immobili.

Esploratori sedentari, cartografi della geografia dell’Anima, urbanisti dell’architettura del pensiero;

centri urbani rinascimentali, borghi sentieri montani che sono persone o lo diventano grazie a formidabili racconti, i più varj, quelli indimenticabili che attraversano gli Oceani di Kronos.

Scarpe consumate, attraversando tempeste, con dolore con gioia, sotto o verso il Sole, eppure andare come imperativo categorico anche se è un infinito; sì viaggiare, con la mente come Paolo, con le gambe come Giampy; tornare a un qualche nido consola, ma procedere, oltre ogni barriera, è ancora e sempre più bello, anche senza essere Ulisse.

Chi ha inventato il Male? Senza blasfemia endemica: forse Dio stesso? Perché? Chiedetelo a Lui. L’Albero della Vita è unico, con infinite fronde e ramificazioni: alcuni sono il Bene, altri il Male, il piccolo uomo si trova innestato al centro del fusto, spetta al tremulo, incerto bipede decidere di volta in volta quale via arborea scegliere e percorrere.

Un eterno vagare al limitare del bosco, tra regioni ragioni in conflitto dialogico umorale morale; equilibrio serenità perenne ricerca dell’optimum, per sé e per la comunità. Non limitare – imitazioni sì grazie, solo dei cicli naturali – i danni, astenersi dal perseguirli per ottenere vantaggi più o meno reali, più o meno necessari in un’ottica miseramente – rammentando che anche Misery non deve morire – egoistica e individuale.

Siamo robot, androidi, umanoidi; sempre con l’ineliminabile difetto di fabbrica: crediamo di essere centro modello pietra angolare, non solo di quanto esiste nell’Universo, ma anche di tutto quello che ancora deve essere immaginato progettato realizzato.

Viaggiatore immobile, come le piante.

Se davvero ad ogni reincarnazione – dopo opportuno esame, preferisco non conoscere i nomi dei commissari – si effettua un balzo evolutivo, al prossimo giro non necessariamente di giostra, auspico di diventare un rappresentante del regno vegetale.

Mi sento bio ispirato, vorrei diventare una graziosa e gentile Mimosa pudica – astenersi sciacquette, aspiranti veline – per partecipare volontariamente (a questo, fornisco il mio convinto assenso) al celebre esperimento René Desfontaines: scarrozzato per le peggiori vie di Roma e/o Parigi – messa cantata – da un bipede che traina una botticella, sballottato con sobbalzi e singulti sugli storici, ma poco funzionali sanpietrini, mostrare coram populo che dopo un inziale moto di repulsione verso le vibrazioni con automatica chiusura delle mie foglioline, con il trascorrere del viaggio mi abituo e torno a mostrare con eleganza e pudicizia la mia bellezza, senza più battere ciglio ai disagi.

Lo conferma anche Stefano Mancuso – di Lui potete fidarvi, professore e scienziato di fama mondiale – memoria senza cervello centrale, adattabilità ad ogni situazione, ad ogni rapido mutamento, architettura modulare, nessun centro decisionale, ma una diffusione capillare – l’Amore occupa i capillari molto lentamente – che consente movimento e percezione della realtà senza apparente spostamento fisico, sistema che non spreca, ma produce energia, sostenibilità ecologica totale – altro che new green deal – robustezza, tantissima intelligenza distribuita e cooperativa.

La rivoluzione, il vero Futuro possibile; dall’Uomo vitruviano – bellissimo, per carità – destinato però a trasformarsi in uomo macchina, come nell’incubo nemmeno troppo distopico di Metropolis, ad una nuova speranza:

salvarsi ed evolversi, diventando Piante.